LXI.
Dopo la sua conferenza con sir Tommaso W..., Matteo Arpione camminava sollecito verso il palazzo abitato dal conte di Camporolle, quando allo svoltare d’una cantonata si trovò faccia a faccia con un uomo che mandò un’esclamazione vedendolo e lo fermò senz’altro mettendoglisi dinanzi.
— Giusto voi, zio! — disse quell’uomo. — Vado appunto cercando di voi da tutte parti, e non sapevo più dove dar del capo per trovarvi, che ho già corse tutte le locande e tuttele osterie dalle principali alle più misere senza incontrar mai la menoma vostra traccia.
Quell’uomo, come il lettore avrà indovinato, era Pietro Carra.
Matteo gli si volse burbero così da non incoraggiarlo menomamente a proseguire il colloquio.
— T’ho già detto e ridetto le mille volte che non voglio a nessun modo che tu mi chiami zio.
— Va bene, — soggiunse rassegnatamente il Carra. — Non vi chiamerò più che sor Matteo; e ora vi pregherò di darmi un quarto d’ora del vostro tempo per dirvi cosa che mi preme molto e che è di molta importanza per me e per la mia famiglia.
L’Arpione scosse con impazienza le spalle.
— Ora ho da fare, — rispose brusco, — e non posso darti nè un quarto d’ora, nè mezzo e nè anche un minuto... Lasciami andare...
— No, — interruppe con insistenza supplicante, ma ferma, Pietro: — bisogna assolutamente che m’ascoltiate. Vi dico che si tratta dell’avvenire della mia famiglia.
— Bene, un’altra volta: domani.
— Ah no, domani...
— Questa sera...
— No, no: è necessario ch’io vi parli subito. È la Provvidenza che m’ha fatto incontrarvi,quando appunto disperavo già di potervi trovare, e non vi lascierò più finchè m’abbiate ascoltato.
— Insomma, — gridò Matteo mezzo incollerito — ti dico che ora ho anch’io delle faccende che premono.
— Non quanto le mie, ve lo assicuro: — interruppe il sellaio con quella fermezza d’accento che danno la forza del carattere e la risoluzione d’una volontà immutabile: quella fermezza d’accento che ne impone. — Vi prego sor Matteo, come d’un’opera di carità, in nome dei miei figli ve lo domando, per la memoria che avete sacra della sorella di mia madre!
— Va bene, va bene: — disse l’Arpione, scosso più di quanto voleva lasciare scorgere. — Farai presto?
— Sì.
— Andiamo.
Pietro lo condusse in casa sua.
Aimè, chi avesse visto quindici giorni prima questa modesta umile, ma lieta casa, come sarebbe stato dolorosamente colpito dal funesto cambiamento che vi aveva avuto luogo. Prima ci regnava, colla pace, coll’affettuosa ilarità, col confidente abbandono, quella domestica contentezza che è come un vivido raggio di sole a dare l’allegria della sua splendida luce a tutte le cose; ora erasi abbattuto sopra la piccolafamiglia una grave, cupa preoccupazione piena di tristezza, di timore, di affanni. Abbuiata la fronte del padre, con incisavi profonda la ruga d’un incessante, tormentoso, struggitore pensiero: brusca, sdegnosa la parola di lui, rôca la voce, come se soffocata da una incessante contrazione dell’ira, quasi diventatigli uggiosi e irritanti i giuochi, le risa, le carezze dei figli, respinte aspramente le amorevoli richieste, le tenerissime supplicazioni della moglie. In costei la pallidezza delle guancie pochi dì prima così fiorenti, gli occhi arrossati, l’abbattimento degli sguardi, l’abbandono di tutta la persona dicevano abbastanza la pena continua, le notti insonni, le molte lagrime versate.
Pietro Carra non era più quello di prima; non era più l’amoroso marito, il tenero padre, il lieto, operoso artigiano. La sua compagna, colla conoscenza che aveva di lui, coll’intuito meraviglioso dell’amore donnesco, gli scorgeva nell’animo l’inferno che lo tormentava, gli leggeva le terribili risoluzioni, i feroci propositi che lo agitavano, e se ne spaventava; gli lesse l’immutabilità d’una decisione presa di cui ella avvertiva tutta la tremenda enormità e sentiva il più oppressore sgomento. I bambini fra la cupezza minacciosa del padre che li atterriva, e il dolore della madre che li faceva piangere, rimanevano muti, immobili, impalliditi, infelici.
