LVIII.

LVIII.

Alfredo di Camporolle s’era condotto alla tomba di sua madre. Colà il vecchio Battistino e l’Antonia, alle interrogazioni del giovane avevano risposto in modo che confermava quanto della nascita di lui e della morte della madre gli aveva narrato Matteo.

Il primo disse come una sera, già di tardo autunno, tornandosene verso casa, incontrasse un uomo quasi disperato che le domandò se non sapesse indicargli dove trovare in quel casale una stanza di ricovero, e non solo per la notte, ma per giorni parecchi, a una signora che, sovrappresa per istrada dai dolori, stava per diventar madre. Egli, Tino, aveva rispostoche c’era sulla strada un’osteria e che là si facesse ricapito: ma lo straniero aveva ribattuto che s’erano pure fermati colà egli e la donna, ma che era impossibile rimanerci, essendo le poche camere di quella misera locanda già tutte occupate, e non solamente da uno, ma da due o tre e anche più viaggiatori, perchè di quei giorni aveva luogo la gran fiera del vicino villaggio; che nessuno di quei mercanti di buoi e di grano aveva mostrato la menoma intenzione di scomodarsi per lasciar luogo alla donna; che l’oste medesimo avea dimostrato poca voglia di avere in casa quell’imbarazzo, e che perciò egli andava cercando chi per carità cristiana e anche per amore di un buon guadagno da lui promesso volesse ospitare la partoriente e curarla, finchè la fosse in grado di proseguire il viaggio.

Battistino che non aveva cattivo cuore e a cui non dispiaceva il denaro, aveva allora detto che la casa ospitale cercata potrebbe anche essere la sua, se i forestieri si fossero contentati d’avere una camera pulita nella miseria, e d’altronde in quel povero casale non avrebbero potuto trovare di meglio; ma che però c’erano due difficoltà: l’una che in quella casetta non c’erano donne per assistere l’ammalata, egli vivendo affatto solo; l’altra che il mestiere di lui, padrone di quella casa, era di fare il becchino,e questa poteva essere per molti una ragione da non accettarne l’ospitalità.

Il forastiero rispose sollecitamente che anzi tutto andava benone: non si avevano pregiudizi, era molto meglio che non ci fosse altri in casa, e quanto all’assistenza alla donna, egli colla carrozza, appena allogata la sofferente, sarebbe corso a Parma per tornare il più presto possibile con una levatrice.

Di questa guisa furono tosto d’accordo, e il forastiero, corso sulla strada dove stava ferma la carrozza con dentrovi la signora, innanzi alla porta dell’osteria, presto presto la fece venire alla casipola del becchino, dove in due colpi di mano, la miglior camera, col letto meno barbaro e le biancherie più pulite, fu pronta ad accogliere la donna.

A questo punto Alfredo, che ascoltava con tutta la passione dell’anima sua, non potò trattenersi dal domandare al vecchio come fosse, che aspetto avesse quella sua inaspettata ospite; e Tino rispose com’essa fosse giovane, bella, molto abbattuta, ma paziente, rassegnata, mite e gentilissima. Poscia, seguitando il racconto, disse che l’uomo era subito partito colla carrozza per la città, che n’era tornato dopo sei ore, che alla misera soffrente e a lui stesso erano sembrate eterne, ancora nella notte, insieme colla levatrice, la quale era quella donnacui oggi vedeva lì venuta anche lei: che passato ancora quasi un giorno intero in terribili sofferenze, la signora aveva dato alla luce un bambino, ma per morire essa stessa poche ore di poi.

L’uomo che l’accompagnava, che era il signor Arpione, aveva detto al prete di quel luogo, il quale non era venuto a tempo per confessare la moribonda, ma aveva pronunziate su di lei già priva della parola le preghiere dell’agonia; gli aveva detto che amministrasse subito l’acqua al fantolino, il quale pareva sì miseruzzo da non poter campare, che però, se vivesse, fra pochi giorni egli sarebbe tornato a fargli dare il battesimo in tutte le forme e avrebbe recato seco documenti e testimoni da stabilire l’essere, la famiglia e quel che dicesi lo stato civile del neonato. Diede una buona somma a lui Tino, che narrava, una vistosa elemosina al prete, ordinò al primo di questi due che la camera dove la donna era morta fosse sempre conservata in quel medesimo stato in cui allora si trovava, che la fossa dove ella veniva sepolta fosse disgiunta, distinta dalle altre e sempre adorna di fiori e ombreggiata da un salice piangente, e partì, accertatosi che una donna del vicinato avrebbe soddisfatto ai primi bisogni del bambino.

Non passarono che due giorni, quando eglitornò con due altri signori i quali furono testimonii al battesimo, e con una contadina che esser doveva la balia del neonato, e che diffatti, celebrato il battesimo, lo prese e lo portò seco, dove egli, Tino, non seppe mai.

