LX.

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Matteo Arpione, di quella lettera della Zoe, ch’egli aveva osato leggere in casa d’Alfredo, s’era spaventato moltissimo. Per lui, che conosceva oramai i propositi del conte, non vi era dubbio più che il giuramento di cui si faceva cenno dalla Zoe come pronunziato dal giovane, era contro il duca, e troppo capiva egli pure che la scellerata donna perfidamente indicava ed assegnava all’amante l’occasione e il momento propizio di adempirlo. Anche il povero vecchio per ciò ebbe una notte pessima, in cui, invece di scemare, il suo sgomento vennesempre crescendo, e con una febbrile ansietà che gli toglieva affatto la freddezza della ragione e che non faceva capo a nulla in cui potesse tranquillarsi, passò a rassegna tutti i mezzi possibili ed impossibili che gli si presentassero da salvare Alfredo. Si recò al palazzo di quest’ultimo e non fu ricevuto. Egli perdette proprio la testa. Se si fosse impedito al duca di recarsi da quella donna all’ora stabilita!... sì questo gli parve l’unico modo frattanto, e poi avrebb’egli pur trovato il come far partire il giovane, farlo scacciare anche dalla Polizia fuor dello Stato.

Ecco! appunto! questa era la più spiccia e sicura maniera. Anzi il meglio era domandare addirittura simile compenso per le rivelazioni che avrebbe fatte a salvare la vita del principe. Gli parve la più bella idea che avesse ancora avuta, e si avviò verso la piazza dov’era la direzione di Polizia. Ma, — a un tratto pensò, — avrebb’egli bastato il rivolgersi al direttore di Polizia? Avrebbe questi avuta sufficiente autorità, si sarebbe creduto in facoltà di consentire alla domanda che il piemontese gli avrebbe fatta? Non sarebbe stato più spediente e più certo il dirigersi più in su? forse al duca medesimo? Mentre fermo sulla piazza, Matteo rivolgeva seco stesso questi pensieri, vide proprio allato, a due metri didistanza, un uomo che molti riverivano umilmente con profonde scappellate. Lo riconobbe. Era sir Tommaso W... il ministro che godeva della maggior fiducia del principe. Parve all’Arpione che fosse proprio la Provvidenza che gliel’avesse mandato fra i piedi, come quegli a cui doveva appunto rivolgersi: lo seguì; e quando furono arrivati ambedue, l’un dietro l’altro, al palazzo, l’inglese e l’usuraio, questi fece domandare a quel primo un’udienza, che l’altro subito concedette.

Dopo il colloquio, che durò più di un’ora, avuto con Matteo, sir Tommaso corse in furia dalla Zoe, a cui aveva promesso e giurato di comunicare ogni cosa che riuscisse ad apprendere, prima di pigliare qualunque determinazione. La avventuriera credette un momento che tutto fosse perduto quando udì il ministro dirle che un tale era venuto a rivelargli esservi il disegno di assassinare il duca, e in quel medesimo giorno, quando egli si sarebbe recato da lei, come aveva annunziato di voler fare. Destramente interrogando, ella apprese chi fosse il rivelatore, come questi non avesse detto il nome di chi doveva eseguire il colpo, non avesse accusata lei, avesse domandato solamente per premio di ottenere salva in ogni modo una persona che forse sarebbe apparsa implicata nel complotto, colla sola punizionedella scacciata dallo Stato, si impedisse che il duca si recasse al convegno, e si appurassero le cose della congiura visitando i locali tenuti segretamente nella casa della levatrice Antonia, arrestando il conte X che era uno dei capi.

La Zoe stette un momento stordita, senza saper come fare a rimediare alla minacciata rovina. Ma non istette guari a trovare un mezzo.

— Ebbene, voi credete di saper molto, — ella disse, facendo un sogghigno; — e io vi dico, mio caro, che so più di voi.

— Oh come?

— Il nome di colui che oggi vorrebbe attentare alla vita del duca, non vi fu detto: e io ve lo dico. È il conte di Camporolle, il quale vuole così vendicare l’oltraggio ricevuto sere fa in teatro.

— Possibile!...

— Ve lo accerto.

— Allora facciamolo arrestare subito e riveliamo tutto al duca.

— Arrestare, sì, — interruppe con forza la donna: — rivelare no... Abbiamo la fortuna per le chiome, ma guai se facciamo qualche atto inconsulto, per cui la ci scappi! Bisogna che proviamo con documenti alla mano al duca che l’abbiamo salvato davvero e che il pericolo era reale. Perciò l’arresto del Camporolle non basta.

— Ma con quello del conte H...?

— Neppure, anzi faremo peggio. I congiurati posti in sull’avviso da quell’arresto faranno sparire ogni traccia.

