LI.
Matteo, affrettatosi al palazzo abitato dal conte di Camporolle, la sera prima, aveva provata non poca contrarietà nell’apprendere che il giovane, benchè l’ora fosse già tarda, non era ancora rientrato. Era rimasto ad aspettarlo, e a seconda che il tempo passava, egli sentiva accrescersi un ansioso timore, tanto che ad un punto non ci potè più reggere, e quantunque sapesse che il giovane l’avrebbe di ciò rampognato, volle andarsene a cercare di lui al teatro, dove credeva per cosa sicura ch’egli si trovasse. Giunse che lo spettacolo era appunto finito e le porte si chiudevano alle spalle degli ultimi che uscivano fra i pochi rimasti a godersi intiera la serata dopo i guai che abbiamo visto. Ma se nell’interno del teatro la violentarepressione aveva fatto il silenzio ed il vuoto, di fuori nella piazza era continuata una vivace agitazione in innumerevoli capannelli che si formavano qua e là, e sciolti dai gendarmi, andavano a riunirsi più lontano, ne’ quali si discorreva animatamente dei fatti avvenuti, e come suole, si esageravano anche le vicende e se ne inventavano di pianta.
Quando Matteo sopravvenne, quell’agitazione era tutt’altro che finita; anzi nemmeno scemata; ed egli, da brandelli di discorsi che colse a volo qua e là passando in mezzo ai gruppi, potè indovinare gran parte di quello che era avvenuto. Il suo timore riguardo ad Alfredo s’accrebbe e prese corpo: nulla era di più facile che anche il giovane avesse partecipato a quelle dimostrazioni e contasse nel numero di quei tanti arrestati di cui aveva udito far cenno, numero che le ciarle della gente accrescevano ancora. Siccome da nessuna parte egli aveva potuto vedere il giovane, e se questi fosse andato a casa, per istrada avrebbero dovuto incontrarsi, Matteo pensava già di rivolgersi senza indugio a domandarne al direttore medesimo della Polizia, dal quale credeva di aver buona ragione per aspettarsi sollecito ricevimento e soddisfacente risposta; quando in un crocchio di persone che agli abiti apparivano appartenere alla classe più elevata, udì, in mezzoall’animatissimo discorso, pronunziare il nome del conte. S’accostò, tese le orecchie e quello che potè afferrare dalle parole riguardanti Alfredo, fu tale da dargli il coraggio di frammettersi a quel gruppo e supplicare gli dicessero chiaramente e particolareggiatamente tutto quello che era capitato al conte di Camporolle, poichè egli era un servitore devotissimo di quel giovane e veniva appunto in cerca di lui.
I cortigiani presenti all’indegno rabbuffo del principe contro Alfredo avevano raccontato la scena, e colle immanchevoli frangie la novella n’era corsa rapidamente per la parte più signorile del pubblico; i signori interrogati da Matteo, poterono al vecchio narrare tutto il vero e più del vero. Terminando, e’ credettero però di poter assicurare chi con tanta passione li interrogava, che il conte non era stato arrestato, perchè lo si aveva visto uscire precipitosamente, affatto libero, da teatro e correre via come un matto.
Matteo ringraziò, e poichè non sapeva dove avrebbe potuto andare a cercare del giovane, più angosciato di quando era venuto, se ne tornò alla casa di Alfredo sperando di trovarlo rientrato. S’ingannava. Passarono ancora delle ore, lunghe pel vecchio ed angosciose, prima che il conte comparisse. L’Arpione gli corse incontro; ma l’ebbe appena scorto che esclamò dolorosamente:
— Gran Dio! Donde viene?... Lei soffre!
Alfredo faceva davvero pena a vedersi. L’ebbrezza non ancora cessata, la terribile concitazione dell’animo e la febbre del cervello e del sangue che lo tormentava, avevano traccie tremende sul volto allividito, contratto, negli occhi infossati, nelle chiome scarmigliate, nei panni scomposti del misero giovane. Barcollante egli si appoggiò a una mensola, e con isguardo e accento pieni di sprezzosa ripulsione, disse a Matteo che gli si accostava come per sovvenirlo e tendeva le mani quasi a sorreggerlo:
— State in là... voi! Non mi toccate!... Sempre voi! Che cosa mi volete ancora?... Non vi ho detto di lasciarmi?