L’Antonia levatrice confermò appuntino il racconto del seppellitore. Alfredo che aveva visto quella tal sera la moglie del zozzaio Melchiorre, pure non la riconobbe, perchè allora in uno stato di ebbrezza e pochi i minuti in cui l’aveva avuta dinanzi. Essa narrò da parte sua come una tal notte, a quel tempo, venisse svegliata all’improvviso e richiesta con gran premura di alzarsi subito e partire per andarne fuori di Parma un buon tratto, a soccorrere una povera donna che stava assai male. Le preghiere erano state così pressanti che ella aveva acconsentito; era salita nella carrozza che aspettava giù nella strada, e via di gran corsa.

La povera signora le era morta nelle braccia, ed essa, che — così diceva — non l’aveva mai vista prima, non poteva dir altro se non che l’aveva trovata di bellezza, di bontà, di anima e di cuore un vero angelo di Dio.

Alfredo volle vedere anche il prete che aveva benedetta la morente di lui madre e battezzato lui neonato. Ma quel buon sacerdote, già vecchio quando quegli avvenimenti erano capitati,si trovava oramai decrepito e non aveva più nè memoria precisa, nè idee chiare. Si ricordava in confuso di qualche cosa; ma tutto quello che poteva far di meglio era consultare i suoi registri, tenuti Dio sa come, ne’ quali c’erano gli atti di nascita e di morte. A forza di scartabellare si trovò l’atto di battesimo di Alfredo in cui questi era detto figliuolo legittimo del nobile signor Alfredo Corina di Lugo premorto, e della signora Giuseppina Ressi di Macerata e una copia autentica dell’atto di matrimonio fra questi due; ma quello che colpì Alfredo fu una dichiarazione che accompagnava l’atto di morte di sua madre, nella quale dichiarazione si affermava da due testimonii che la giovane donna morta in quel luogo sopra parto, era davvero la Giuseppina Ressi, moglie Corina. Fu il nome d’uno di que’ due testimoni che fece impressione ad Alfredo: era il nome di Giovanni Carra.

Tornato presso Matteo, che non aveva seco nella visita al prete, Alfredo gli domandò se quel Giovanni Carra avesse qualche attinenza col sellaio Pietro, e se quindi la famiglia di quest’ultimo avesse avuto conoscenza della famiglia di lui. Matteo, che aveva previsto molte cose e a tutte s’era industriato di provvedere, non aveva menomamente pensato a questa, e rimase un momentino sconcertato; ma si riebbetosto e rispose sollecito di no, che quel Giovanni era di un’altra famiglia Carra, la quale non aveva nulla di comune con quella del sellaio, e che non era neppure di Parma.

Alfredo pregò a lungo, e sulla fossa della madre e nella camera dov’essa era morta; deliberò che un modesto ma duraturo monumento sorgerebbe là dove era stata sepolta colei che gli aveva data la vita, e confermò a Battistino l’ordine di conservare tal quale la camera. Domandò se nessun oggetto fosse stato conservato il quale avesse appartenuto a sua madre, e si ebbe in risposta di no, che tutto quello che essa aveva lasciato di abiti e di biancherie era stato distribuito in elemosina a povere donne del casale; rimaneva soltanto la piccola valigia in cui erano gli oggetti più necessari a lei appartenenti, e Alfredo la ricomprò al vecchio becchino a peso d’oro; poscia seppe che il crocifisso appeso al muro sopra il letto era quello che avevano posto nelle mani della donna fatta cadavere, e lo volle anche per sè, parendogli che così avrebbe portato seco qualche cosa almeno di quella santa, adorata creatura — adorata senza averla mai conosciuta.

Partendo da quel villaggio per tornare a Parma, il cuore d’Alfredo era intenerito. Aveva raccolto mille prove dell’interessamento che Matteo Arpione aveva pure dimostrato per lamadre di lui, ricordava le parole dettegli da Matteo medesimo, che colà dov’era salita al cielo, l’anima di sua madre gli avrebbe ispirato più affettuosi sentimenti verso l’uomo che aveva preso cura di lui, e gli pareva diffatti che così fosse stato. Giunto a palazzo lasciò che Matteo salisse con lui, lo sorreggesse, chè egli, ancora debole pel sofferto malore, era dalle emozioni di quel giorno affranto, che lo accompagnasse fino nel salotto precedente la sua camera. Colà stava sopra la tavola un bigliettino profumato elegantemente ripiegato a triangolo, diretto al conte, e il servo disse che il portatore aveva fatta molta premura perchè subito si consegnasse al padrone, trattandosi di cosa di molta importanza e urgentissima.

Alfredo lo prese, l’aprì, lo scorse cogli occhi, poi fece un moto come di ripulsione, lo gettò di nuovo sulla tavola e corse a rinchiudersi nella sua camera. Matteo gli mandò dietro il domestico, e rimasto solo nel salotto, afferrò ratto quella letterina e la lesse avidamente.

Era della Zoe.


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