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Il fulmine non tardò a colpire, e fu sotto forma di un brigadiere de’ gendarmi, più irsuto, più burbero, più tracotante che il solito, il quale, aprendosi il passo a spallate fra la gente, venne dritto alla volta del giovane forestiero.

— Signore: — gli disse con una vociaccia burbera e sopracciglia fieramente corrugate: — lei venga fuori!

Il vicino d’Alfredo, che aveva visto accostarsi il brigadiere sempre colla medesima placidezza e tranquillità, rispose tranquillamente, senza scomporsi menomamente e senza smettere il suo fine sorriso ironico:

— Io? Vi assicuro che non ho nessun desiderio di muovermi, che ho pagato il mio biglietto d’ingresso, e che perciò ho diritto di godermi tutto lo spettacolo, e quindi se nonmi dimostrate con e per quale autorità voi mi volete allontanare, io non faccio neanche un passo.

E si appoggiò con tutte due le spalle alla parete su cui si alzava il parapetto delle loggie del prim’ordine.

La venuta del brigadiere e l’intimazione da costui fatta con voce abbastanza alta al giovane forestiero, avevano attirato l’attenzione della folla circostante su quella scena, e in un attimo tutto il teatro e tutti i vicini, e per la prepotenza del fatto, e per la calma dignitosa dell’uomo oltraggiato in quella guisa, davano non dubbi segni di simpatia verso il forestiero e di disapprovazione alla condotta del brigadiere e di chi lo faceva agire. Più di tutti il nostro Alfredo sentivasi tratto a simpatizzare con quel giovane, il quale si manteneva, in mezzo allo sdegno che doveva provare, così calmo, così dignitoso, così superiore.

— Meno parole: — rispose ancora più brusco il brigadiere che si sapeva guardato dal palchetto dov’erano il principe e il colonnello Anviti. — Venga subito, altrimenti sarò costretto ad usare la forza.

— Va bene! — disse il giovane, sempre tranquillo, sempre sorridente. — Ecco almeno una ragione che per voi può parer buona. Vi domando in nome di quale autorità e con qualdiritto voi procedete, e voi mi rispondete che userete la forza.... A questa mi sottopongo; protesto, ma mi sottopongo.

— Presto! — gridò il gendarme. — Finisca le chiacchere.... Avanti,marche!

— Un momento, mio gentile brigadiere; uscendo di qua, sarò libero di andarmene dove voglio o avrò ancora la vostra amabile compagnia?

— L’accompagnerò dal Direttore di Polizia.

— Bene! Una visita piacevolissima. Oh che belle sorprese capitano nella felicissima Parma!...

— Silenzio!... Avanti, le ho già detto....

—Marche!— suggerì il forestiero ridendo e avviandosi. — Andiamo pure a far la conoscenza del signor Direttore di Polizia; ma ripeto innanzi a tutti questi signori che protesto.

— Zitto! le ripeto: — gridò il brigadiere e allungò la mano per afferrare il braccio del giovane.

Questi si fece indietro d’un balzo.

— Ahfi donc! — esclamò. — Non mi toccate!

Ebbe un aspetto di tanta fierezza, di sì sdegnoso orgoglio, di imponente autorità, che il brigadiere, alto, grosso, forte, rozzo, tracotante, lasciò cader la mano e chinò gli occhi innanzi a quel giovane piccolo, mingherlino, dall’aspetto delicato e gentile.

Siccome nello scostarsi vivamente dal gendarmeil forestiero aveva dato una pestata ai piedi d’un signore che gli stava di dietro, egli si volse e disse colla più squisita cortesia d’un gentiluomo elegante:

—Pardon!

Colui al quale aveva pestato i piedi era il conte di Camporolle.

— Nulla di male: — rispose Alfredo: — e se lei mi permette, io mi prenderò la libertà di accompagnarla dal Direttore di Polizia: e potrò attestare colà l’illegale modo con cui si è proceduto verso di lei.

— Ella mi fa un insigne favore: — disse il giovane piemontese: — ma non vorrei che ciò avesse da comprometterla e farle avere dei dispiaceri, degl’incomodi o dei pericoli.

Alfredo scosse le spalle in un modo che piacque dimolto all’altro, perchè gli prese la mano e gliela strinse forte, soggiungendo vivamente:

— La ringrazio ed accetto.

Uscirono insieme dietro i passi del gendarme i due giovani, accompagnati da un susurro pieno di simpatia di tutti i circostanti; e molti di questi li seguirono fin nell’atrio; ma là alcuni gendarmi appostati, ad un cenno del brigadiere fecero stare indietro, anzi ricacciarono dentro la platea, tutti i curiosi.

Venendo fuori dal teatro i due giovani di conserva, il piemontese disse al compagno:

— Almeno che lei sappia verso chi si dimostra così generosamente gentile, e io a chi vado debitore di sì coraggiosa prova di cortesia.

Trasse di tasca un elegante portafogli e, levatane una polizzina di visita, la porse ad Alfredo, il quale fu lesto a contraccambiarlo.

Nella cartolina del piemontese, sotto una corona di conte, stava scritto:Ernesto Sangré di Valneve,luogotenente del 1º Reggimento Guardie.

I due giovani lessero a vicenda le rispettive polizzine e poi si scambiarono un amichevole saluto col capo.