Il vecchio si fermò, si curvò più raumiliato che mai, e rispose con voce quasi lagrimosa:
— Son qui per darle una risposta che Ella aveva pur tanto eccitata... Non mi aveva Ella ordinato di rinvenire il luogo?...
Alfredo lo interruppe con vivacità impetuosa:
— Dove mia madre è sepolta! — disse. — Sì, è vero: e voi venite già a dirmi?...
— Che quando si sia che a Lei piaccia, io posso condurla colà.
Il giovane mandò un’esclamazione che era mezzo un grido, mezzo un sospiro; si passò una mano sulla fronte e ripetè a sè stesso, come una preghiera, come una formola magica davincere la sventura: — Mia madre! Mia madre!
In mezzo alle infuocate, mordenti, struggitrici passioni che lo torturavano, quello era per lui come un soave alito di pura freschezza: il nome di madre, il pensiero di quell’affetto sacrosanto che a lui era sempre mancato.
— Quando si sia? — disse poi con calore: — ma subito, dimani stesso... appena aggiorni.
— Ah no, signor conte: — aggiunse vivamente Matteo: — domani Ella ha bisogno di riposo, fors’anco di qualche cura medica. Non vede com’è disfatto!... Le emozioni che ha sofferte...
Una fiamma di rossore salì al volto livido di Alfredo.
— Voi sapete quello che mi è capitato? — interruppe violentemente.
— Ho sentito qualche vaga parola: — balbettò l’Arpione che non sapeva bene come regolarsi.
Il giovane si coprì colle mani la faccia.
— Ah se ne parla!... Ben lo dovevo prevedere... Per quanti giorni sarà l’argomento delle ciarle di tutta Parma!.... O mia vergogna!
— Ma no, ma no: — s’affrettò a dire Matteo, sperando distrurre il cattivo effetto delle sue prime parole. — Non c’è vergogna di sorta: la brutta figura è tutta per quel prepotente....
Alfredo, senza badargli, lo sguardo smarrito, i denti stretti, diceva a sè stesso con fremito di rabbia:
— La vergogna sarà lavata... Vedranno tutti se io ingoio l’oltraggio e mi taccio... Ah! la punizione, la vendetta sarà pari all’offesa...
— Che cosa? Che cosa dice? Che cosa pensa, signor Alfredo? — saltò su il vecchio spaventato. — Spero bene che le son codeste sue parole in aria, e che la non avrà la pazzia di voler lottare contro quel cattivo principe che può schiacciarla...
— Voglio.... voglio.... quel che voglio lo so io.
— Dia retta a me, non immagini delle pazzie... Vede bene che se avesse accettato il mio consiglio, si sarebbe risparmiato una brutta sera... Ebbene, quel consiglio medesimo, che le ho dato questa mattina, è ancora il migliore pel presente. Parta, signor conte, abbandoni quest’infelice paese...
Il conte lo interruppe.
— Basta: i vostri consigli non li voglio...
— Senta! — riprese pur tuttavia il vecchio colla vivacità di chi ha afferrato una buona idea. — La prego in nome di sua madre... Domani stesso, poichè così vuole, la condurrò sulla fossa di lei... farò di più; la condurrò nella camera dov’essa è morta, le presenterò la donna che l’assistè negli ultimi momenti...
Alfredo gettò un grido.
— Sì! sì!... Ah potrò perdonarvi allora di molte cose!.... E ciò subito, domani, non è vero?
— Domani mattina verrò a prenderla alle otto.... E dalla tomba di sua madre, che prega per lei lassù nel paradiso, son certo che ella udrà pure venire una voce a dirle di ascoltare le mie parole...
Il giovane interruppe con un gesto d’impazienza che non ammetteva replica e congedò Matteo.
