L.

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Una buona ora e più passò prima che la Zoe avesse terminata la sua acconciatura, alla quale fino alla fine volle assistere, interrompendola tratto tratto, il duca.

Di quando in quando la cortigiana con uno di quei suoi ghigni che avrebbero fatto dannare un santo e ridere un dannato, diceva:

— Ma, mio caro duchino, va un poco da tua moglie, e in omaggio al suo sangue reale e alla santità del sacramento, non farle perdere la pazienza.

E quel tristo, che non aveva nemmeno tanta verecondia da sentire il suo dovere di far rispettare la compagna legittima dalle donnaccie che bazzicava, ridendo sguaiatamente anche lui, rispondeva:

— Vorrei che la perdesse, la pazienza, e così mi liberasse della noia del colloquio.

— Rimproveri eh?... Lezioni di morale e di politica: — insinuava indegnamente la donna. — E bisogna inghiottirle con umile rassegnazione come uno scolaretto disciplinato.

— Bisogna il diavolo che ti porti: — proruppe il duca col volto arrossato per ira. — Ionon sono uno scolaretto innanzi a nessuno e non tollero lezioni da nessuno.

La cortigiana cambiava allora discorso e tornava di subito il principe al buon umore colle sue moine, colle ciarle, colle scurrili facezie che a quell’animo basso di vizioso coronato piacevano assai.

Finalmente la donna fu pronta per partire.

— O povera me! — disse essa dandosi un’ultima aggiustatina al cappello, innanzi allo specchio: — abbiamo fatto molto tardi, e sarà impossibile, anche passando per la scaletta di servizio e per la porticina, che nessuno mi veda.

— O virtù incontaminata! — esclamò il duca ghignando: — hai paura che si offuschi un poco la purità della tua fama?

— Eh! non è per me che ho riguardi: — proruppe essa scuotendo le spalle con moto pieno di petulanza: — gli è per te, caro il mio duchino.

— Grazie mille! — disse lui con ironia. — O che hai paura che ne patisca anche la mia rinomanza da San Luigi Gonzaga?

— Vorrei risparmiarti delle noie: — rispose Zoe amorevolmente. — Se la duchessa venisse a sapere ancora...

— Eh sempre la duchessa! — interruppe con impazienza, maggiormente imbizzito il principe. — Oh quante volte l’ho da dire che dilei m’importa un cavolo, che voglio essere e sono padrone di far tutto quello che mi piace?... Anzi, per fartela vedere, tu non partirai dall’usciolino del mio appartamento, nè scenderai dalla scaletta, nè lascerai il palazzo per la porticina; ma verrai fuori per l’uscio grande, passerai nelle sale e nelle anticamere, andrai giù dello scalone e verrai fuori per la porta principale, dove stanno le sentinelle.

La Zoe si mostrò abilmente spaventata a tale idea; e questo bastò per farvici incocciare vieppiù il caparbio principe.

— Sì, certo, tu uscirai di lì, e io ti accompagnerò fino all’anticamera.

S’avviarono difatti, chiaccherando forte, ridendo, come uno studente e una sartina che hanno avuto il loro primo ritrovo amoroso; ma penetrando nella gran sala, che dovevano attraversare, la donna che veniva prima e sghignazzava appunto della più bella, tacque di subito e si ritrasse un pochino indietro, quasi volesse evitare di introdursi in quel luogo e anzi fuggirne.

— Che cos’è? — disse il duca passandole innanzi; e vide dalla parte opposta della sala, dritta presso il camino, appoggiato un gomito alla spalliera d’un sofà, pallida, guardando fisso verso di loro, la duchessa.

Era una donna di statura poco alta, di corpogrosso, già afflitta, benchè giovane, di quella pinguedine che in tutti i veri Borboni venne a guastare la finezza del tipo della loro famiglia. Non era molto bella, nè i lineamenti piuttosto risentiti si vantaggiavano di molta espressione; ma nel complesso della sua figura notavasi pure una certa dignità, nel contegno e nello sguardo una nobiltà nativa che imponevano, se non simpatia, alquanto di rispetto.

— Ah voi, duchessa! — fece Carlo III, inoltrandosi col suo fare dinoccolato e petulante.

La duchessa levò un po’ più la testa e disse superbamente:

— Vi ho mandato a chiamare; ed è un’ora che aspetto.

Si sentiva nella frase e nell’accento la discendente di quel Luigi XIV che aveva detto il famoso: «J’ai failli attendre.»

Il duca si sentì venir rosso e si arrabbiò di arrossire; rispose grossolanamente:

— E se non volevate più aspettare, potevate andarvene. Io, grazie a Dio, non ho da stare ai cenni di nessuno.

