III.
Era molto facile fare il giudizio temerario che quella fosse un’avventuriera; e la società bolognese non mancò al suo più stretto obbligo di farlo. Ma dovette presto convenire che, se non altro, la era da dirsi un’avventuriera di genere affatto speciale. Il Cardinale Legato erasi recato a visitarla; alcune delle principali famiglie fra le più devote al governo papale avevano aperto il loro salone alla forestiera, ma essa, comparsavi appena una volta, aveva di poi trascurato di metterci i piedi; non cercava di far relazioni, aveva fatto chiudere l’uscio in faccia a tutti i più eleganti e i più ricchi damerini che avevano voluto esserle presentati; frequentava i teatri, le passeggiate, offuscandocolla splendidezza delle sue costosissime acconciature, un po’ strambe, quelle delle più eleganti signore della città; non la si mostrava mai accompagnata da nessuno; e quando tutta la gente la guardava, l’ammirava, ella, non curandosi di nulla e di nessuno, come assorta in un pensiero che la dominasse, l’occhio scuro smarrito in una contemplazione mentale, la fronte corrugata, un’espressione di fierezza e quasi direi di crudeltà nella fisonomia, che non nuoceva, ma anzi dava un nuovo spicco, un mordente alla originale di lei bellezza, passava, lasciando dietro di sè un ambiente profumato, quasi una traccia luminosa della luce dei suoi occhi, dello sbarbaglio del suo abbigliamento.
Visto che non si poteva trovare nessuna prova che la fosse un’avventuriera galante, la gente disse che era un’avventuriera politica. Si susurrò che essendo davvero non solamente tedesca, ma austriaca, era una segreta agente, esploratrice e ambasciatrice del Gabinetto di Vienna, il quale, dopo lo scoppio rivoluzionario del 1848, aveva pensato bene raddoppiare ancora di cautele, di sorveglianza, di rigore contro le mire dei patrioti italiani. Codesta baronessa da Vienna sarebbe stata mandata apposta a percorrere le ragioni della Penisola, dove più sobbolliva lo spirito ribelle, fomentato, come credevasi, dal costituzionale Piemonte: e notartutto, riferire al governo austriaco intorno a uomini e cose, e sopratutto raccogliere e trasmettere le prove della complicità dell’odiato Regno subalpino coi cospiratori. Per ciò, dicevasi, nel suo giro per l’Italia centrale, essere ella capitata a soggiornare a Bologna, città fatta centro importante dei segreti maneggi dei liberali.
Ma di tutto questo — fosse quella donna un’avventuriera o una spia — non si preoccupò in nessun modo il giovane Alfredo Corina di Camporolle, il quale, al vedere le sembianze, i modi, il piglio, l’espressione di volto, l’originalità delle mosse della baronessa, rimase abbagliato, affascinato, rapito. Se egli avesse potuto accostarla subito e soddisfare l’impetuoso desiderio nato nella giovanile sua natura appassionata, forse avrebbe potuto questo non essere altro che un passeggero capriccio; ma le difficoltà dell’impresa, che a un certo punto parvero includere addirittura l’impossibilità della riuscita, come sempre suole, massime nell’animo ardente de’ giovani, non valsero che ad aizzare vieppiù quello smanioso desiderio che egli stesso scambiò per un potente amore, e farlo più tenace, più ardito, più tormentato nei suoi propositi. Non trovò nessuno che fosse in grado di presentarlo alla baronessa: e sì che egli conosceva tutti i più eleganti e nobili signori dellacittà. Facendo violenza alla sua timidità, egli si decise a presentarsi da sè, e gli fu mandata indietro la polizzina di visita con cui s’era annunziato, dicendoglisi che non lo si conosceva e che non si ricevevano che le persone conosciute. Allora egli scrisse lettere che cominciarono per essere cortesi e briose, poi diventarono supplichevoli, poi anche impertinenti e minacciose, poi d’un’ardenza vulcanica; non ebbe mai neppure una parola di risposta. Si sdegnò, si vergognò, pianse di umiliazione e di dispetto, e gli parve alla stretta dei conti di innamorarsene sempre più. Ed ella, sul cui passaggio il giovane si trovava ogni giorno, ogni volta, ogni momento che la uscisse; ella che dalle finestre del suo appartamento poteva vederlo, quel povero giovane innamorato, andare e venire le mille volte sulla strada, l’occhio fisso su quei cristalli; ella non aveva mai mostrato ancora d’essersi accorta dell’esistenza di lui, passava indifferente, sprezzante, gli occhi socchiusi, la fronte annuvolata, il labbro sdegnoso, avvolta nel suo scialle come una regina da scena nel manto, estranea al mondo che la circondava, quasi superiore, misteriosa, con una nuova attrattiva nella suaposada sfinge.