Ma il domani la gita disegnata non potè aver luogo. Una febbre fortissima aveva assalito il povero Alfredo, il quale, fuori affatto di cognizione, pronunziava incoerenti parole che tutti i presenti attribuivano al delirio.
Arpione, venuto all’ora posta, lasciò scorgere il più gran dolore per l’infermità del giovane, e sedutosi al capezzale di lui, non si mosse finchè, passata una crisi, il giacente venne in un benefico sopore; ma in questo frattempo il vecchio aveva raccolte dal labbro di Alfredo tali parole che l’avevano terribilmente spaventato, perchè rivelavano quali propositi di vendetta egli accarezzasse e come qualche cosa avesse già iniziato per metterli in atto. Egli determinò all’istante di salvare il conte dal precipizio in cui stava per cadere; chiamò a sèla governante, donna di cui poteva affatto fidarsi, e la pregò, finchè il malato delirasse, di star lei presso al letto e di non lasciarci nessuno dei servi, di raccogliere tutte le parole che il poveretto pronunziasse e di ripetergliele poi esattamente a lui, Matteo, quando tornasse; e poi, pensieroso, preoccupato, uscì dirigendosi verso la gran piazza.
E giunse su questa a tempo appunto per assistere ad una scena caratteristica delle maniere del duca; scena che non doveva essere senza importanza per lo svolgimento del dramma che stiamo narrando.
Nella piazza Grande c’era buon numero di gente; innanzi al caffè sopratutto, capannelli di giovani eleganti stavano discorrendo animatamente e, come può facilmente indovinarsi, argomento di tutti quei discorsi erano i fatti della sera prima. A un tratto, mentre appunto Matteo Arpione sbucava da una parte nella piazza, ecco da un’altra strada uno schioccar di frusta, un rumor forte di scalpito di cavalli e irrompere al gran trotto, anzi al galoppo addosso alla gente quattro stupendi cavalli attaccati a unphaétondall’alto del quale conduceva a grandi guide, con una lunga scuriada in mano, il duca, alla cui sinistra sedeva sfacciatamente la ballerina milanese fischiata la sera innanzi a teatro.
Uscito irritatissimo dal colloquio colla moglie, al duca era sembrato buon mezzo per vendicarsi e sfogarsi, ripetere la sciocca bravata di mostrarsi in pubblico, insieme colla ballerina, e condotto il legno sotto il quartiere abitato da quella ragazza, l’aveva mandata a chiamare per mezzo d’un domestico. La danzatrice si era affrettata ad ubbidire, e così avveniva che ora ricomparisse sulla gran piazza a fianco del principe, sfidando la pubblica opinione, offendendo il sentimento morale di tutta una cittadinanza.
La carrozza ducale irruppe con tanto impeto nella piazza, che poco mancò non ne restassero schiacciati i primi pedoni in cui s’abbattè, i quali a stento scamparono saltando in disparte.
— Eh! fate attenzione, marmotte! — gridò sprezzosamente il duca dall’alto del suo seggio facendo schioccare la frusta. — Non siete buoni a far largo?
Erano gente della plebe, donne e ragazzi; si tirarono in là umili, salutando con timore; ma i signori che stavano un po’ più lontano, mandarono un mormorio, e poi, siccome il duca volgeva gli sguardi su di loro e spingeva i cavalli a quella parte, quasi tutti, per non aver da salutare, sbiettarono, alcuni entrando vivamente nel caffè, altri gettandosi nella stradapiù vicina. Ma il duca sollecitò ancora la corsa dei cavalli, e colla sua lunga scuriada arrivando fin dietro i fuggenti, ne gettò a terra i cappelli mentre gridava colla sua voce squarrata:
— Salutate, marrani, villanzoni che siete!
Fra coloro a cui fu gettato a terra il cappello di quel modo, erano due o tre dei principali nella congiura a cui quella notte medesima si era ascritto Alfredo di Camporolle, e fra essi un tale che aveva molta attinenza con dame e cavalieri che accostavano la duchessa e ne avevano acquistata la fiducia.