V.
Alfredo non mancò più un giorno di fare la mattutina passeggiata alla Montagnola; ma passò una settimana e più senza che potesse rivedervi la baronessa. Finalmente, quando già cominciava a perdere ogni speranza e a credere con dolorosa rabbia che quella donna o avesse voluto beffarsi di lui o l’avesse affatto dimenticato, egli, una mattina che la giornata era più fredda e quindi la passeggiata era ancora più deserta del solito, la vide venire come quella prima volta, lasciando al basso della salita la carrozza e seguitata da quel medesimo domestico. Le mosse incontro sollecito; essa non sollevò il velo che le copriva la faccia, ma traverso i bucherelli della leggerissima garza gli sorrise amichevolmente e lo regalò d’un’occhiata che poteva quasi dirsi benigna. Non tolse la mano dal manicotto per porgergliela, ma gli si accostò presso presso con una espansiva fiducia e gli disse:
— Ben trovato!... Passeggiamo come l’altra volta... e mi dica quello che ha fatto di bello in questo frattempo.
S’avviò senza dargli il braccio, ma premendolo lievemente al fianco; e parve volerlo incoraggiarenei discorsi colla graziosa gentilezza dei suoi sguardi.
Il giovane rispose quello che avrebbe risposto ogni altro a suo luogo:
— Che cosa ho fatto?... Ma ho pensato a lei... ho pensato a lei... e ho pensato a lei.
Essa rise: il suo riso, per dirla di passata, non era melodioso, dolce, soave, come si sarebbe aspettato dalla bellezza e dalla gioventù della donna, aveva qualche cosa di secco, di aspro, di maligno; ma Alfredo non badava a ciò e non se ne accorse menomamente.
— Vuol dire che ci ha pensato troppo: — diss’ella: — e nessuna cosa soverchia va bene.
— In amore non c’è mai nulla di soverchio: — esclamò Alfredo: — nè ardore, nè sacrificio, nè idolatria.
Gli occhi della baronessa balenarono: le labbra color di sangue sorrisero stranamente.
— Parole avventate di giovane! — susurrò come parlando a sè stessa. — Tal che si vanta capace di sacrifici, non sopporterebbe un incomodo per guadagnarsi un sorriso di colei a cui si protesta devoto.
— Mi comandi e vedrà! — gridò con forza il giovane. — Io non sono come tutti gli altri, io non amo come tutti gli altri uomini; io mi sento capace di tutto.
La donna lo guardò ben bene per un momento,poi levò dal manicotto la sua piccola mano inguantata e la posò sul braccio del conte.
— Ah! se fosse davvero!...
Quella mano che s’era posta sul braccio d’Alfredo, lentamente, ma fortemente così che di tanto vigore non l’avreste creduta capace, strinse e premette; parve quasi al giovane che una corrente infuocata, da quella piccola destra, passasse nelle sue vene traverso la pelle del guanto ond’era coperta, traverso i panni onde il braccio di lui era vestito.
— Ebbene? Se fosse!... — esclamò egli. — Io le dico, le protesto, le giuro che è così... Mi metta alla prova.
La baronessa ritirò la mano e la nascose di nuovo nel manicotto; avvolse il giovane da capo a piedi in uno di quei suoi sguardi che erano tutta una fiamma, che investivano come un colpo di fulmine, gli fece un sorriso amoroso e serio insieme, promettente e pur quasi minaccioso, e mormorò colle labbra sanguigne che fremevano:
— Forse!... Chi sa!...
Alfredo avrebbe voluto spiegazioni maggiori, proposte definite, assumersi subito qualunque più grave impegno; ma essa lo interruppe.
— Basta di ciò... Non parliamone altro; non è il caso di parlarne... Se avvenisse anche il caso ch’io dovessi chiedere a un uomo un serviziodi vita o di morte, come vuole che mi venisse in pensiero di rivolgermi a lei che non conosco nemmeno?
— Ma lei conosce tutto di me; ma io le ho aperta proprio l’anima mia; ma domandi tutto ciò che le occorre sapere...
— Parliamo d’altro, le ho detto: e per prima prova della devozione che mi protesta, impari ad ubbidirmi.
Alfredo ripetè con qualche variazione tutto quello che aveva già detto del suo amore nel primo colloquio, ed ella lo ascoltò con più benigno e incoraggiante contegno; quando si separarono, la donna si lasciò strappare la promessa che il dopodomani sarebbe tornata a quell’ora medesima alla Montagnola.
Al povero innamorato pareva già un gran trionfo, una invidiabile fortuna, l’averne ottenuto un preciso ritrovo. Ma doveva essere davvero una fortuna soverchia per lui, perchè il destino non glie la volle concedere, e quella mattina egli calpestò invano fino a mezzogiorno con piede irritato la ghiaia della pubblica passeggiata. Rientrò in città turbatissimo, oscillante fra lo sdegno d’essere stato corbellato e la paura che qualche disgrazia fosse capitata alla baronessa; andò diviato alla locanda dove essa era alloggiata e chiese audacemente di lei. La signora, secondo il solito, non riceveva nessuno,ma era in casa, non era uscita di tutta la mattina e non aveva ordinato la carrozza per tutta la giornata. Una vistosa mancia fatta scivolare destramente nella mano del cameriere determinò quest’ultimo a rivelare al giovane una cosa che gli avevano comandata di tenere assolutamente segreta.
