IX.
Il capitano von Klernick, con cui Alfredo quasi si urtò uscendo, era un bell’uomo sui trent’anni, alto, membruto, biondo, con lunghi baffi incerati, un gran naso fatto a becco di rapina, una fronte piccola, un portamento rigido e altiero, e un’aria poco simpatica di militaresca tracotanza e di aristocratica superbia.
Si avanzò fin presso il duca e fece un inchino colla sua rigida persona.
— Buon giorno, von Klernick, — gli disse il principe parlandogli in tedesco. — Vi vedo volentieri.
— Grazie! — mormorò il capitano sotto i suoi baffi appuntati.
— Voi venite da Milano, a quel che ho inteso?
— Sì, Altezza.
— Che notizie ci recate?
— Nulla... Si muore di noia... I milanesi sono sempre più stupidi; fanno il broncio al Governo, si annoiano come tanti sciagurati per fare una dimostrazione politica e ci fanno seccar noi.
— Vuol dire che gl’italianissimi hanno sempre il sopravvento sulla pubblica opinione?...Sciocchi buffoni! O che il maresciallo non è capace di insegnare loro a smetterla una buona volta? Vedrete, capitano, come faccio qui io; guardate, imparate e andate a dirlo al maresciallo.
— Mah! — esclamò l’austriaco mandando un sospiro: — Milano non è Parma. Là c’è una nobiltà pazza, ricca, influente, che ha il cervello per traverso, colla smania di voler fare della politica come si fa in Piemonte... Già la pietra di scandalo è quel maledetto paese di rozzi e grossolani montanari...
— Avete ragione: — interruppe il duca con un certo bagliore negli occhi che era effetto di irritazione: — grossolani, testardi quei piemontesi, pesanti e insoffribili... Ah! se si potesse dar loro una buona lezione.
— Pensare che sarebbe così facile! — disse il capitano degli ulani. — Se il maresciallo si mettesse alla testa di due divisioni, in una settimana noi schiacceremo quel nido di vespe.
— Peggio che vespe, vipere.
— Ma il nostro imperatore è troppo buono!
— Bene! Lasciamo stare la politica, von Klernick. A Milano vi annoiavate, e siete venuto un poco qui a divertirvi con noi... Ah birbone; è quella grassoccia d’una Carlotta, la ballerina milanese, che vi ha attirato.
Il capitano fece un antipatico sogghigno chevoleva essere malizioso, colle sue labbra grosse, carnose e rispose:
— La Carlotta!... Ah bella donna!... V. A. sa?
— Di quello che accade ne’ miei dominii sono informato di tutto: — disse il duca con istupida aria di superbia e di millanteria.
L’austriaco nascose con un chinar del capo il suo sogghigno, che era divenuto ironico e sarcastico. E davvero c’era da ridere di quel vanto, pensando che quei dominii erano vasti come un palmo di terra.
— Vi fermerete qui parecchi giorni, capitano? — riprese il duca.
— Cinque o sei.
— E poi vi condurrete con voi la ragazza?
— Ah! non so... Essa ha una scrittura per Firenze, ma forse non ci andrà.
— Siete voi che non la lascierete andare. È troppo lontano, non è vero?
— Quella creatura è molto capricciosa... vuol fare a sua testa... Ha abbandonato Milano per farmi dispetto.
— E voi le siete corso dietro.
— È stato un puntiglio... sapevo che veniva qui per lei un cotale...
— Ah sì! Ho udito anche di ciò: un ufficiale piemontese.
Von Klernick si drizzò bene sulle piante con tutta l’imponenza della sua grande statura,impettì bene il suo busto serrato nell’uniforme, si appoggiò alla sua durlindana e disse con disprezzo:
— Un omicciattolo meno alto di questa sciabola: un cosino che si dà delle arie... Begli ufficiali ha il Piemonte! Oh sì che con codesti burrattini il re Vittorio Emanuele vorrà far paura a mezzo mondo! Ah ah ah!
Rise grossolanamente.
— Ma è ricco, non è vero? — soggiunse il duca: — e i napoleoni d’oro lo fan guardare di buon occhio dalla ragazza.
— Ricco! Ricco!... Chi lo sa?... Dicono che sia pieno di debiti fin sopra i capelli.
— È cosa di buon genere.
— Eccolo laggiù in platea, presso l’entrata.
— Chi? Il vostro rivale! Sangré di Valneve?... Ho piacere di vederlo. Ho conosciuto il marchese che deve essere suo padre, un uomo rigido, presidente della Corte d’appello che allora si chiamava Senato: un uomo dotto, un dottorone, pieno di solennità, di legale e di morale, noioso come un discorso accademico... Non è in uniforme?
— No, Altezza.
— Ah! va bene. Non ha osato vestirla qui, l’uniforme piemontese, nella mia capitale. Qual è di tutte quelle giubbe nere laggiù?
— Vede quel giovanotto biondo, pallido, chepare una ragazza, il quale sta appoggiato alla colonna?
— Sì, quello è il conte Alfredo di Camporolle, un nobile romagnolo, colui che era qui stesso in questo palchetto.
— È vero, che l’ho visto ad uscire. Ebbene quel mingherlino che si trova alla sinistra di lui, proprio fianco a fianco, con quei baffetti e quel pizzo di color castagno scuro, quello è Valneve.
