LIX.
«Mio tesoro — Penso al giuramento che hai pronunziato; e ti ammiro e ne tremo. Vorrei saperti lontano le mille miglia: ho il maggior rimorso d’esser cagione che tu sei qui venuto. Un compito così terribile non è da te. Abbandona il tuo disegno, la città, me stessa; e lasciami al mio funesto destino. Colui verrà domani, di pieno giorno, domani alle quattro pomeridiane. Ha quest’audacia! Me l’ha fatto annunciare, mi ha fatto comandare di aspettarlo come una schiava... Ho il sangue che mi freme... Ah! se verrà! Se dovrò aver l’onta di rivederlo qui!... Il mio furore, il mio odio m’ispireranno. Tu parti, fuggi: sarò tranquilla, più ferma in ciò che dovrò compire anche colla mia debol mano di donna, se ti saprò lontano da non potere per nulla comprometterti, da essere affatto in salvo, checchè avvenga. —Zoe.»
«Mio tesoro — Penso al giuramento che hai pronunziato; e ti ammiro e ne tremo. Vorrei saperti lontano le mille miglia: ho il maggior rimorso d’esser cagione che tu sei qui venuto. Un compito così terribile non è da te. Abbandona il tuo disegno, la città, me stessa; e lasciami al mio funesto destino. Colui verrà domani, di pieno giorno, domani alle quattro pomeridiane. Ha quest’audacia! Me l’ha fatto annunciare, mi ha fatto comandare di aspettarlo come una schiava... Ho il sangue che mi freme... Ah! se verrà! Se dovrò aver l’onta di rivederlo qui!... Il mio furore, il mio odio m’ispireranno. Tu parti, fuggi: sarò tranquilla, più ferma in ciò che dovrò compire anche colla mia debol mano di donna, se ti saprò lontano da non potere per nulla comprometterti, da essere affatto in salvo, checchè avvenga. —Zoe.»
Questa lettera, scorsa in fretta da Alfredo, aveva fatta in lui una penosa impressione. La visita al cimitero in cui riposava sua madre, tutta la giornata passata in mezzo a sì care e sacre memorie gli avevano temperato l’animoa una dolce mitezza, a una tenera commozione di affetti, da cui il ricordo, l’immagine, le parole della Zoe e l’idea degli avvenimenti ingrati e delle terribili passioni che l’accompagnavano, bruscamente veniva a staccarlo, quasi strappandogliene l’anima e il cuore. La voce dello spirito materno gli aveva parlato di amore, di fede, di cielo: ecco quella della sirena venirgli a susurrare di odio, di vendetta e d’inferno. Si chiuse nella sua camera e proibì che persona viva osasse disturbarlo, e da solo dibattè fra sè stesso il terribile quesito: o essere assassino o essere spergiuro.
Dopo una notte, la cui veglia angosciosa ciascuno può immaginarsi, Alfredo ebbe la consolazione di ricevere la risposta alla sua lettera di Ernesto Sangré. Non era molto lunga, ma era piena di amorevolezza; compativa sinceramente alla sciagura capitata all’amico e in franche, concise parole diceva quello che a senno dello scrivente era da farsi in tale occasione, quello che egli farebbe se in tal caso si trovasse. Al principe, sventuratamente, non si poteva domandare soddisfazione nessuna: la sua qualità di regnante lo faceva irrisponsabile, quasi sacro, e nessuno che la pensasse rettamente, avrebbe mai fatto carico all’oltraggiato di essersi trattenuto innanzi al rispetto che si doveva alla Corona dell’oltraggiatore:ma ad assistere a quell’offesa, a prendervi parte, ad assumersene la risponsabilità e colle risa e anche con un atto positivo, c’erano stati i cortigiani e cagnotti del duca, e a costoro il conte di Valneve pensava che l’amico avrebbe dovuto rivolgersi, e a colui principalmente che aveva osato mettergli una mano sulla spalla, e se non aveva ben presente chi quegli si fosse, al principale di essi, e a tutti se occorreva. Doleva ad Ernesto di non essere in grado di accorrere egli stesso a Parma per essere all’amico aiuto, testimonio e compagno, ma la sua ferita inaspritasi, e la salute della madre cui tanto aveva afflitta il colpo tremendo della morte del conte, lo trattenevano a forza. Finiva pregandolo di tenerlo informato di tutto quello che facesse e gli avvenisse, e ricordandogli la promessa data di venirlo a visitare a Torino, promessa che lo sollecitava a mantenere, appena fosse libero da quella malaugurata contrarietà.
La lettera del Sangré fu come un raggio di luce nelle tenebre in cui si agitava l’anima di Alfredo.
— Ed io non ci ho pensato! — esclamò. — Io mi sono lasciato trascinare piuttosto all’idea di farmi assassino... Ah era un’ignobile ispirazione... Oh che avrebbero detto di me?...
E si coprì colle mani la faccia.
Gli pareva scorgere un vago profilo di fanciulla sul volto della quale si esprimesse l’orrore dell’assassinio.
— Il consiglio d’Ernesto è l’unico accettabile, lo metterò in atto.
