LV.
Alfredo, fuggito di teatro e portato inconsciamente dalle gambe innanzi al palazzo della Zoe, nell’oscurità della strada, non aveva visto altro lume fuor quello che filtrava dai vetri d’un’umile finestra della povera casa che trovavasi di prospetto alla sontuosa abitazione dell’avventuriera. Ho già detto che quella modesta luce illuminava la veglia d’una buona moglie, d’un’eccellente madre di famiglia, che lavorando attendeva ansiosamente il ritorno in casa del marito, del padre de’ suoi bambini che dormivano tranquilli nella culla in quella medesima camera,il quale padre e marito, non era altri che Pietro Carra.
Questi, tornato col conte di Camporolle da Castel San Giovanni, aveva udito, non senza molto dispetto, dalle ciance della città, che erano pur venute a far capo alla sua bottega, come la Carlotta danzatrice, sua cugina, avesse dato tanto scandaloso spettacolo di sè, comparendo per le strade di Parma in carrozza col duca. L’onorato popolano s’arrabbiò maledettamente e del fatto in sè stesso che una donna a lui congiunta per sì stretto vincolo di sangue, si disonorasse in tal guisa, con tanta sfacciataggine spregiando gli ammonimenti ch’egli stesso le aveva dato; e del sospetto che poteva nascere nei maligni, e i maligni abbondano sempre, ch’egli, pur sellaio del duca, potesse vedere con occhio tollerante il disonore della cugina, e fors’anco vantaggiarsene. Per ciò prese parte attivissima all’accordo che nella giornata si fece fra la gioventù liberale di fischiare sonoramente quella sera la ballerina; e abbiamo veduto come egli concorresse all’esecuzione del disegno, e così bene che venne tratto in fortezza, e, per ordine espresso del duca, posto ai ferri.
È facile immaginarsi con che spasimo d’inquietudine la povera di lui moglie vedesse giungere il mattino, senza che Pietro comparisse;e come tosto, appena l’ora glielo permise, ella s’affannasse in cerca di informazioni. Non ebbe molto da fare per apprendere tutta la verità, perchè in tutta Parma non si parlava che dei fatti della sera precedente, e non solo l’arresto del Carra, ma le fiere parole pronunciate dal principe contro di lui erano a conoscenza di tutti.
La moglie disperata corse alla polizia per supplicare il suo uomo le fosse restituito, le venisse almeno concesso di vederlo: ebbe in risposta che la sorte dell’arrestato era nel beneplacito del duca, e che quanto a vederlo nessuno lo avrebbe potuto se non dietro un permesso esplicito del principe medesimo. La povera donna, stimolata dal suo grande amore pel marito, ebbe l’infelice ispirazione e il malaugurato coraggio di presentarsi a palazzo per supplicare essa stessa il principe, e affacciandosi timidamente sotto quel portone di cui le sentinelle stavano per impedirle l’ingresso, ebbe la sventura di incontrarvi il tenente colonnello conte Luigi Anviti.
Egli che accompagnava quasi sempre il duca e quindi era entrato più volte nella bottega del sellaio, dove la moglie di lui usava stare in assenza del marito a servizio degli avventori, conosceva per bene la donna sulla cui bellezza aveva pur gettati de’ cupidi sguardi insolenti;ed ella sapeva da parte sua che quello era dei più fidati e famigliari compagni del principe. Non badando più ad altro, la povera donna si slanciò innanzi al colonnello colle mani giunte a pregarlo, la introducesse presso il principe, le ottenesse la grazia del marito. Il degno cagnotto di Carlo III adocchiò la donna come fa il gatto d’un pezzo di lardo. La prese con sè e la condusse di sopra.
Mezz’ora dopo ella usciva, turbata, le guancie accese, gli occhi sfavillanti, un tremito di indignazione in tutta la persona, avendo resistito alle più infami proposte e minaccie del favorito del duca; ma quasi colla sicurezza che suo marito era perduto. Giunta a casa, la poveretta si era stretto al seno i suoi bambini ed aveva pianto e pianto. Non aveva potuto far libero il padre loro, ma almeno aveva loro conservata pura, incontaminata la madre.
Ora pensatevi qual fosse il suo felice stupore il domani mattina, mentr’essa levava di letto i bimbi e faceva loro pronunziare le preghiere, nell’udire su per la scala un passo affrettato che le era ben caramente conosciuto, nel vedere aprirsi la porta e precipitarsele addosso ad abbracciarla il marito. Nella commozione di quella gioia inattesa, la povera donna si lasciò sfuggire tali parole che in Pietro destarono sospetto di quello che a lei era avvenuto,e quindi alle pressanti richieste di lui ella non seppe sottrarsi, e finì per raccontare tutta la verità.
Il Carra strinse il pugno, se lo morse fino al sangue, e levando al cielo due occhi da furibondo esclamò:
— Ma per Dio! Quando finirà questa scelleraggine di governo?...
La liberazione di Pietro era poi avvenuta nel modo seguente:
Il duca, che non aveva saputo nulla della visita a palazzo della moglie del sellaio e dei perfidi tentativi dell’Anviti, quando aveva fatto attaccare alphaétonla quadriglia, aveva notato non so che difetto nei fornimenti e aveva voluto che gli si cambiassero.
