LII.

LII.

Abbiamo visto come, la mattina medesima di quel giorno che doveva chiudersi con sì importanti avvenimenti pel conte di Camporolle, Matteo Arpione si fosse partito di buon’ora da Parma con una carrozzella che l’Antonia gli aveva procurato, e non fosse tornato più che a sera calata. Non sarà inutile un breve racconto di codesta gita dell’usuraio.

Egli aveva spinto il cavallo ad un buon trotto, e non si era fermato più che ad un’osteriuccia posta sulla strada alla distanza di circa una dozzina di chilometri, dove avevalasciato cavallo e carrozza, si era ordinato da pranzo e poi erasi allontanato a piedi, avviandosi verso un gruppo di case, quasi nascoste in mezzo alla campagna a un buon trar di schioppo dalla strada.

Se alcuno avesse potuto essere con lui ad osservarlo in codesto suo viaggetto, avrebbe avuto da notare come, man mano che egli si veniva accostando a quel paese i suoi lineamenti pigliavano l’espressione di chi ritorna in paese non più veduto da lungo tempo, ma che per qualche efficace ragione gli è stato potentemente impresso nell’animo e si commuove a seconda che rivede e riconosce luoghi che gli ridestano vive delle memorie interessantissime della sua vita. Quando con passo lento si diresse, come ho detto, a quella specie di casale nascosto fra le alte piante, la sua figura di solito così apatica esprimeva una mestizia profonda, sentita, non priva di tenerezza. Quei luoghi, qualunque fosse il tempo che non li aveva più rivisti, erano dicerto bene impressi nel suo ricordo, perchè egli camminò senza esitare, senza domandare indicazioni, per varii sentieruoli serpeggianti traverso prati e campi, dritto alla sua meta.

E la sua meta fu una casetta umile, anzi povera, un sol piano a terreno con sopravi un tetto di paglia, circondata da un orto ricintod’una siepe di biancospino il cui passaggio era chiuso da un cancelletto di legno tarlato, ombreggiata da due olmi giganteschi che la nascondevano e riparavano, divisa d’un bel tratto dalle altre che si raggruppavano un po’ più in là intorno al modesto campanile d’una povera chiesuola.

Quello non era veramente un villaggio, era una frazione di villaggio, il cui centro municipale era lontano una buona mezz’ora di cammino: e quella chiesa non era neppure una parrocchia, ma una succursale dove il cappellano aveva facoltà di amministrare all’uopo certi sacramenti.

Matteo giunto al cancelletto della siepe si fermò, stette un momento immobile a guardarsi dintorno e un appannamento, come il velo d’una lagrima, venne alle sue pupille. Chi avesse potuto leggergli nel pensiero avrebbe visto ch’egli diceva a sè stesso:

— Nulla v’è di cambiato, fuorchè le piante un po’ più cresciute, la casa diventata più scura, questo cancello, gli usci e le imposte delle finestre più tarlati... Eppure sono passati più di venti anni!

Guardò nell’orto con occhi bramosamente vivaci; non ombra di essere umano; la casa era chiusa; fuori che due colombi i quali si perseguitavano sul tetto tubando, tutto era immobilità e silenzio.

Stato ancora un poco, Arpione si mise a chiamar forte.

— Tino! Tino!... O Battistino!

Non gli fu risposto che da un cane vecchio spelato, di quelli dal muso aguzzo che si dicono volpini, il quale si levò da un mucchio di paglia dove stava sdraiato e venne al cancelletto abbaiando raucamente.

Il vecchio lo guardò con una specie di compassione.

— Sei tu, misero botolo, il solo compagno del povero becchino? Mi apparisci magro e sfiancato com’era il tuo padrone quando l’ho conosciuto e come sarà probabilmente anche ora... Non vuoi lasciarmi entrare?... Non capisci che io sono un amico?

Così dicendo, Matteo, da persona pratica, passò la mano traverso le stecche del cancello, sollevò un rozzo saliscendi che trovavasi all’interno e spinto il cancello lo aprì ed entrò malgrado le proteste fattesi più clamorose del cane incollerito.

