LIV.

LIV.

La battaglia fra marito e moglie, come era facilmente prevedibile da chiunque conoscesse l’uno e l’altra, riuscì una sollecita e completa vittoria della seconda; anzi non vi fu neppure una vera battaglia, perchè quel ciccione di Melchiorre, mettendo sopra ogni altra considerazione quella del suo quieto vivere, tentò appena una mostra di resistenza col negare, e visto che l’Antonia aveva udito abbastanza da sapere più della metà e da indovinare il resto, si arrese, senz’altro, a discrezione, cedendo armi e bagagli, cioè spifferando ogni minima cosa dall’a alla zita.

Le rivelazioni di Melchiorre, comunicate a Matteo Arpione, suscitarono in costui un mondo di congetture. Poteva essere benissimo che chi si raccoglieva in quei locali di notte con tante cautele, fosse un branco di giovani viziosi che vi facessero orgie segrete, come Michele aveva detto al zozzaio: ma appunto lo averlo detto costui faceva nascere il dubbio che così non fosse. Per qual ragione lo stesso Michele aveva condotto fino a quell’estremo capo della città il giovane Alfredo, se non per farlo penetrare in quella segreta congrega? Era egli ammessibileche fossero venuti sì lontano dal teatro, onde il conte era uscito, solamente per bere un cattivo ponce in uno spaccio di sì bassa sfera? E se Alfredo veniva introdotto in quella misteriosa ragunata era da supporsi che vi si conducesse per desiderio o curiosità di lussuriosi diletti che là si godessero, lui che era di corretti costumi, e in una sera come quella, quando l’animo sconvolto doveva essere acconcio piuttosto a tutt’altro? I discorsi audacemente rivoluzionarii uditi dall’Arpione medesimo in bocca a Michele; la rabbia che aveva di certo destata in Alfredo l’indegno tratto del principe; le interrotte parole che erano sfuggite al giovane durante il delirio, tutto concorreva a fare argomentare che ben diverso dall’accennato era lo scopo di quelle notturne assemblee. Matteo ne conchiuse che lì v’era il pericolo imminente, da cui si doveva salvare il conte; e perciò determinò di venire in chiaro d’ogni cosa con ogni qualunque mezzo possibile, prevedendo e sperando che appunto dalla conoscenza dell’intera verità avrebbe attinto un modo sicuro di salute.

Melchiorre, completamente guadagnato alla parte di sua moglie e di Matteo, il quale gli fece capire che l’avrebbe compensato anche meglio di quanto farebbero gli avversari, promise che a Michele, allorchè tornasse per leinformazioni richieste, avrebbe risposto nient’altro se non che l’ospite di sua moglie era un antico maggiordomo del conte di Camporolle, il quale trovavasi a Parma per rendere ancora certi conti al suo già padrone; e promise in pari tempo che avrebbe comunicato ai soci ogni menoma cosa gli capitasse riguardo a quella misteriosa faccenda.

Matteo intanto per primo, s’era proposto di scoprire un nome almeno di coloro che partecipavano a quelle riunioni, e di appurare quando, come, con qual frequenza si radunassero. Aveva inteso da Melchiorre che la mesata gli si doveva ancora pagare; che l’altra volta gli era stata data da un uomo accuratamente coperto di mantello e nascosta la faccia nelle pieghe di esso, il quale, entrando di fretta, mentre non c’era nessuno in bottega, gli aveva gettato sul banco un rotolino di monete avviluppate nella carta con queste parole: «Eccovi il denaro che aspettate per quello che sapete;» e poi era fuggito; e che senza dubbio, dopo la sfuriata da lui fatta a Michele, o quel giorno stesso o il domani al più tardi, il gruppetto sarebbe venuto; ed egli determinò di fare in modo da poter vedere codesto messo. Si appostò pertanto nello stanzino ed ebbe la pazienza di starci appiattato quasi tutte le ore del giorno.

La sua pazienza fu ricompensata; quando si era già sull’imbrunire, l’uomo immantellato, appuntino come aveva detto Melchiorre, entrò sollecito, gettò il gruzzolo, disse le medesime parole dell’altra volta, e via. Melchiorre, come si era convenuto fra di loro, battè ratto nei vetri dell’uscio, dietro il quale stava aspettando l’Arpione; e questi saltò fuori.

— È venuto! — susurrò il zozzaio. — È appena uscito.

Matteo non istette ad ascoltar altro, si slanciò fuori della bottega, e nella strada che cominciava a diventar buia e in quel momento affatto deserta, vide alla distanza di cinque o sei passi un uomo che camminava affrettato. Si mise a seguirlo con felina precauzione.