Quella stessa mattina un uomo vestito signorilmente, ma che fra il colletto impellicciato e tirato su del pastrano e una ampia fascia che gli avvolgeva il volto aveva così bene celati i lineamenti da non poter essere riconosciuto anche da una persona a cui fosse famigliare, si era presentato chiedendo della baronessa e, come tutti, ne aveva ricevuta in risposta che quella signora non riceveva assolutamente nessuno. Il forestiero non s’era per nulla scomposto, ma tirato fuori una sua polizzina ci aveva scritto su poche parole, l’aveva chiusa in una busta, accuratamente suggellata quest’ultima e aveva ordinato con accento imperioso si consegnasse subito subito quel biglietto alla signora baronessa. L’effetto ne era stato meraviglioso; le porte dell’appartamento della signora si erano spalancate sul momento al misterioso visitatore, il quale, tutto camuffato come si trovava, era penetrato fino nel camerino ditoilettedella baronessa e là stava tuttavia dopo più di tre ore.
Fu lo sdegno, fu il sospetto che allora prevalseronell’animo di Alfredo. Un tormento dell’amor suo, che fin’allora non aveva ancora provato, gli morse di subito e con tutta violenza il cuore: il tormento della gelosia. Uscì dall’albergo, pallido, i muscoli della faccia contratti, il cervello in tumulto, parendogli di essere il più infelice uomo del mondo, credendosi egli medesimo in quel momento capace di qualunque eccesso per isfogare il suo contenuto furore, per vendicare lo strazio indicibile che provava. Si diede a passeggiare su e giù per la strada in cui era la locanda, senza mai perderne di vista la porta. Voleva aspettare che quel tale uscisse di là; voleva vederlo. Che cosa avrebbe fatto, non sapeva, ma qualche cosa pensava che dovesse ed era risoluto di fare. Per fortuna, il tempo assai lungo che passò, l’esaurimento delle forze nel giovane stato tutto il giorno senza cibo e il freddo frizzante di quella giornataccia d’inverno che si aveva, riuscirono a calmare il sangue e la mente del geloso, di modo che quando verso le quattro, in sul primo venir del crepuscolo, quell’uomo uscì dal portone dell’albergo, in Alfredo non nacque più altro pensiero, non restò più altra risoluzione che di seguirlo cautamente e tentare di sapere chi fosse, dove andasse.
Che quello fosse l’uomo di cui gli aveva detto il cameriere, Alfredo al primo vederlo nonebbe il menomo dubbio. Aveva il viso nascosto come gli era stato descritto: e uscendo aveva gettato intorno uno sguardo osservatore e sospettoso, proprio di chi cerca scoprire se possa esser visto da qualcuno che non vorrebbe. S’era poi avviato per una strada di buon passo, come desioso di allontanarsi al più presto; e il conte di Camporolle, seguitandolo dalla lungi, lo vide recarsi in un albergo di terzo ordine che si trovava in una delle strade meno frequentate della città.
Dieci minuti dopo che quell’uomo era rientrato nella locanda, Alfredo, a cui la gelosia dava coraggio e idee, penetrava nell’ufficio della locanda medesima e usando largamente di quell’argomento universale che riesce a vincere quasi tutte le coscienze umane e che si conia in monete da venti franchi, riuscì a sapere che l’uomo tornato a casa poc’anzi, era arrivato quella stessa mattina da Parma, che appena arrivato era uscito per non rientrar più che in quel momento, che sembrava un uomo di buona età, ricco perchè aveva pagato larghe mancie, che non si sarebbe fermato più di due o tre giorni, avendo seco per bagaglio appena un piccolo sacco da viaggio.
Alfredo prese scarsamente il tempo di rifocillarsi con un boccone di pranzo, e poi s’affrettò a recarsi di nuovo innanzi alla locandadove abitava la baronessa. La notte era venuta, ed era una notte fredda, nebbiosa, di quelle in cui, salvo ad esserci forzati, nessuno mette i piedi fuori di casa. Le finestre del quartiere della baronessa erano affatto scure. Il giovane stava per avventurarsi a penetrar nell’albergo e chieder della signora, quando vide arrivare e fermarsi innanzi al portone una carrozza di piazza. Un segreto istinto gli fece indovinare che quella carrozza aveva qualche cosa da fare con quella donna per cui egli si sentiva l’anima alla rovescia; si accostò più che potè al portone tenendosi celato nell’ombra e stette ad aspettare. Intanto guardava, come se volesse imprimerseli nella memoria, il cavallo, il legno, il cocchiere. Dopo due minuti, una donna imbaccuccata in un mantello impellicciato, uscì frettolosamente dalla locanda, passò come un baleno e si gettò nella carrozza di cui un cameriere teneva aperto lo sportello. Il cameriere, rinchiuso l’usciolo, diede un indirizzo al cocchiere: questi frustò la sua rozza e la carrozza partì. Tutto ciò era avvenuto proprio colla rattezza d’un lampo; ma Alfredo in quella donna aveva riconosciuto lei; ed egli voleva assolutamente scoprire dove andasse. Suo primo impulso fu di correre dietro alla carrozza, ma in un attimo essa era sparita allo svolto d’una cantonata; il giovine cercò cogli sguardi se alcun’altravettura di piazza potesse trovarsi colà; non ve n’era affatto: e allora, dominato da una subita idea, si avviò di corsa verso il meschino albergo nel quale poche ore prima egli aveva visto entrare quel misterioso personaggio.