— Quanta fedeltà canina! — disse con amara ironia l’Arpione. — E pensare che se avessi un tozzo di pane, lo farei tacer subito.

Andò diritto, risoluto verso la casa, e il cane gli venne dietro annusandogli i talloni e seguitando ad abbaiare. L’uscio era chiuso, e Matteo, dopo averlo tentato invano, si volse senza esitareal più vicino dei due olmi, cacciò la mano entro un buco di esso e ne tolse una chiave che vi era riposta.

— Tino ha pur sempre le medesime abitudini: — disse sorridendo lievemente: e con quella chiave andò ad aprire l’uscio di casa.

Quando vide quell’intruso spalancare la porta e cacciarsi dentro, il cane divenne addirittura furibondo e con abbaiamenti rabbiosi si slanciò alle gambe di quell’audace per morderlo. L’Arpione cominciò per allontanarselo con un buon calcio che lo mandò a guaire quattro passi lontano; poi, entrato nella stanza a terreno, e visto sopra una madia un bel pezzo di pagnotta, lo prese e s’affrettò a gettarlo all’animale che, più rabbioso di prima, s’apprestava a rinnovare l’assalto. Il cane esitò un poco fra l’ira e la gola; ma poi vinse quest’ultima, e azzannata la pagnotta, e’ si mise a divorarla, grugnendo però ancora di quando in quando.

— E l’ho comprato col pane del suo padrone medesimo! — esclamò Matteo coll’amara ironia di poc’anzi.

Poi guardò attentamente intorno a sè. Era dell’interno della casa come dell’orto: tutto era lo stesso e allo stesso posto, se non che più invecchiato. Matteo mandò un sospiro, e poi aprì un uscio laterale, chiuso colla sola stanghetta a molla della serratura ed entrò in unacameretta bianca, pulita, con un letticciuolo, due sedie, un crocifisso appeso al muro, una piccola valigia e nient’altro.

Il vecchio usuraio stette un momento immobile sulla soglia a contemplare quella cameretta, come se vi fossero colà dentro chissà quanti oggetti preziosi da ammirare; mandò un altro sospiro più profondo e disse fra sè:

— Quel poveruomo ha mantenuto la parola che mi ha dato: essa è tale e quale.

Poi penetrò nella stanza e chiuse accuratamente l’uscio dietro di sè: s’appressò al letticciuolo e cadde in ginocchio presso a quel capezzale.

Era passata forse una mezz’ora, quando un uomo alto, segaligno, vecchio, un po’ curvo della persona, ma con aspetto robusto, il volto pieno di rughe fittissime, il cranio pelato, la pelle color di rame, vestito poveramente da contadino, sopraggiunse e si stupì fortemente nel trovare l’uscio di casa aperto e il suo cane che gli faceva festa con una cert’aria tra di paura e di compunzione che lo rivelava chiaramente reo di qualche colpa.

— Che cos’è ciò? — disse egli forte, come se interrogasse il cane. — Chi è venuto?

La bestiola rispose a modo suo, cioè con un abbaiamento: ma in quella l’uscio della cameretta vicina si aprì e comparve sulla soglia Matteo Arpione.

— Son io: — disse questi, fissando attentamente il nuovo venuto.

I due vecchi si guardarono un poco: il padrone della casupola con istupore, l’altro con non dissimulata commozione.

— Non mi riconoscete più, Tino? — disse Matteo, avanzandosi d’un passo.

— Se non vi trovassi qui, — rispose quell’uomo, — se non vi vedessi uscire da quella camera, di certo non vi riconoscerei più, tanto siete cambiato!

Matteo mandò un sospiro che pareva di rimpianto.

— E tanto tempo è che non vi ho più veduto: — si affrettò a soggiungere Battistino, come per desiderio di rimediare al poco buono effetto delle prime parole.

