LXII.
Appena uscito dalla casa di Pietro, l’Arpione s’era affrettato al palazzo di Alfredo, e non s’era punto accorto di essere cautamente pedinato da un uomo nel quale avrebbe potuto riconoscere Michele, la spia segreta di Pancrazi.
Nell’anticamera del conte di Camporolle, il vecchio usuraio era colpito da una brutta notizia; quella dell’arresto del giovane. Egli si sentì vacillar sotto le gambe: avea fatto tanto per sottrarlo al pericolo e forse non era riuscito che a perderlo più presto! Ma il ministro gli aveva pur promesso di salvare colui che egli avrebbe designato e che si era per allora astenuto di nominare, credendo anzi maggior prudenza il tacerlo! Bisognava accorrere da sir W..., invocare l’avutane promessa e ottenerne subito l’esecuzione. Non mise tempo in mezzo e s’avviò affrettato; e Michele lo seguiva sempre.
Ma, per sua gran disdetta, Matteo non potè vedere sir Tommaso. Era assente, e per quanto egli supplicasse e giurasse che si trattava di cose di massimo rilievo, non ebbe altra risposta fuorchè era impossibile dirgli dove fosse l’inglesee quando sarebbe stato visibile. Noi sappiamo che esso era prigioniero volontario e soddisfatto in casa della Zoe.
L’Arpione uscì di là presso che disperato. Giudicò che una cosa sola gli rimaneva da fare: presentarsi al principe e dirgli tutto quello che egli sapeva, pattuendo in compenso la grazia di Alfredo. Andò a palazzo, non fu ammesso; si piantò a pochi passi dal portone, e giurò a sè stesso che non si sarebbe più mosso di là finchè il duca non fosse venuto ed egli avesse potuto accostarlo.
Erano le tre suonate ed il duca doveva uscire alle quattro; Matteo non aveva più che un’ora da aspettare.
Alle tre e mezzo un uomo gli passò davanti e si fermò a guardarlo. Matteo alzò il capo e riconobbe il direttore generale della polizia Pancrazi.
— Lei qui! — esclamò questi. — Ho piacere di trovarla, chè appunto cercavo con molto desiderio di lei, si compiaccia seguirmi.
— Scusi: — rispose Matteo. — Ho immensamente bisogno di vedere il principe, di parlargli, e lo aspetto qui che passi.
— Quello che la vuol dire a S. A. può dirlo a me con pari e fors’anco migliore effetto. Venga pure.
— No... — cominciò l’usuraio; ma il Pancrazichinandosi verso di lui, soggiunse piano, proprio nell’orecchio:
— Si tratta della salvezza del conte di Camporolle; e se fa a mio modo, potrà Ella stessa condurselo seco.
Matteo non esitò più e seguì di buon animo il capo della Polizia.
Dieci minuti dopo era rinchiuso in una segreta anche lui.
Suonavano le quattro pomeridiane.
Sull’angolo del Borgo S. Biagio alla strada di S. Lucia in due edifici posta di facciata, un superbo palazzo da una parte e un’umile casetta dall’altra, stavano aperte due finestre e ad ambedue delle persone che con ansietà stavano fissando lontano, più lontano che arrivasse la vista nella strada, per vedere chi veniva a quella volta; nel sontuoso palazzo era una donna, giovane, bella di tremenda bellezza, pallida come un avorio, con labbra rosse come il sangue che spiccia dalle vene, con occhi lucenti d’una fiamma infernale; dietro lei un uomo maturo, calvo, dal pelo rosso che le parlava ed a cui ella, tutta presa dall’attenzione che metteva a guardar nella strada, non rispondeva neppure: nella casetta un uomo giovane, robusto, dall’aspetto fiero, anzi in quel punto feroce, bianco anch’egli come un cadavere, una ruga profonda solcata nella fronte, le guancecontratte: a due passi da lui una donna seduta, tremante, che stringeva al suo grembo tre bimbi e pregava e piangeva in silenzio.
Udito da Pietro Carra il suo tremendo disegno, la moglie no, non avea potuto smuoverlo da esso; non l’aveva tentato neppure a lungo, perchè conosceva il carattere del marito, perchè una vendetta la desiderava anche lei, e le pareva che il su’ uomo erigendosi a giustiziere e vendicatore degli oltraggi fatti a sè e a tutto un popolo, si elevasse a una grandezza che a lei ne imponeva, che ella doveva ammirare. Si mise a pregare, e la vista dei bimbi che le si serravano intorno fece che non potè trattenersi dal piangere.
Pietro le aveva narrato tutto. La sera stessa di quel giorno che egli aveva ricevuta dal principe la sanguinosa offesa per cui il suo onore esigeva imperiosamente vendetta, gli era stato ricapitato misteriosamente un biglietto che diceva:
«Se come crediamo, siete uomo d’onore, se siete un degno parmigiano, voi non tollererete l’affronto fattovi senza vendicarlo. E vi ha chi ve ne faciliterà, ve ne porgerà i mezzi. Trovatevi questa sera alla tal ora nel tal luogo e seguite l’uomo che vi verrà presso a dirvi: «il giorno della giustizia è venuto.»
«Se come crediamo, siete uomo d’onore, se siete un degno parmigiano, voi non tollererete l’affronto fattovi senza vendicarlo. E vi ha chi ve ne faciliterà, ve ne porgerà i mezzi. Trovatevi questa sera alla tal ora nel tal luogo e seguite l’uomo che vi verrà presso a dirvi: «il giorno della giustizia è venuto.»
