IV.

IV.

Il domestico si allontanò nuovamente di dieci passi coll’ubbidienza disciplinata d’un soldato austriaco; e la donna, guardando sempre Alfredo, gli domandò con accento fatto gentile:

— Chi è dunque lei?... Che cosa può volere da me?

Alfredo parlò; cominciò balbettando, timoroso, con parole incerte, confuse, impacciate; ma poi a poco a poco si scaldò; la passionegli mise il sangue in bollore: non era più lui che cercasse le espressioni, ma fu un’eloquenza strana, concitata, pazza che prese violentemente possesso di lui, che gli sgorgò spontanea, impetuosa, delirante dalle labbra, che disse tutto, che rivelò tutto, che pose a nudo del giovane tutta l’anima, tutta la vita, tutti i pensieri, tutti i sogni, tutti gli spasimi, tutti i temerarii desideri e speranze.

La baronessa non lasciava trasparire sulla faccia nessun segno d’emozione: il suo fiero pallore non si mutò menomamente, la rigida freddezza dei suoi lineamenti non si alterò pure un istante; ma ascoltò attenta. Dopo un poco senza parlare, aveva passato la mano sotto al braccio del giovane, e dandogli la spinta l’aveva fatto camminare, venendogli allato, posando lievemente la sinistra inguantata sull’avambraccio di lui, premendogli delicatamente il fianco colla sua persona. Camminava a pari passo con lui, e teneva il capo chino; ma tratto tratto levava un poco la faccia e di sotto alle lunghe palpebre saettava sul giovane uno sguardo osservatore, curioso, stupito, sempre più interessato.

In Alfredo la paura era passata, l’emozione, anche perdurando, aveva perduto di quel tormento, di quell’ansia angosciosa che prima gli stringevano il cuore. Egli sentiva una deliziosadolcezza; era come un dilettoso sogno fatto da sveglio. Trovavasi in una quasi assoluta solitudine, con quella donna che gli era apparsa tanto al di sopra di lui, della quale aveva così ardentemente e con sì poca, anzi nessuna speranza, agognato la conoscenza; ed essa gli camminava allato con una certa fiducia, quasi con amichevole famigliarità e ascoltava le effusioni dell’amore di lui e di più le incoraggiava di quando in quando con isguardi interrogatori e benigni!

Poichè ebbe esaurita tutta la piena de’ suoi sentimenti ed affetti, il giovane si tacque palpitante, attendendo con intimo tremore dalle sottili labbra della donna così fermamente chiuse una parola che, come sogliono dire gli amanti, gli aprisse il paradiso e lo precipitasse nell’inferno. La baronessa non mutò contegno, nè andatura, nè espressione: seguitò a camminare a capo basso, come se udisse ancora suonare all’orecchio quella voce giovanile, calda, concitata, fremente, come se prestasse tuttavia una profonda attenzione a qualche melodia lontana che le venisse ad accarezzar l’anima.

A un tratto ella si fermò, sollevò il viso e piantò quei suoi occhi di fuoco in faccia al giovane.

— Lei... forse... è piemontese? gli domandò con una mal celata emozione.

— No, — rispose Alfredo alquanto stupito a questa domanda: — io nacqui per caso in un piccolo villaggio presso Parma.

La donna mandò dalle pupille uno di quei suoi lampi feroci.

— Ah Parma! — ripetè con voce stridente — La sua è dunque famiglia parmigiana?

— Neppure: — disse il giovane. — Per azzardo, mia madre si trovava in viaggio da quelle parti quando io venni al mondo; e fui battezzato in una piccola pieve di campagna.

— E lei, — riprese la baronessa, spegnendo di nuovo negli occhi quel fiero bagliore e tornando all’espressione d’una simpatica curiosità: — Lei è stato in Piemonte?... a Torino?

— No, mai!

La donna lo guardò ancora un poco, poi mandò un’esclamazione che pareva un sospiro, che pareva una voce di sollievo, un eco di qualche dolorosa memoria, chinò nuovamente gli occhi e disse mestamente:

— Le ho domandato ciò, perchè alcune inflessioni della sua voce, alcuna espressione del suo sguardo mi ricordano persona di cui... di cui è inutile ch’io le dica pure una parola... È una follia, mi scusi.

— Se fosse una gradita memoria quella ch’io le posso rievocare, ne sarei lieto...

La baronessa corrugò le sopracciglia quasi minacciosamente.

— È una dolorosa memoria... dolorosissima — esclamò, — ma che pure mi è cara... Deve ad essa se io l’ho lasciata accostarmi, accompagnarmi, parlarmi come ha fatto, se ho ascoltato finora tacendo e senza sdegno le pazzie che m’ha dette.