Ma la giunta parve all’Arpione meno gradita ancora della derrata, e col tono di chi si scusa da un rimprovero che lo punge nel vivo, rispose:

— Che volete? avevo promesso e m’ero proposto di venire sovente; ma non ho potuto. Gli affari... ho molti, ho troppi affari per le mani... le vicende d’una vita agitata, laboriosa, pugnace, me ne tolsero sempre il tempo e la possibilità.

— Bene! bene! disse il becchino coll’accento di filosofia pratica d’un uomo che non si cura il meno del mondo di quanto pensanoe fanno gli altri. — Ho pur capito che doveva essere così... Ma io vi aveva fatta una promessa: e questa, nei venti e più anni che sono passati, ho sempre mantenuta, come se voi aveste da arrivare ad ogni momento per vedere se ero fedele nell’adempirla.

— Vi ringrazio, — pronunziò Matteo con una lentezza che celava una commozione. — Ho già visto la camera: voi l’avete rispettata...

— Eh! — interruppe Battistino con certa sua rozza impazienza. — Mi avete pagato... mi avete ricomprato per ciò tre o quattro volte questa casipola... Finchè io viva, le cose staranno a quel modo.

— E la tomba?

— Venite a vedere... vengo appunto di là. Quello è il mio mondo; quando non sono chiuso nella solitudine della mia casa, son là in quella solitudine coi morti. Ho estirpato or ora le male erbe intorno al tumuletto e inaffiato i fiori. Venite pure.

— Andiamo: — disse laconicamente Matteo, avviandosi pel primo.

Battistino lo seguì.

La giornata di marzo era lieta, serena, tepida: una giornata precoce di primavera. Gli alberi avevano da lontano una tinta rossigna per le gemme presso a sbocciare; le erbe nei prati si drizzavano alteramente con un allegroverde di smeraldo; correvano per la campagna certe aurette tepenti, certi profumi indefinibili che avvivavano il sangue e rallegravano lo spirito. Era la natura che nel suo eterno ridestarsi cominciava a sorridere.

Matteo camminava sollecito, primo, e Battistino gli veniva dietro curvo, col suo passo allungato: non si scambiarono una parola. Il cancello del cimitero era aperto: l’usuraio v’entrò, ma poi, fermatosi, diede una sguardata tutt’intorno, come incerto della direzione da prendere.

L’umile cimitero di campagna, in cui non si drizzavano fastosi monumenti marmorei, in cui fra le erbe alte e gli arbusti incolti e gli alberetti non rimondati sorgevano qua e là croci di legno, le più pericolanti, alcune già cadute: l’umile cimitero era pieno di sole, di pace, di voci d’augelli allegramente pigolanti nel tripudio dei loro amori primaverili.

Il becchino entrò innanzi a Matteo e additandogli una parte, gli disse:

— Da questa.

Matteo fe’ cenno col capo che ci si ritrovava, e riprese il cammino con passo sicuro.

In un angolo del quadrilatero che formava il Campo Santo, un po’ appartata da tutte le altre fosse ve n’era una segnata da una croce di larice, da poco rinnovata, e sulla parte trasversaledi essa stava inciso rozzamente un semplice nome:Giuseppina.

Tino precedette l’Arpione sino a quel luogo e là si fermò.

— È qui! — disse.

Matteo ripetè il medesimo cenno di testa e si fermò anche lui a un passo lontano da quella croce.

Il tumuletto di terra, ben ripulito, era circondato da una corona di piccoli rosai che già cominciavano a metter fuori i bottoni: più in là curvava sopra la croce i suoi rami pendenti ancora spogli di frondi un salice piangente.

L’usuraio incrociò le braccia al petto e rimase immobile, chinando basso basso il volto, così che non se ne sarebbero potuti vedere da nessuno i lineamenti. Forse la presenza del becchino lo trattenne da mettersi in ginocchio presso quella tomba, come aveva fatto al capezzale del letto in cui aveva mandato l’ultimo respiro la donna che giaceva sepolta sotto quei rosai.

— Vedete! — disse Tino dopo un poco: — la croce è nuova di pochi mesi: è la terza che ricambio... e ci scolpisco sempre su il nome io stesso.