— Conte di Camporolle: — disse l’uno: — mi auguro che si presenti l’occasione di renderle un pari servizio da amico.

— Conte di Valneve: — rispose l’altro: — sono lieto che l’occasione m’abbia recato la fortuna di fare la sua conoscenza.

Arrivarono sollecitamente al cospetto del Direttore di Polizia, il quale, dicerto già preavvisato, li aspettava seduto alla sua scrivania, una lampada innanzi a sè con una ventola disposta in modo che rifletteva tutta la luce sulla faccia delle persone che gli si presentavano e lasciava lui perfettamente nell’ombra. Pur tuttavia Alfredo riconobbe la poco simpatica persona del famoso Pancrazi.

— Il suo nome, signore? — domandò eglibruscamente, appena i due giovani gli comparvero innanzi.

L’ufficiale piemontese pronunziò chiaramente e spiccatamente il suo.

Alfredo disse a sua volta:

— Credo che lei mi riconosce...

— A lei non ho mica domandato nulla: — interruppe burbero il poliziotto. — Sì, la riconosco e mi stupisco di vederla qui, lei che non ci ha nulla da fare.

— Io era vicino al conte di Valneve, — soggiunse con qualche calore il Camporolle, — quando egli ebbe l’inqualificabile intimazione...

— Sarà inqualificabile per lei: — interruppe di nuovo il Pancrazi: — ma nessuno qui a lei domandò i suoi apprezzamenti, e creda a me che Ella non ha diritto, nè la convenienza di darli.

— Mio caro signore, — disse gentilmente il conte di Valneve, — Ella ha già fatto fin troppo per me e non voglia procacciarsi altri fastidi. Il signor Direttore della Polizia riconoscerà subito il deplorevole errore commesso dai suoi subalterni a mio riguardo, si affretterà a farmi delle scuse da quel gentiluomo che è ed a lasciarmi in libertà.

— Lei crede? — disse il Pancrazi impassibile nell’oscurità mandata dalla ventola. — Il conte di Camporolle, se ha la curiosità di assistereal colloquio che ho l’onore d’avere con lei, è padrone; lo conosco abbastanza per lasciargli procurarsi questa magra soddisfazione; ma fra noi due, signor conte di Valneve, la cosa non sarà tanto liscia e di quella guisa come lei crede.

— Mi permetta, signor Pancrazi: — saltò su Alfredo: — ma come testimonio al fatto, posso proprio attestare che il conte non ha avuto il menomo torto, che mentre era tranquillo ad assistere allo spettacolo...

— Signor conte di Camporolle — interruppe il Direttore di Polizia: — Io ho avuto per lei delle raccomandazioni tali che mi impongono la maggiore considerazione e il maggiore interessamento in suo vantaggio; ma mi trovo pure obbligato a ripeterle che in questo fatto Ella non c’entra, e ilmeglio per lei sotto tutti i riguardi— pronunziò assai spiccatamente queste parole — è di non entrarci per l’affatto.

E poi voltosi al piemontese di nuovo:

— Lei ha il suo passaporto in regola?

— Ho già avuto il piacere di mostrarlo cinque o sei volte a vari agenti della Autorità ducale: — rispose il conte di Valneve colla sua ironica affettazione e gentilezza.

— Ebbene, abbia ancora una volta questo piacere mostrandolo a me: — proruppe burbero il Direttore di Polizia.

L’ufficiale piemontese trasse lentamente di tasca la carta e la porse con un atto di sprezzosa noncuranza al poliziotto.

Questi vi gettò appena sopra un’occhiata e disse:

— Non va, non va.

— Come non va? — esclamò il conte di Valneve. — Vuol dire che non sapevano quel che si facevano i vostri subalterni che lo esaminarono!

— Lei ha un modo di parlare molto acconcio a compromettere la sua causa.

— La mia causa?... Ma che causa? Io non ho causa di sorta nè con lei, nè con nessuno di qui. Sono un ufficiale del Re di Sardegna di passaggio in questa città, al quale mi stupisco che si osi dare di queste molestie.

— Le molestie, come osa dire lei, poteva risparmiarsele non venendo.

— Bravo! — esclamò con un’ironia piena di scherno il giovane piemontese.

— E le saranno subito finite — riprese con collera il Pancrazi — perchè lei domani se ne partirà.

— Davvero?

— Sì signore.

— E perchè?

— Perchè questo suo passaporto non è stato vidimato dall’agente consolare di Parma a Milano, donde Ella viene.

— E se non parto?

— La faremo accompagnare alla frontiera dai gendarmi.

— Bellissimo modo per ottenere quel che si vuole.... Ci penserò fino a domani, poichè non dev’essere che allora la mia partenza, secondo le buone vostre intenzioni. E ora, spero, che mi lascierete andare in libertà.

— La lascio andare alla sua locanda a dormire.

— Grazie della generosità.

— Le proibisco assolutamente di rimetter piede in teatro.

— Che peccato! È l’unico posto dove avrei voluto andare.... Pazienza! Ci rinunzio.... Andremo a cena; non è vero conte di Camporolle?

E senza fare il menomo atto di saluto, prese il braccio di Alfredo ed uscì. Il Direttore di Polizia mandò dietro ai due giovani uno sguardo acuto e quasi soddisfatto.

— La Zoe sarà contenta: — mormorò fra sè, e si mise con tutta attenzione ad esaminare un monte di carte che aveva dinanzi.


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