Il sellaio si era trovato, era stato condotto alla segreta congrega, e là aveva udito che s’egli facesse il colpo avrebbe avuto una vistosa somma a sua disposizione, e i seguenti mezzi di scampo: alcuni complici appostati per la strada ch’egli avrebbe percorso fuggendo, a facilitargli il passo e sviare i persecutori se ne avesse avuti, un comandante di posto alla guardia di una porta della città, il quale non avrebbe badato a lui mentr’egli passasse, fuor di quella porta a un trar di pietra un carrozzino con un eccellente cavallo, su cui egli sarebbe salito, e tutte le altre disposizioni che già sappiamo pensate e prese all’uopo.
Pietro rifiutò sdegnosamente la somma; non voleva il prezzo del sangue; accettò tutto il resto. Tutte le opportune intelligenze furono subito stabilite all’uopo.
Il giorno prima di quello in cui siamo col nostro racconto, il sellaio aveva ricevuto un altro biglietto.
«Domani alle quattro pomeridiane passerà sotto alle vostre finestre. È il momento: tutto è pronto; la strada che avete da percorrere, la porta per cui uscire, la sapete. Coraggio! Si conta su di voi!»
«Domani alle quattro pomeridiane passerà sotto alle vostre finestre. È il momento: tutto è pronto; la strada che avete da percorrere, la porta per cui uscire, la sapete. Coraggio! Si conta su di voi!»
Egli si era subito recato dal suo amico l’armaiuolo e lo aveva pregato di portargli il domattinaa casa parecchie lame di pugnale con semplici manichi di legno da adattarsi a quella che egli avrebbe scelto: e si raccomandava perchè gli recasse le migliori possibili e non dicesse motto a nessuno.
Nella bottega sarebbe stato imprudente fare l’esame e la scelta dell’arma. Ludovico era venuto, Pietro aveva preso la più acuta, ben temprata lama a spigoli, e l’aveva fatta fermar bene entro il manico di legno; aveva imposto con giuramento il più gran segreto all’armaiuolo, e poi avvoltolata l’arma nel suo mantello, la teneva lì presso sopra una seggiola a un passo dalia finestra.
Le quattro erano suonate: fra i diversi passeggieri che spuntavano e percorrevano e sparivano per la strada che veniva a quel crocicchio, non uno che avesse pure una somiglianza con colui che tanto ansiosamente s’aspettava. La Zoe aggrottava in modo sempre più fiero le sopracciglia e rispondeva meno che mai alle parole di sir Tommaso; Pietro Carra si mordeva le labbra e bestemmiava fra sè. La moglie del sellaio pregava con maggior fervore. Ah! forse la poveretta pregava che quell’uomo, cui pure ella odiava, non venisse!
Se mancava, pei congiurati tutto era perduto; sir Tommaso avrebbe parlato e operato; si sarebbero fatti arresti e ogni cosa non avrebbetardato a essere scoperta; se il duca veniva e il colpo falliva... ma si aveva fiducia nella forza, nel sangue freddo, nell’odio di Pietro Carra.
Ma non veniva!
Nell’elegante sala della baronessa Muldorff, un ricco pendolo, che suonava a ogni quindici minuti, battè le quattro e il quarto; la pseudo baronessa chiamò la governante.
— La carrozza è pronta? — le disse a bassa voce.
— Sì.
— Ebbene, va e porta subito in essa fin da ora il sacchetto dei valori. Mi ci aspetterai; fra venti minuti al più tardi ci sarò anch’io.
La governante partì.
Zoe era decisa, se fra un quarto d’ora il duca non fosse comparso, di abbandonar la partita; avrebbe con un pretesto qualunque lasciato solo sir Tommaso nel salotto e sarebbe scappata.
Ma a un punto vide trasalire l’uomo che stava alla finestra di facciata; si sporse in fuori e mandò anch’essa una piccola esclamazione.
— Che cosa c’è? — domandò l’inglese chinandosi egli pure sul davanzale a guardare.
— Il duca! — disse la donna coi denti stretti, ma facendo un grazioso sorriso.
Al fondo della strada vedevasi Carlo III diBorbone venir giù tranquillamente colla sua andatura dinoccolata, la testa in aria, agitando secondo il solito il suo frustino: al fianco gli camminava l’Anviti.
Pietro Carra si ritrasse vivamente dalla finestra: si coprì la faccia con tutte due le mani, e se le premette con forza insistente; poi d’un balzo fu alla seggiola dove erano il mantello e l’arma: impugnò questa, si gettò il mantello sulle spalle, si calcò il cappello in testa e prese l’aire verso la porta.
Pallida come una morta, gli occhi rossi, le labbra livide, gli si drizzò innanzi sua moglie.
Egli l’afferrò pur colle braccia immantellate, la strinse, ne baciò la fronte, gli occhi, la bocca.
— Giurami che sarai sempre degna di me, che farai degni di me i miei figli.
Ella non rispose che con un singhiozzo.
Pietro, con quella medesima frenesia, abbracciò i suoi figli, li baciò, li depose a terra, li respinse dalle sue gambe dove si serravano.
— Addio! — gridò con voce soffocata, e fuggì.
La donna cadde in ginocchio.