Matteo accennò di nuovo col capo in atto d’approvazione; poi si levò il cappello e stette un dieci minuti, guardando fisso innanzi a sè:la sua fisonomia era, come al solito, senza espressione veruna.

— Va bene, Tino: — disse quindi. — Sono contento di voi... Andiamo a casa: devo parlarvi.

Ebbero un lungo colloquio, in cui Matteo diede all’altro minute ed esatte istruzioni. Al venir della sera, l’Arpione ripartì per tornarsene a Parma, dove ebbe altro colloquio coll’Antonia, dopo il quale s’era recato, come vedemmo, al palazzo abitato dal conte di Camporolle.

La mattina dipoi, quando aveva abbandonato Alfredo, assalito dalla febbre, Matteo, come fu detto, era stato testimonio del brutto fatto del duca frustatore in pubblico dei giovani che fuggivano per non salutarlo, e dell’indignazione che, partito il principe, malgrado il timore che ispirava pure la Polizia, non aveva potuto tenersi dal prorompere fra coloro che erano restati sulla piazza e colpiti e spettatori di quella intollerabile prepotenza.

Eravi sopra tutto un capannello composto per la maggior parte di popolani, in mezzo ai quali s’agitava e declamava più furibondo di ogni altro un tale, la cui fisonomia non riuscì nuova a Matteo. Bisognava sentirlo con che termini audaci e’ parlava del duca e delle prepotenze di lui e del governo, de’ diritti conculcatidel popolo, della vendetta che questo popolo oppresso avrebbe dovuto compiere! I più prudenti s’allontanavano discretamente da quel tribuno e dal gruppo dov’egli perorava; ma l’ira che aveva suscitato il contegno del duca faceva in quel momento meno prudenti anche i timidi, e molti erano quelli che si fermavano, ascoltavano, fremevano ed approvavano.

Matteo s’accostò anche lui, non tanto per udire, quanto per esaminare bene il declamatore, che a quel primo momento non sapeva dire dove se lo fosse già trovato innanzi; ma quando ne fu a due passi, la memoria a un tratto glie ne venne: quello era l’uomo che egli aveva visto la sera innanzi affacciarsi all’uscio dello stanzino nella bottega del suo amico Melchiorre, là dove un tratto aveva creduto travedere la bionda, pallida, delicata figura d’Alfredo. Se la sera prima la faccia rozza e cupa di quell’uomo era spiaciuta a Matteo, ora vedendola costì a declamare con esagerazione, rotando certi occhiacci e facendo la voce grossa, gli spiacque assai più.

— Quello è uno scellerato birbone capace d’ogni più tristo fatto: — disse a sè stesso Matteo, il quale per lunga esperienza e per accortezza si intendeva assai d’uomini e di fisonomie: — e son sicuro che qui fa l’agenteprovocatore, da cui quei goccioloni si lasciano mettere in mezzo.

Ora pensatevi qual fosse il suo stupore, — e uno spiacevole stupore, — quando nel pomeriggio, recatosi a pigliar nuove del conte di Camporolle, vide dalla camera stessa del giovane uscire un uomo, il quale era niente meno che il beone della sera innanzi e il tribuno piazzaiuolo della mattina.

Anche quell’uomo, che passò innanzi a Matteo nel partirsi, dovette riconoscere costui, perchè fece un atto di contrarietà, subito dissimulato, ma cui pure riuscì a scorgere l’occhio acuto del vecchio.

Interrogata la governante, l’Arpione apprese come Alfredo, tornato in sè, avesse voluto a ogni costo saltar giù dal letto, affermando che era aspettato, che aveva grandi e importanti cose da fare; come alle preghiere, alle insistenze, alla quasi violenza che gli si era fatto per tenerlo in letto, non si fosse acquetato, finalmente, che mercè la promessa di andare subito a cercare di un certo Michele al caffè della Piazza Grande e di condurglielo al capezzale il più presto possibile. Erano andati, avevano trovato quell’uomo, lo avevano condotto, ed era quel desso che Matteo aveva veduto partirsi dopo avuto con Alfredo un colloquio da soli di oltre mezz’ora.


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