LIII.

LIII.

Queste informazioni inquietarono di molto Matteo.

Era ormai accertato per lui come il giovane travisto nella bottega di Melchiorre la sera innanzi, fosse stato Alfredo, in compagnia di quell’uomo dalla faccia sospetta, che ora apprendeva chiamarsi Michele. E questi faceva il tribuno declamatore in piazza, ed era insieme col giovane dopo l’oltraggio da costui ricevuto dal principe, e Alfredo aveva tanta premura di accontarsi con lui e, benchè malato in letto, aveva insieme un lungo colloquio segreto! Chiunque avrebbe dubitato che tutto codesto si attenesse ai progetti di vendetta, che le parole pronunziate nel delirio del febbricitante avevano in lui rivelati: tanto più ne sospettò Matteo Arpione, secondo a nessuno nell’accortezza e negli indovinamenti.

Della ragione però che aveva mosso Alfredo a chiamare così sollecitamente Michele presso di sè, il vecchio non ne sospettò che una parte: il conte di Camporolle non aveva voluto solamente fare avvertiti i congiurati del suo malore, ma per prima cosa aveva pensato di renderne informata la baronessa di Muldorff.

Matteo frattanto, risoluto più che mai a salvare Alfredo dal pericolo che vedeva sicuro e imminente, affine di conoscere meglio chi fosse quel Michele, si affrettò alla casa dell’Antonia, e a costei domandò le spiegazioni che riteneva necessarie.

Per prima cosa, dalla descrizione che Antonia gli fece del giovane compagno di Michele la sera innanzi, ebbe la sicura conferma che quello era il conte; poi dai sospetti della donna intorno a Michele, gli fu ribadita la brutta opinione che egli si era fatta di quell’uomo, che fosse cioè un agente di polizia. Dopo ciò egli avrebbe dato qualunque cosa per sapere quali trattative e accordi fossero passati ed esistessero fra il conte e il popolano; e udito di Melchiorre che era conoscente e poteva anzi dirsi amico da tanto tempo di quel Michele, pregò la donna di provare, interrogando il marito, a tirargli fuori o qualche notizia positiva, o almeno qualche cenno e indizio, da cui un furbo come lui potesse dedurre la verità o almeno tal cosa che le si accostasse. Antonia, benchè protestasse che da quella massa di ciccia del suo Melchiorre non c’era da cavarne nulla che avesse un po’ di costrutto, tuttavia, stante la gran deferenza che per gratitudine aveva verso l’Arpione, accettò l’ufficio e si dispose compirlo senza il menomo indugio. Detto perciò al vecchio di aspettarla, discese subito per la scaletta interna della bottega, dove sapeva trovare sicuramente il marito e sperava a quell’ora non ci avesse compagnia.

In quest’ultima speranza fu delusa; essa non era ancora a mezzo della scala, che udì venire dalla bottega un chiacchiericcio animato, in cui l’accento delle voci e massime di quella del zozzaio pareva imbizzito. Al primo momento ella fece un atto di contrarietà e fu per tornarsene indietro stimando l’occasione meno propizia: ma poi tosto, alcune parole giunte fino a lei, le fecero cambiare avviso e la persuasero anzi che la sorte non poteva favorirla meglio per conseguire il suo fine, che di farle sentire, non vista, il colloquio che aveva luogo in bottega. Seguitò a discendere piano piano, tanto da non levare il menomo rumore, e venne a postarsi, l’orecchio ben teso dietro la tenda che scendeva innanzi all’uscio.

Quegli con cui Melchiorre parlava così animatamente non era altri che Michele medesimo.

Abbiamo visto come la sera innanzi quest’ultimo, partendosi col conte, avesse fatto di nascosto un ammicco al zozzaio, per annunziargli che avrebbe avuto bisogno di parlargli in segreto, e che quindi sarebbe venuto da lui all’uopo un momento o l’altro; al qual cenno l’omaccione aveva corrisposto con un altro compagno.A Michele premeva sapere qualche cosa di quel forestiero che, alloggiato presso Melchiorre e sua moglie, aveva dei segreti con quest’ultima e conosceva il conte di Camporolle; il marito d’Antonia non avendo ancora ricevuto il solito prezzo della pigione per quei locali a terreno, benchè parecchi giorni già fossero passati dopo quello in cui si sarebbe dovuto pagare, avido com’era del denaro, si struggeva dal farne rampogna e sollecitazione a colui che era stato intermediario in quell’affittamento e cui soltanto egli conosceva. Perciò, quando appena ebbe veduto entrare in bottega Michele, senza lasciarlo aprir bocca, movendogli incontro e parlando con una vivacità che in lui era veramente rara, gli disse:

— Benvenuto Michele!.... Vi aspettavo appunto... Spero che mi avrete portato i denari.

— Che denari? — domandò l’altro stupito a quell’attacco inaspettato.

— Oh bella!... Me lo domandate?... I denari dell’affitto...