Matteo Arpione, condotto dal sellaio, non fece che attraversare quel doloroso ambiente, nella stanza comune dove i piccini non osavano più giuocare, e la mamma loro, seduta con un lavoro di cucito sulle ginocchia, tirava un punto e poi rimaneva lì, coll’ago sospeso, l’occhio immobile fisso in chi sa quale paurosa visione. Pietro non disse nulla nè alla moglie nè ai bimbi, trasse con sè nella camera vicina il suo compagno, e chiusa accuratamente la porta, cominciò senz’altro:
— Mio zio.... — ad un movimento fatto da Matteo, egli riprese vivamente: — qui nessuno ci ascolta: e lasciatemevelo dare questo titolo, poichè è allo zio, in questa sua qualità, che voglio parlare; è in nome di quel legame che vi strinse alla famiglia di mia madre, che io voglio supplicarvi in favore degli innocenti figli miei, ai quali fra poco, domani forse, può mancare anche il pane.
— Come!.... In che modo? Perchè? — domandò Matteo scosso alquanto dall’accento con cui il Carra aveva parlato e interessato malgrado le tante sue particolari ragioni di preoccupazione.
Il sellaio si passò una mano sulla fronte come per raccogliere meglio le sue idee e mettere ordine nel tumulto de’ suoi pensieri, poi rispose con voce cupa, velata, d’una freddezza che si sentiva imposta dalla volontà:
— Dopo quello che mi è capitato, e che voi certo saprete: — Matteo fece un cenno affermativo col capo: — il soggiorno di Parma mi è diventato impossibile. Ho deciso partirmene.... e per sempre... e non per andarmene poco lontano, ma fin laggiù nell’America.
— Nell’America! — esclamò meravigliato Matteo.
— Sì, è da un po’ di tempo che questa idea mi girava pel capo... Anch’io vorrei fare a’ miei figli una sorte migliore di quella che ha il padre loro; e qui non c’è mezzo nessuno di farsi ricco onestamente. Ho inteso tante volte a raccontare di mirabili fortune fatte con rapidità laggiù oltre i mari, che la tentazione mi assalì da tempo di andarmici a cimentare anch’io. È venuta la goccia a far traboccare il vaso, a rendermi insopportabile questo soggiorno, e la decisione fu presa.
— E vuoi partir presto?
— Forse domani, forse questa sera stessa.
— E così abbandoni la tua famiglia!
— Ci sono costretto pel momento... Ma appena avrò colaggiù trovato tanto guadagno da poter loro pagare il viaggio e mantenerli meco, subito farò venire a raggiungermi la moglie e i figli che amo tanto, e da cui separarmi mi riesce pure una prova crudele!
Nel dire queste ultime parole, la sua voce così ferma, si commosse e tremò un pochino.
— Oh via! — disse Matteo; — e tu non separartene. È un matto progetto quello che facesti, a cui puoi rinunziare da un momento all’altro, e tu rinùnciavi...
— No! — gridò con forza il Carra. — È cosa necessaria. Non posso, non voglio rinunziarvi. Stassera, domani sarò ad ogni modo separato dalla mia famiglia e impotente affatto di venirle in aiuto... o lontano o...
— O?.. — ripetè Matteo: — che cosa? Penseresti forse a commettere qualche peggior follia contro di te?
Pietro non rispose: pensava frattanto: — Sì, se il colpo mi fallisce sarò morto... perchè vivo non mi lascierò prendere per Dio!
Matteo, dopo un poco, visto il silenzio che manteneva Pietro, riprese:
— Tua moglie non sa nulla de’ tuoi disegni?
— Nulla.
— E da me cosa vorresti dunque?
Il sellaio fissò sulla faccia apatica del vecchio il suo sguardo ardente, scintillante, quasi sdegnoso.
— Non l’indovinate! Non lo capite! — esclamò. — Vi ho pregato di ascoltarmi in nome della mia povera famiglia, dei miei innocenti bambini....
L’usuraio fece un movimento quasi sgomentato.
— Oh che mi vorresti caricare sulle braccia i tuoi marmocchi?