La duchessa non rispose; strinse sottilmente le labbra e fece chinare innanzi ai suoi gli occhi insolenti e mobili del marito.

Zoe si era abbassato il velo sulla faccia e s’avanzava umilmente a capo chino: quando si trovò sotto il fuoco di quegli sguardi indignatidella duchessa, strisciò una profonda riverenza. La principessa la coprì d’un ratto sguardo di disprezzo che alla cortigiana parve la investisse dal capo alle piante di un gelo, e poi voltò lentamente il viso da un’altra parte. Il sangue della avventuriera le ribollì nelle vene a quello che in quel momento parve a lei il maggiore, il più offensivo e crudele segno di disprezzo che avesse mai ricevuto. Si curvò pel primissimo istante sotto quel tacito oltraggio che come un peso cadutole sul capo la oppresse; ma non tardò a riagire e ribellarsi la temerità della sua indole perversa e sfacciata; la si trasse indietro dal volto il velo che ne copriva le fattezze, quasi ad umiliare colla sua bellezza di cortigiana la mancanza di seduzioni della donna superba che vantava sangue di stirpe da tanti secoli reale e diritti onorati di moglie legittima; sulle guancie di quel suo pallore marmoreo lo sdegno aveva chiamato un lieve rossore, che pareva una fiamma interna che desse riflessi di luce rosata a un involucro d’alabastro; i suoi occhi brillavano con quel fuoco inesprimibile, con quella intensità impareggiabile che abbiamo già più volte notata; si drizzò anch’essa della persona molto più alta, spigliata e di forme eleganti che non quella della duchessa, avvolse quest’ultima in una occhiata piena di insolente commiserazione,e poi ripresa tutta l’agiata, famigliare libertà di modi e la scurrile ilarità che aveva dapprima, continuò il suo cammino verso la porta, dove giunta, si fermò un momentino a voltarsi indietro, a saettare d’uno sguardo acuto, incisivo, maligno la duchessa sempre immobile al suo posto e il duca che le sorrideva sguaiatamente sfrontato, e disse a costui coll’accento con cui quella sorta di miserabili donne parlano ai loro amanti d’un’ora:

— Duca mio caro, sai pure il proverbio: dopo il peccato la penitenza... Ti lascio a questo dovere di buon cristiano.

E dando in una risatina, sparì dietro la portiera dell’uscio.

La duchessa trasalì come trafitta inaspettatamente da una punta: arrossò sino alla fronte; si volse ratta — non verso quella ignobil donna che l’aveva insultata — verso il marito che, come tale, come cavaliere, come sovrano le doveva protezione e giustizia, e attese una sollecita repressione, una subita vendetta di quell’oltraggio. Carlo III rideva come aveva riso quella femmina e diceva quasi in tono di apologia:

— Che matta!... Già fu sempre tale e quale! una testa bizzarra che se le viene alla lingua un epigramma, nemmeno il diavolo glie lo fa ricacciare in gola.

Cresciuto ancora il rossore delle guancie, la principessa fece due o tre passi con impeto verso il marito: ma poi si fermò, ben lasciò scorgere la molta forza che dovette fare su sè stessa per frenarsi, si morse le labbra, divenne pallida e dopo un istante, con voce contenuta, commossa, piena di nobile dignità disse:

— Credevo che almeno qui, in casa mia, avreste sentito il dovere, per vostro stesso decoro, di rispettare la madre di vostro figlio, la sorella di Enrico V.

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Il colloquio fu lungo, animatissimo, tale che il duca, stizzoso e prepotente com’era, a un punto dovette perdere affatto il lume della ragione. Parecchi impiegati di Corte e servi, dalle stanze vicine, benchè gli usci fossero chiusi, udirono gli scoppi della collera di Carlo III, a cui con indegnata parola venivano dalla moglie rinfacciati i torti vergognosi davvero dell’uomo, del marito, del principe.

A un tratto da mani concitate si spalancarono gli usci che mettevano da una parte al quartiere del duca, dall’altra a quello della duchessa, e i due corsero ciascuno nelle proprie stanze, come se si fuggissero a vicenda. Il principe ordinò che si attaccasse una quadriglia a unphaétonche avrebbe condotto egli stesso apasseggio per la sua buona città di Parma; la principessa, bianca come un cencio, sconvolta, le labbra allividite, gli occhi bassi, andò a rinchiudersi nella sua camera e per delle ore non vi lasciò entrare nessuno: e la attendente che quella mattina era di servizio, narrò poi che traverso l’uscio l’aveva sentita a piangere disperatamente con singhiozzi dolorosissimi.


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