Quel tale, non accortosi menomamente di essere così pedinato, quando fu in istrade più frequentate rallentò il passo, lasciò cadere dal volto la falda del mantello con cui si era coperto fin’allora i lineamenti, e prese l’andatura tranquilla di un uomo che non ha cosa che gli prema; dopo un poco, Matteo lo vide entrare in un bel palazzo nel centro di una delle principali e più signorili strade, vide che scambiò qualche parola con accento famigliare col portinaio che accendeva il lampione sotto l’atrio e poi salì la grande scala. Matteo non aspettò che mezzo minuto e quindi si presentò al portiere che rientrava nel suo camerino:

— Scusi, — gli disse parlandogli in pretto piemontese, — è ben venuto qui adesso adesso il signor?...

E disse il primo nome che gli venne a mente.

Il portinaio lo squadrò da capo a piedi colla superbia che è doverosa in un custode di suntuoso palazzo appartenente a nobile famiglia, e rispose altezzosamente:

— Siete matto brav’uomo...

— Mi perdoni, — insistette umilissimamente Matteo. — Se l’ho visto!... Ha parlato con Lei...

L’altero portinaio lo interruppe con una risata.

— Che! Che! Quello è il primo cameriere di S. E. il conte X.

— Ma questo palazzo adunque?...

— È quello del conte X.

— Oh scusi... Sono forestiero... Una rassomiglianza così perfetta... Mi duole averla disturbata...

E strisciando una mezza dozzina di riverenze si partì. Non ebbe da usare molta accortezza per apprendere tosto che il conte X di una delle prime famiglie dell’aristocrazia parmigiana, era il marito di una delle dame di Corte.

Fu tanto fortunato eziandio da potere, quella notte medesima, vedere i misteriosi pigionanti locali a terreno venire al ritrovo. S’era appostatoin una stanzuccia sotto ai tetti la cui finestruola si apriva nella parte posteriore della casa, e là, senza lume, tacito tacito, col naso fra le invetrate socchiuse, mezzo agghiacciato dalla brezza notturna, ebbe la virtù di stare in agguato per ore ed ore; finchè, suonata la mezzanotte, cominciò a vedere un’ombra nera scantonare dall’angolo più vicino e venire lenta con precauzione fino all’usciolo, aprirlo senza rumore e introdurvisi. Dopo un quarto d’ora o poco più, ecco un’altra ombra avanzarsi di quella medesima guisa, fermarsi all’uscio, battere in una maniera particolare ed essere ammessa in perfetto silenzio; poi un’altra e un’altra ancora fino a dieci. Rimasero chiuse là dentro circa un’ora e poi ad una ad una uscirono di nuovo, allontanandosi chetamente colle medesime cautele.

Matteo, lieto di quanto in sì breve tempo era riuscito a scoprire, andò a dormire, o per dir meglio, a riscaldarsi le membra intirizzite nel letto, dove stette con non poca tensione di spirito a pensare il modo migliore di regolarsi.

Il domani s’affrettò a recarsi al palazzo del conte in cui il giorno prima non aveva avuto tempo di mettere i piedi.

Alfredo stava meglio, ma era debolissimo: il medico aveva dichiarato che non si aveva il menomo pericolo non solo della vita, ma neppuredi una grave complicazione: era un trasporto di sangue al cervello accompagnato da un disturbo gastrico; in pochi giorni assicurava una compiuta guarigione, e intanto aveva ordinato dieta assoluta, bagnuoli d’acqua ghiaccia alla fronte, pozioni calmanti e leggermente purgative e silenzio e tranquillità. Il malato poi, prevedendo il ritorno di Matteo, aveva dato ordine non lo si lasciasse penetrare fino a lui e gli si dicesse, che quando si sarebbe sentito di riceverlo per quell’affare che sapeva, egli medesimo, Alfredo, lo avrebbe mandato a chiamare.

Matteo si ritirò senza insistere, promettendo a sè stesso di venire più volte al giorno a prendere le nuove del malato e di cercare intanto ogni modo per togliere Alfredo appena guarito ai pericoli da cui lo vedeva circondato.

Il giovane intanto che così assolutamente aveva comandato si respingesse ogni visita di Matteo, attendeva con ansia e con qualche speranza una visita che lo avrebbe fatto lieto: quella della Zoe. Gli pareva impossibile che essa, ricevendo l’annunzio della malattia di lui, non accorresse sollecita e amorevole a vederlo, a confortarlo, a prestargli quelle cure dell’affetto che sono più efficaci di ogni farmaco alla salute di persona delicata e sensibile. Ma il povero Alfredo attese invano, la baronessa non venne.

Quando Michele ebbe raccontato a quella donna tutto quanto era avvenuto al conte, essa aggrottò corrucciatamente le sopracciglia e piegò le labbra a un sogghigno pieno di amaro scherno.

— Svenutosi!... Ammalato!... La febbre! — esclamò con accento sprezzante. — Mi sono dunque ingannata? Non è che una femminuccia?... Non sarà mai l’uomo ch’io cerco. Ho sciupato tempo ed arte!

Ella non sapeva che l’uomo cui essa desiderava così intensamente di ritrovare, il destino stava per suscitarlo appunto in quei giorni, appunto in quei momenti.


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