— Metteteci quei nuovi a ornamenti gialli: — aveva ordinato; e i palafrenieri avevano dovuto rispondere mortificati che quei fornimenti non si avevano ancora perchè al sellaio non era stato possibile il terminarli.
Il duca bestemmiò, strappazzò i presenti e ordinò che quei fornimenti si andassero a pigliare e si portassero ad altro sellaio che promettesse di finirli in ventiquattr’ore. Così fu fatto, ma fra quanti ve n’era a Parma non uno se ne trovò che credesse potersi assumere un tal còmpito; laonde il principe, alla sera, udito tali risposte, comandò senz’altro che ildomani Pietro Carra fosse messo in libertà coll’ordine di terminare in una giornata quel lavoro, del quale se il principe fosse rimasto contento, egli avrebbe potuto venir perdonato per la sua ribellione a teatro.
Il fiero popolano usciva già dalla fortezza con un’irritazione d’animo che mai la maggiore pei mali trattamenti sofferti, pel doloroso avvilimento inflittogli dalle catene, e quello che apprendeva dalla moglie non era tale dicerto da sminuire il suo furore. Si serrò in casa, non si lasciò vedere da nessuno, naturalmente non toccò neppure il lavoro che gli era stato ordinato. E le ventiquattr’ore erano appena passate che il duca mandava i suoi uomini a vedere se i fornimenti erano pronti e a ordinare fossero portati alle rimesse ducali: non trovavano a bottega che un bardotto, il quale rispondeva di non saperne nulla, e che il principale, ammalato in casa, non s’era visto di tutto il giorno.
Carlo III salì su tutte le furie e mandò in casa del sellaio due staffieri che lo prendessero seco e anche colla violenza, se era necessario, lo conducessero subito al suo cospetto.
Pietro Carra non potè esimersi dal seguire gli uomini del principe; ma con qual animo così facesse, ve lo lascio pensare.
Il duca, siccome soleva quasi ogni giorno,era uscito a piedi, il suo frustino in mano, e, accompagnato da due o tre dei suoi cagnotti, fra cui l’antipatico e odiatissimo Anviti, se ne veniva giù dalla piazza grande, allorchè s’incontrò col Carra e la sua scorta che lo guidava a palazzo. Si fermò di botto e fe’ cenno al sellaio che gli si avvicinasse. Pietro obbedì, fremendo, e si piantò a tre o quattro passi dal duca, pallido, gli occhi bassi, tormentando con mano contratta il suo cappello a cencio che s’era levato. La presenza dell’Anviti, che aveva la solita aria prepotente e beffarda, copia scimmiesca di quella del principe, non era fatta per temperare l’ira che ribolliva nell’animo dell’onesto operaio. Per la piazza eranvi naturalmente gruppi di sfaccendati e va e vieni di passeggeri.
— E dunque — cominciò il duca alzando la voce, — codesti finimenti non me li hai voluti finire?
— Non ho potuto: — disse il Carra coi denti serrati.
— Che cosa dici? — riprese il principe parlando ancor più forte. — Alza il muso e pronunzia chiaro se vuoi che t’intenda. Il vero è che sei un poltrone e che invece di lavorare, com’è tuo dovere, ti piace fare il poffarbacco dove non dovresti. Or dunque metti testa a partito e ricorda bene che s’io posso perdonareuna volta, sono tanto più severo alla seconda. Quando mi darai quel lavoro?
— Non glielo darò: — rispose con voce sorda il sellaio.
— Come?... Ripeti un poco! — gridò il duca accostandoglisi d’un passo con aria minacciosa.
Pietro non si mosse.
— Che non glielo darò: — ripetè. Intanto il suo sguardo s’alzò da terra e gettò un lampo d’odio indomabile, che corse dalla faccia del duca a quella dell’Anviti.
— E perchè? — domandò il duca ghignando e agitando colla mano il frustino.
— Perchè non voglio più lavorare nè per lei, nè pe’ suoi pari.
Carlo III arrossì, e con motto ratto come un lampo alzò la mano e il suo frustino segnò una riga rossa sulla faccia pallida di Pietro Carra.
Questi non mandò una voce, non fece un moto, restò come impietrato, solamente divenne più pallido ancora e gli occhi gli si oscurarono un’istante, come a chi sta per isvenire. Diffatti per un minuto secondo non ebbe coscienza di sè; quando tornò alla pienezza de’ suoi sensi, quando il sangue a fiotti gli si precipitò alla testa, quando guardò intorno a sè fieramente, selvaggiamente, travide il ducache s’allontanava sghignazzando co’ suoi che sghignazzavano, e faccie curiose, indignate, compassionevoli di passeggeri che si erano fermati a guardarlo. Si piantò fino sugli occhi il cappello, si sferrò dal posto e corse a rinchiudersi di nuovo in casa.
Quella stessa sera Michele recava alla Zoe un pezzettino di carta su cui erano scritte con carattere falsato, ma che la donna sapeva bene a chi apparteneva, queste parole:
«L’uomo è trovato!»
«L’uomo è trovato!»