Pietro Carra ebbe un amaro sogghigno.
— No, zio, non voglio tanto; ma voglio ricordarvi che la zia, la sorella di mia madre, la povera Giuseppina se vivesse, amerebbe pure questi bambini che hanno del sangue suo nelle vene e non li vorrebbe lasciar morire di fame.
Matteo Arpione parve turbarsi alquanto.
— Morir di fame!.... Morir di fame! — balbettò. — Lasciamo le grosse parole.... Senza arzigogoli, che cos’è insomma che pretendi da me?
— Per poter fare il viaggio e avere colà i mezzi da vivere ne’ primi tempi fin ch’io mi trovi qualche sorgente di guadagno, sono stato costretto a vendere il meglio che avessi in casa e in bottega, e a venderlo come potete capire, a prezzo rotto. La mia povera famiglia non avrà più nè denaro spicciolo nè roba da farne. Voi siete ricco...
— Ricco, ricco, — interruppe burbero l’usuraio: — niente vero! Sono gli sciocchi e i maligni che lo dicono...
— Ho sperato che voi non neghereste di soccorrere i figli del vostro nipote. Zio Matteo! Voi non vorrete che io mi sia ingannato. È la Provvidenza che vi ha fatto essere in Parma in questa occasione, che vi hamandato ora sui miei passi mentre ero già affatto disperato di potervi trovare.
— La Provvidenza, — ripetè il vecchio collo stesso accento burbero e scontento, — ha ben altro da fare che occuparsi di te e di me...
— Voi dunque rifiutate? — esclamò Pietro con accento pieno d’angoscia.
— No, non dico questo: — rispose Matteo che parve commosso da quell’accento di disperazione; — ma vorrei sapere a che cosa mi penseresti obbligato?
— Ah! non accampo diritti in me, nè obblighi in voi: è una carità che vi domando. Date almeno per un mese il pane a’ miei figli, dopo questo tempo o io avrò già potuto ottenere qualche cosa e venir loro in aiuto, o la sorte in qualche modo provvederà.
— Ebbene,... sì,... vedrò... farò.
Pietro afferrò la mano dello zio e la strinse con forza.
— Grazie!... E state pur certo, zio, che non obbligate un ingrato; e qualunque cosa in avvenire io possa fare per voi, non avrete che da indicarmela e...
Fu interrotto da un picchio all’uscio che egli aveva chiuso per di dentro.
— Chi è là? — domandò Pietro col tono di chi gli dispiace d’essere disturbato.
— È Ludovico l’armaiuolo che dice avertida parlare con tutta premura: — rispose la voce della moglie.
Il Carra si scosse un pochino, ma si raffrenò subito.
— Va bene, — rispose, — digli che aspetti un momento.
— Un armaiuolo? — interrogò Matteo. — Che cosa hai tu da fare con esso?
— Oh nulla... Ludovico è mio compare e viene a salutarmi.
— Egli sa che tu vuoi partire?
— No... viene così a vedermi come fa sovente...
— Ma se tua moglie ha detto che voleva parlarti con premura.
Pietro parve contrariato.
— Ah sarà ancora per le sciabole che hanno servito al duello dell’ufficiale piemontese coll’austriaco. È forse venuto a riprenderle.
L’aspetto, il tono del nipote destarono in Matteo un vago sospetto.
— E io dunque ti lascio con codesto armaiuolo.
S’avviò verso l’uscio: il Carra lo fermò e prendendogli la mano, soggiunse ancora con accento di calda supplicazione:
— Dunque ricordatevi, che qualunque cosa accada di me, qualunque disastro possa minacciare me e la mia famiglia, io conto su di voiper proteggere, per aiutare mia moglie e i miei bambini.
— Va bene, va bene; farò quello che potrò, — rispose Matteo come impaziente d’uscirne: — sai pure che non posso di molto, ma quel poco, lo prometto, e quando io prometto, mantengo.
— Ed io vi credo.
Pietro aprì l’uscio e l’Arpione vide dritto nella stanza vicina un uomo che teneva in mano un involto, da cui il suo occhio acuto notò subito che uscivano due o tre punte di ferro acuminato.
— Sono lame di pugnale, — pensò Matteo. — Che cosa ne vuol fare Pietro?