In un momento di esaltazione disperata, Alfredo ebbe una temerità, di cui non si sarebbe forse mai creduto capace egli stesso. Passeggiavauna mattina per tempo, solo, cupo, rodendosi fra sè per la passione, alla Montagnola. La passeggiata era deserta; quand’ecco al basso della salita fermarsi una carrozza, scendere una signora bene avvolta nel mantello impellicciato (si era alla fine di novembre) e, seguita alla distanza di dieci passi da un domestico, venir su verso il luogo appunto in cui trovavasi il giovane. Questi si riscosse proprio come se fosse stato colpito dalla scarica d’una batteria elettrica. Fin da lontano aveva riconosciuto il portamento, il garbo, la malìa, quel non so che onde non sapeva darsi ragione, ma che gli rendeva seducentissima la baronessa di Muldorff. In un attimo i più diversi e opposti partiti si presentarono alla sua mente: scappare, precipitarsi incontro a quella donna, gettarsele in ginocchio davanti, afferrarla violentemente e rapirla. Non fece nulla di tutto ciò, non si mosse, chè i piedi gli parevano aver piantato le radici nella ghiaia del viale. La donna si avanzò senza badargli; aveva il velo tirato sulla faccia, ma a pochi passi da lui lo sollevò come per respirare più liberamente, come per farsi percuotere il viso dall’aria frizzante di quella mattinata. Lo sguardo di lei era, come di solito, vago, assorto, pareva non vedere innanzi a sè gli oggetti materiali e contemplare qualche interna, segreta visione. Alfredo s’accorse che essa non avevafatto, non faceva la menoma attenzione alla presenza di lui. Era pallida come un cadavere, come uno di quei vampiri che sogna la fantasia dei poeti e del popolo di Polonia; gli occhi apparivano più scuri, le labbra d’un rosso più vivido, come di fresco sangue spicciante dalle arterie. Il giovane continuò a rimanere immobile, avvolgendola in uno sguardo pieno di ardore, che gli pareva impossibile non dovesse penetrare quella crosta di ghiaccio ond’ella si mostrava avvolta, giungerle sino all’anima, sino allo spirito, a ferirla, se non altro, come una provocazione, come un insulto. Ella passò, sempre assorta, badando così poco alla persona d’Alfredo, che col braccio, colla spalla sfiorò, toccò, soffregò il petto di lui, agitato, palpitante. Egli provò in quel contatto di pelliccia una dolcezza strana, mai più immaginata; sentì un’onda di profumo indefinibile avvolgerlo, carezzarlo, solleticarlo, inebbriarlo; gli parve tutto il sangue gli si raccogliesse al cuore, poi di subito con impeto gli salisse al cervello, vide tutto vacillare e girare intorno a sè; i nervi gli vibrarono come corde d’arpa invase da un’onda armonica; senza sapere quel che si facesse, tese le mani verso quella donna che gli sconvolgeva tutto l’essere, che gli gettava nel sangue il fuoco e il gelo, nell’anima un disperato tumulto, e con voce strozzata nellagola, che avreste detto simile all’ultimo grido d’uom che s’annega, esclamò:
— Oh ascoltatemi!... Ascoltatemi per pietà!
La donna diede un sobbalzo, non ispaventata, ma fortemente e inopinatamente sorpresa; i suoi occhi divennero più brillanti e si rivolsero sul giovane, rivelando fatto presente a sè stesso e alle condizioni circostanti lo spirito di lei: da quelle pupille brune balenò subita, ratta, una fiamma di splendore sinistro.
— Che c’è? Che volete? Chi siete? — domandò essa coll’accento il più fiero, dispettoso e sprezzante che avrebbe potuto usare la più superba donna della più orgogliosa aristocrazia.
Alfredo era pallido come uomo che sta per isvenire; ma tutta la sua vitalità, concentrata nel cuore, tutto l’ardore della sua passione raggiavano dall’intensità del suo sguardo; era straordinariamente bello in quell’atto, in quella commozione, con quello scintillìo degli occhi nerissimi. La espressione dello sguardo e della fisonomia nella baronessa cambiò d’improvviso. La figura del giovane, sopratutto la fiamma degli occhi, ebbero la fortuna di eccitare in lei più viva la memoria di altri occhi, di altra figura d’uomo che le stavano impressi profondamente nel cuore: le parve scorgere innanzi rediviva l’immagine d’un sempre diletto estinto, e tutta si commosse, e tremò da capo a piedi,e, portandosi le mani al petto, fu lei a vacillare, mormorando fra sè:
— Ah! gli occhi di Gian Luigi!
Il giovane non intese quelle parole, ma vide la commozione, il tremito, il vacillar della donna; se ne accrebbe il suo coraggio e tese le braccia per sostenerla. Ma ella, già fatta di subito padrona di sè, si trasse in là d’un passo, incrociò le braccia al seno, e guardò fissamente il giovane, attentamente, ma non più con apparenza ostile. Il domestico si affrettò a raggiungere la padrona coll’atto minaccioso di chi s’apparecchia a respingere un insolente.
— State in là, — gli disse freddamente la baronessa: — ho da parlare col signore.