— Anche l’arresto del Camporolle darà loro l’allarme.

— No: perchè potremo eseguirlo alla chetichella, senza che si sappia, almeno per quest’oggi. Il conte Alfredo fu malato più giorni, fu assente tutto ieri, il non vederlo nemmen oggi non istupirà nessuno, e l’arresto potremo farlo eseguire dal medesimo Pancrazi, che è accortissimo in ogni cosa. E frattanto una di queste sere potremo far sorprendere i congiurati nel loro covo.

— Ma però sarà buon partito distogliere il duca dal venir qui.

— Guardatevene bene. Sarebbe un farcelo nemico inutilmente. Tolto di mezzo il Camporolle, di pericoli non ce n’è più nessuno: se al principe contrastiamo nel suo desiderio di venire da me, o voi od io che lo facciamo, non si ottiene che di fargli nascere mille sospetti.

— Lo faremo circondare di poliziotti travestiti.

— Ah questo sì... E di ciò s’incaricherà il Pancrazi. Anzi, caro sir W..., facciamo una cosa: stabiliamo qui stesso in mia casa il nostro quartier generale e agiamo insieme e d’accordodi qua... Vi piace? Non vi riesce di troppo sacrificio l’essere mio prigioniero per quest’oggi?

E la sirena occhieggiava come sapeva far lei per mandare in tumulto la ragione di un uomo.

— Ma voi mi regalate una giornata felice: — disse il ministro del duca.

— Allora, sentite: io scrivo al Pancrazi che venga qui subito: combiniamo insieme quello che sia da farsi, gli diamo i nostri ordini e ne aspettiamo i risultamenti per prendere poi, sempre insieme, quelle decisioni che potranno occorrere.

Sir Tommaso acconsentì di buonissimo animo.

La Zoe passò nel suo camerino e scrisse in fretta a Pancrazi.

«Venite: bisogna sequestrare quel bambino di A. C. che nessuno lo possa vedere e interrogare che voi, e fare la strada libera all’altro che è pure avvisato per quest’oggi. Ho qui meco il W... Non lo lascierò muovere: venite subito e mettete in gioco tutta la vostra abilità.»

«Venite: bisogna sequestrare quel bambino di A. C. che nessuno lo possa vedere e interrogare che voi, e fare la strada libera all’altro che è pure avvisato per quest’oggi. Ho qui meco il W... Non lo lascierò muovere: venite subito e mettete in gioco tutta la vostra abilità.»

Il direttore di Polizia accorse.

Dopo una non breve conferenza, il Pancrazi usciva, assicurando che il duca quel dì avrebbe avuto intorno tali e tanti agenti a vegliare sudi lui che nessun pericolo l’avrebbe potuto avvicinare; e subito frattanto il direttore medesimo di Polizia andava ad arrestare Alfredo di Camporolle, con cui nessun altro si lasciava menomamente comunicare.

In quello stesso frattempo il conte X... riceveva una lettera anonima, la quale gli diceva esservi stato chi aveva denunciata la congiura, e se questa non avesse ottenuto il suo scopo in quel giorno medesimo, il domani ogni cosa sarebbe scoperta e tutti quelli che vi avevano preso parte sarebbero perduti.

Il conte X... appena letta quella lettera corse a palazzo ed ebbe un colloquio animato e segretissimo con sua moglie, la dama di Corte, poi con vari e cospicui personaggi, e quindi si ridusse di nuovo a casa sua, dove diede ordine ai servi si dicesse a chiunque cercasse di lui ch’egli era ammalato e non poteva ricevere nessuno, e intanto da sè stesso, chiuso nella sua camera, si preparò una valigetta come di chi ha da fare un breve e sollecito viaggio e mandò il suo più fidato servitore, quello che andava a recare i denari a Melchiorre, a far tenere pronta per le quattro ore del pomeriggio una carrozza con buoni cavalli di posta.

Un’altra carrozza da viaggio era stata ordinata, e parimenti per quell’ora, dalla donna di compagnia della baronessa di Muldorff.

Se il colpo falliva, il conte X sarebbe fuggito sollecitamente; in qualunque modo volgessero le cose, l’avventuriera aveva deciso di partirsene o soddisfatta dello scopo ottenuto, o rinunziando alla troppo difficile partita.

Tutte le migliori precauzioni erano prese perchè la cosa riuscisse alla morte del duca; non c’era più da aspettare e da temere che il concorso o l’avversità del caso, che in tutti i fatti umani reca più efficace che non paia l’elemento del suo capriccio. E a un punto parve che questo cieco dio si rivolgesse in favore del minacciato tirannello.


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