— Ssst! — fece Michele interrompendolo e guardandosi dattorno. — Vi ho pur detto di non parlarne mai di codesto.

— Eh che qui siam soli e non c’è anima che ci possa sentire! — esclamò il zozzaio. — E conviene che ne parli se ho da farmene pagare.

— Vuol dire che non siete stato pagato?

— No, per mille diavoli.

— Ebbene, vi si pagherà, non dubitate: sarà un oblio momentaneo.

— Un oblio che non si deve fare.... Io voglio i miei denari, capite?... E faccio voi responsabile....

— Siete matto: — interruppe impaziente Michele. — Ve l’ho detto fin da principio che io non c’entro.

— Ah! non c’entrate! E chi è venuto a domandarmi quei locali? Chi ha conchiuso l’affare? Siete voi o non siete voi?

— Ma vi ho sempre detto che era per altre persone...

— Già:... E quelle altre persone non compariscono, e io non so di nessun altro, non conosco nessun altro che voi, e se non mi portate i denari quest’oggi stesso o al più tardi domani....

— Vi ripeto, — saltò su Michele con istizza anche lui, — che io di denari non ve ne faccio vedere manco il segno: che non è affar mio, che come avete ricevuto le mesate antecedenti riceverete anche questa senza mia intromissione, e che non mi secchiate più.

Era a questo punto il colloquio quando Antonia giunse, e trovò di molto interessamento lo stare ad ascoltare.

— E sapete che cosa io farò per prima cosa? — gridò Melchiorre. — Metterò in pratica il suggerimento medesimo che voi m’avete dato quel giorno: farò levare le serrature inglesi che quei signori sconosciuti applicarono ai due usci, le scambierò con altre mie, delle quali mi terrò le chiavi, e se ci avranno da mettere ancora il naso là dentro...

— Voi non farete codesto! — interruppe Michele incollerito. — Pensate che fra quei signori c’è gente che potrebbe farvela scontare cara e salata; e il guadagno che avete fatto e che potete fare ancora, può scambiarsi in danni che avrete da rimpiangere amaramente.

Questa minaccia fece effetto sul marito d’Antonia. Si grattò un orecchio, masticò una bestemmia, e tornato subitamente alla sua placida natura, disse strizzando l’occhio:

— E’ son dunque gente di alto bordo eh?

— Eh! eh! — ripetè Michele con un moto del capo e delle spalle che completava il significato dell’esclamazione.

— E allora perchè fanno questa brutta figura di non pagare a tempo?

— Ci hanno tante cose a cui pensare! State tranquillo che avrete quanto vi fu promesso.

— Va bene... conto sulla vostra parola.

— E ora, che siete diventato di nuovo ragionevole, mio caro Melchiorre, voi dovete levarmi di una grande curiosità.

— Che cosa? — domandò colla sua solita tranquillità il marito d’Antonia.

— Voi non vi siete mai curato di sapere chi e che cosa fosse quel forestiero, amico di vostra moglie.

— Io no: — rispose l’omaccione. — Dal momento che non me ne viene nulla in tasca.

— Ma se ve ne venisse, sareste capace di spillar fuori il segreto?

Il zozzaio fece saltare la sua epa madornale in una risata grossolana.

— Eh chi sa! — esclamò. — L’Antonia, anche malgrado gli annetti, mi vuol sempre bene, ed ha tuttavia certe velleità.... Approfittando di qualche momento di tenerezza...

— Bravo! — esclamò Michele ridendo villanamente anche lui: — approfittatene, cercate di sapere tutto il più che possiate di quel cotale, e perchè e come e da quando egli conosca un certo conte di Camporolle; e se mi saprete dire a dovere di tutto questo, una diecina di svanziche le avrete.

Melchiorre fece una smorfia.

— Dieci svanziche sono pochine.

— Ed è pochino anche il servizio che vi domando... Dunque quando devo tornare?

— Domani mattina.

— Ho capito!... — fece Michele accennandofurbescamente degli occhi. — E ora datemi un bicchierino di zozza.

Melchiorre prese la bottiglia e s’apparecchiò a mescere: ma nell’atto si fermò colla mano in aria e l’ampolla mezzo chinata.

— Ma, lo pagate? — disse.

— Uh! l’avaraccio! — esclamò Michele. — Vi ho fatto guadagnare tanti denari, unmarenghinobello e fiammante ieri sera, per quelle vostre porcherie... e avete il fegato di farmi pagare un bicchierino!

— Eh mio caro! — rispose Melchiorre: — il commercio è il commercio.

Michele tracannò d’un fiato il liquore, gettò due soldi sul banco e uscì dicendo:

— A domattina.

Il zozzaio prese tranquillamente le monete e le ripose nel cassetto; ma in quella trasalì a una ben nota voce che gli gridava alle spalle indignata:

— Ah cane traditore!

Si volse spaventato, e si vide innanzi la moglie accesa nel viso e colle mani sui fianchi.


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