— Benissimo. Riconosco un poco dei lineamenti del padre. Già è un uomo in piccola edizione. Vi arriva ai gomiti, a voi.
Il capitano austriaco tornò ad impettirsi superbamente.
— Simili campioni, noi li facciamo correre collo scudiscio.
E frattanto von Klernick, il principe, il colonnello Anviti e sir Tommaso avevano appuntati i cannocchiali in quella direzione e guardavano con una fissità e con certo sogghigno che sarebbero stati trovati oltraggiosi anche dal più pacifico e meno suscettivo degli uomini.
Il caso, che pare si compiaccia di legare e slegare le attinenze fra gli uomini, intrecciare e complicare gli interessi e le vicende della vita, aveva fatto che Alfredo, scendendo giù dalla sua loggia invasa in quel modo dalduca e dai suoi, venisse in platea a porsi proprio allato dell’ufficiale piemontese, il marchesino Ernesto Sangré di Valneve, rivale del capitano austriaco Rodolfo von Klernick nelle grazie della ballerina milanese, la Carlotta. Pensare che da questo semplice contatto, dall’incontro di quella sera dovevano in massima parte provenire fatti che avrebbero cotanto interessata, cambiata la sorte di quei due giovani!
E c’era mancato un attimo solamente che Alfredo si partisse addirittura dal teatro. Così aveva deciso di fare, ma passando innanzi alla porta che metteva in platea, non potè resistere al desiderio di dare ancora un’occhiata alla baronessa: era entrato, ne aveva ricevuto uno sguardo, e non s’era più mosso; appoggiatosi a una delle colonne del lato della porta stava là incantato, affascinato, oblioso di tutto il resto.
Eppure il rivolgersi di tutti quei cannocchiali dal suo palchetto, ora occupato dal principe, a guardare in quel luogo e la ostinazione con cui fissavano, riuscirono a farsi scorgere anche da lui. Alfredo non poteva indovinare che il bersaglio di tutti quegli sguardi era il giovane suo vicino, e credette di essere egli stesso; e siccome era evidente la beffa oltraggiosa di quei guardatori, egli si sentì rimescolare il sangue ed arrossì nella faccia come una fanciulla acui si fa l’insulto di sconvenienti parole. Il primo suo impulso fu di sottrarsi a quella vergogna e fuggirsene; ma tosto poi si disse che ciò sarebbe da pusillanime, e, fattosi forza, si voltò di pieno verso quella loggia e sollevò il cannocchiale all’altezza dei suoi occhi per rispondere colla sua a quelle sguardate. Ma in quella si sentì toccare delicatamente sulla spalla e si volse indietro.
Era il giovane suo vicino, al quale egli non aveva fin allora fatto la menoma attenzione.
— Scusi: — gli disse con una graziosa e vera gentilezza, sorridendo garbatamente: — Ella voltandosi in questo modo impedisce al duca di Parma e ai degni compagni che ha seco, là in quel palchetto al terz’ordine, di squadrarmi bene a tutt’agio coi loro cannocchiali, e a me di contraccambiarli col mio. È un piacere innocente che, se non l’incommoda, la prego di permettere che ci possiamo pigliare tornando alla positura ch’ella aveva prima.
La persona di quel giovane fu di subito simpaticissima ad Alfredo: era di piccola statura, ma ben fatto, ben proporzionato e di agili e spigliate movenze; aveva una testa intelligente, ben posta sulle spalle, con fisonomia piena di espressione, risoluta, gentile, allegra, schietta, un po’ spensierata, ma nobile e buona. L’aristocrazia del sangue che gli scorreva nelle venesi vedeva subito nella finezza e bianchezza della pelle che lasciava scorgere alle tempia la rete azzurrina delle vene, e nella piccolezza delle mani accuratamente inguantate.
— Come! — esclamò Alfredo, il quale pure si sentì un pochino sollevato, al sapere che l’ostile insolenza di quegli sguardi del principe e de’ suoi non era rivolta contro di lui.
— È lei che guardano a quel modo? Credevo d’essere io.
— No signore: — riprese allegramente quel giovane al quale era riuscita simpatica altresì la figura di Alfredo, — per questa volta è a me, proprio a me, che tocca tanta fortuna: e bisogna bene che me ne dimostri grato come si merita.
E postosi il cannocchiale agli occhi colle labbra atteggiate ad un sorriso pieno di fine ironia e di altezzoso disprezzo, stette fiso a guardare anche lui il duca ed i suoi.
I quali, all’espressioni dei volti, parvero furibondi per tanta temerità: furono fulminei addirittura gli sguardi del principe e del capitano austriaco; e siccome il giovane vicino d’Alfredo non se ne dava per inteso e seguitava a guardare con una placidità piena di scherno, il duca parlò animatamente all’Anviti, questi ripetè ancora più animatamente alcune parole all’ufficiale d’ordinanza, e l’ufficiale, facendoatti di collerica minaccia, uscì impetuosamente dal palchetto.
Evidentemente da quel Giove in miniatura del duca era partito il fulmine, portato da quell’aquila d’ufficiale. Il giovane della platea, incrociate le braccia al petto, gli occhi sempre fissi sul palchetto dove era il principe, stette tranquillamente ad aspettare lo scroscio.