L’armaiuolo appena ebbe veduto il Carra esclamò:
— Vi ho portato quello che mi avete domandato...
Ma uno sguardo imperiosamente brusco del sellaio gli troncò subito la parola: e l’Arpione colse a volo quello sguardo.
— Venite, venite di qua, Ludovico: — aggiunse Pietro frettolosamente, e fece entrare l’armaiuolo nella camera vicina, di cui gli richiuse l’uscio alle spalle: poi avvicinatosi con inquieta sollecitudine a Matteo gli disse sottovoce: — Mi raccomando per carità, se non volete precipitarmi, non dite a nessuno che avete visto qui costui!
— O perchè? — domandò l’Arpione di cui si accrescevano i sospetti.
— Il perchè non vi deve importare... Promettetemi quello che vi domando, ve ne prego per le anime dei nostri morti!
— Va bene, ve lo prometto.
Pietro strinse il braccio dell’usuraio.
— Conto su tutte le promesse che mi avete fatto: — disse marcatamente, e poi abbassando la voce: — E se non ci vedremo più sulla terra, Dio vi benedica per tutto il bene che farete ai miei figli.
E rientrò nella camera vicina dove l’armaiuolo lo aspettava.
— Quell’armaiuolo è molto amico di vostro marito? — domandò Matteo rimasto colla moglie di Pietro.
— Sì, sono compagni e compari.
— Viene sovente in casa vostra quell’uomo?
— Oibò! Sarà venuto due o tre volte dacchè ho sposato Pietro.
— Perdonatemi una curiosità. Questo armaiuolo ha provveduto le sciabole che hanno servito al duello dell’ufficiale piemontese coll’austriaco?
— Sì, signore.
— Vostro marito le ha ancora presso di sè quelle sciabole. Desidererei vederle.
— No, signore. Pietro glie le ha restituite subito subito, appena tornato a Parma.
— Ah!
Matteo salutò e s’avviò per uscire; quando fu all’uscio ristette e volgendosi in fretta alla donna, soggiunse:
— Ascoltate un buon consiglio.
La donna levò vivamente la testa.
— Fate di tutto per non lasciar uscir di casa tutt’oggi vostro marito.
Essa si levò di scatto in piedi, lasciando cadere a terra il lavoro che aveva sulle ginocchia.
— Che cosa vuol dire?
— Niente, niente: — s’affrettò a rispondere Matteo, sgusciando in mezzo all’uscio.
Ma la donna d’un balzo gli fu presso.
— Mio marito medita qualche brutta cosa, non è vero?... Oh me ne sono accorta da due giorni ch’egli ha l’inferno nell’animo... E Lei sa qualche cosa? Oh me lo dica, me lo dica per amore di Dio!
Matteo le guizzò di mano.
— Non so nulla... Vi ho detto così, perchè mi pare... Fate voi quel che v’ispira il cuore... e addio!
Fuggì: la donna rientrò nella stanza dove i bimbi la guardavano cogli occhioni larghi, spaventati dalla nuova di lei pallidezza, da un nuovo maggiore affanno che le si dipingeva sul viso.
Dopo un quarto d’ora e forse più l’armaiuolo uscì dalla camera in cui Pietro l’aveva tenuto a uscio chiuso; aveva seco l’involto stato notato da Matteo, ma era più piccolo; aveva una certa faccia turbata e passò frettoloso, senza pur salutare, senza mostrar nemmeno d’accorgersi che ci fosse gente. Pietro lo fermò pel braccio sulla soglia e senza pronunziar parola, gli fece un atto che invocava e intimava il silenzio; l’altro rispose con una mossa muta del pari, ma che ripeteva certe solenni promesse, già fatte, e poi sparì.
Pietro Carra, voltandosi, si trovò a fronte la moglie più bianca di prima, ferma, risoluta, che, prendendogli le mani, gli disse:
— Voglio saper tutto... Ci ho diritto... Lo debbo.
Il sellaio esitò un momento.
— Senti! — rispose poi: — Finora t’ho creduta sempre una donna superiore alle altre: è venuto il momento di provarmi che ho avuto ragione. Ti dirò tutto; ma prima sappi che dalla mia risoluzione nulla può muovermi, nè ragionamenti, nè preghiere, nè lagrime, nè pur la sicurezza della morte... Vieni, ascoltami e taci!