Alfredo fu assalito da un impeto di gelosia retrospettiva.

— Ah! è doloroso quel che lei mi dice! — proruppe. — La fortuna di questo momento io la devo alla disgrazia di averle richiamato alla mente un altro...

Ella non lo lasciò continuare.

— Quella di conoscermi, quella d’incontrarmi, quella d’amarmi... dirò la parola, poichè lei l’ha ripetuta tante volte... non è una fortuna, ma una vera disgrazia. Io non posso amare nessuno, sa!

Il giovane fece un gesto come d’incredulità.

— No signore: — insistette ella con forza: — non posso, e non voglio... ma volessi pur anche, creda a me che sono in un momento di sincerità, volessi pur anco, non sono più capace d’amare... e non sono degna d’essere amata.

Alfredo interruppe con un grido di protesta.

— Creda quello che vuole! — riprese ladonna con accento e mossa che non erano più da quella superba gran dama che era apparsa fin allora, ma che sembravano rivelare natura e abitudini più volgari. — Io faccio forse male a parlare così: ma mi ha colta in uno strano momento di sincerità e il vero mi è sfuggito dalle labbra. Ritenga pure ch’io non ho parlato: se così piace a lei, piace anche a me; ma noi non possiamo andare neppure per un po’ di tempo giù della medesima strada: o io farei danno a lei o lei impaccerebbe me; e più facilmente ci faremmo del male ambedue... Dunque rientri in sè, metta giudizio e se io prendo a destra, lei volga a sinistra.

— No, no! — gridò Alfredo, a cui l’accesso della passione non lasciava luogo a riflettere, non permetteva neppure di scorgere la mutazione di tono nel discorso di quella donna. — Per me è impossibile far quello che lei dice. Io sento tutta la mia vita legata a quella di lei; io ho bisogno di vederla... sì, almeno questo, vederla; e s’ella non ha che un briciolo di pietà nel cuore, deve concedermi ch’io la possa contemplare, ammirare, adorare, non fosse che da lungi.

La baronessa sorrise.

— Da lungi... ben da lungi, pazienza! — disse riprendendo il braccio del giovane e tornando a passeggiare a paro con lui. — Bisognaproprio che la si contenti di codesto... Lo avrà già notato, signor conte, e ora io glie l’affermo solennemente: io non ricevo nessuno... nessuno assolutamente!... tanto meno un giovanotto.

— E dunque — proruppe Alfredo con vero dolore che non potè frenare, — e dunque io non le potrò più parlare!... Mai più!

La baronessa sorrise di nuovo: poi tosto si rifece seria; guardò daccapo fiso il giovane, le labbra color di sangue più serrate, i lineamenti più rigidi, le guancie più pallide che mai. Le sopracciglia si corrugarono un poco, gli occhi ebbero quel fosco bagliore che abbiamo già più volte accennato. Stette un poco in silenzio, quasi riflettendo. Chi sa quali pensieri passavano per la sua mente! Un acuto osservatore avrebbe ad ogni modo affermato per sicuro che non erano pensieri di commozione, nè di tenerezza, nè di pietà per quel giovane.

— Parlarci: — diss’ella poi; — per che cosa? Ella mi vorrebbe ripetere quello che or ora ho udito da lei? Già non può aggiungervi nulla... E io non avrei mai nessuna risposta da farle, glielo ripeto... Ma non è impossibile che possiamo incontrarci ancora in qualche luogo dove lei mi possa accostare... qui stesso per esempio.

— Ah sì! — proruppe Alfredo che ebbe il cuore invaso di subito da una gran gioia e davaga, quasi inconscia, ma ineffabile speranza. — Qui alla mattina... a quest’ora... Oh! io ci sarò sempre.

— Piano, piano: — disse la baronessa con un freddo sorriso: — non mi corra per le poste. Ella può esserci quanto vuole, ma io non le do lusinga nessuna di venire...

— Come? — gemette il giovane mortificato.

— Può capitare che, come stamattina, mi salti qualche giorno il ghiribizzo di respirare un po’ d’aria pura qui sopra.

— L’aspetterò, l’aspetterò ogni giorno, signora baronessa, e s’ella penserà che venendo può far tanto bene a un infelice...

— Io non penserò nulla: — interruppe freddamente la donna. — E ora mi lasci perchè io torni alla mia carrozza.

— Ancora una grazia! — supplicò Alfredo: — mi dica il suo nome, perchè io possa invocarla col mio pensiero sempre rivolto a lei.

La baronessa parve esitare un momento.

— Zoe: — diss’ella poscia, e s’allontanò seguita dal domestico.


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