La mano del cortigiano che lo aveva spinto a terra, gli sembrava fosse stata quella dell’Anviti; oh doveva esser quella. E d’altronde non era questi il principale, il più insolente, il più prepotente dei seguaci del duca? Determinò di indirizzarsi per primo a lui, e quella stessa mattina verso le undici, vestitosi con una certa severa eleganza, Alfredo stava per uscire affine di recarsi a cercare il colonnello e accostarlo in qualunque luogo si fosse, per provocarlo nel più violento modo possibile, quando un suo domestico venne ad annunziargli con aria esterefatta che in sala c’era il direttore generale della Polizia il quale domandava di parlargli, e che nell’anticamera e sotto il portone c’erano tre o quattro coppie di brutti musi che puzzavano lontano un miglio di gendarmi e poliziotti travestiti.
Il conte di Camporolle a tale annunzio impallidì un pochino; ma fatto il viso più fermo che seppe e che potè, si affrettò a passare in sala, dove stava aspettandolo il Pancrazi.
Questi aveva la faccia più buia del solito, e i suoi occhi affondati mandavano sguardi che potevano dirsi di severità feroce.
— Signor conte, — cominciò senz’altro, — ella è accusata di congiurare contro il trono e la vita del nostro Augusto Sovrano, S. A. R. il principe Carlo III; ella è accusata di avere anzi giurato di colpire ella stessa il sacro petto del serenissimo nostro Signor Duca, e di queste accuse si hanno le prove. Io sono qui per arrestarla.
Alfredo ebbe un leggier balenìo negli occhi e un tremito quasi impercettibile sulle labbra.
— Va bene, — rispose però con voce ferma. — Se Lei m’arresta, e io non ho nessun mezzo di sottrarmene, cedo alla violenza e son pronto a seguirla.
Il Pancrazi stette un poco in silenzio facendo pesare sul giovane il suo sguardo di piombo.
— Pensi bene, signor conte, — disse poi lentamente e facendo spiccare le sillabe; — pensi che si tratta della sua vita!
Alfredo, completamente franco e sicuro, rispose con un superbo sorriso:
— Per quanto io ci pensi, non vedo che ciò possa mutare la condizione delle cose.
— Vuol dire ch’Ella confessa? — esclamò vivamente il poliziotto.
— Scusi: — aggiunse con tutta freddezza il conte. — È un interrogatorio che Lei mi vuol fare?
— Ebbene, sì signore... È mio diritto, e mio ufficio; e Lei deve rispondermi.
— No signore! — proruppe con una certa forza Alfredo. — Ella può farmi tutte le interrogazioni che vuole: ma io non conosco forza nessuna che mi possa obbligare a rispondere, e quindi Le dichiaro che non rispondo nulla.
Pancrazi fece un sorriso che si potrebbe dire di color giallo.
— Badi che quando sarà in carcere si troveranno pure delle maniere da farle venir la voglia di rispondere.
— Ah sì? La tortura forse?... Ho udito che in questo felicissimo paese si usa ancora talvolta un modo sì civile ed umano...
— Il contegno ch’Ella prende, — interruppe il direttore di Polizia, — mi spiace e mi addolora. È il più funesto ch’Ella possa adottare per sè; mentre io sono venuto qui colla speranza di poterla salvare.
— Ah! davvero?
— Sissignore; ed è appunto per ciò che ho voluto venire io stesso.
— Per suggerirmi il mezzo di salvarmi?
— Appunto.
— E questo mezzo sarebbe?
— Dimostrare un vero pentimento di quello ch’io non credo in Lei che un istante di follia, una momentanea aberrazione.
— E come si fa a dimostrare questo pentimento?
— Rivelando tutto quanto Ella sa del brutto intrigo e di quelli che vi prendono parte.
— Così poco! — esclamò Alfredo con un’ironia in cui fremeva l’ira, mentre un rossore di vergogna per l’infame proposta fattagli saliva alle sue guancie, fino alla fronte.
— Anzi, io renderei la cosa ancora più semplice. Ella non avrebbe che da rispondere con tutta esattezza e verità alle domande che io le farei.
— Ella è davvero troppo buona.
— Noti che tanto e tanto, io sono informato già di tutto...
— Allora è inutile ch’io parli.
— È necessario per dimostrarci il suo emendamento.
— E in compenso di questo?...
— Ella starà pochi giorni in fortezza e poi, appurate vere tutte le sue rivelazioni, sarà accompagnata dai gendarmi sino alla frontiera, e lasciata andare al suo destino.
— E se non parlo?
— Oh allora!... — Si strinse nelle spalle e crollò il capo in modo molto minaccioso.
— Ebbene, signore, non perdiamo il tempo più oltre, e mi conduca dove ha da condurmi; chè io non ho nulla da dire.
— Come vuole!... Se ne pentirà... Intanto io devo qui fare un’accurata perquisizione.
Finita questa, Alfredo in una carrozza chiusa fu menato in fortezza e cacciato in una segreta.
Un bigliettino de’ soliti alla Zoe diceva mezz’ora dopo:
«Contegno più fermo di quel che credevo. L’ho veduto io solo e nessun altro lo vedrà. Mi sembra capace di mantenere il segreto.»
Ed ecco da che cosa era stato motivato l’arresto del conte di Camporolle.