LXIII.

LXIII.

Carlo III dei Borboni di Parma se ne veniva giù della strada ridacchiando al solito coll’Anviti, squadrando con aria prepotente gli uomini, con isfacciata domestichezza le donne che incontrava per via. Quelli salutavano umilmente e si tiravano in mezzo della strada facendo largo, queste chinavano gli occhi e affrettavano il passo; egli lanciava dietro agli uni e alle altre qualche insolenza, qualche grossolano epigramma, qualche complimento offensivo come un’ingiuria.

A un punto il principe alzò gli occhi e vide alla finestra del palazzo laggiù la Zoe che si sporgeva in fuori a guardare verso di lui, a guardare proprio lui, a salutarlo da lontano con un cenno, con un sorriso.

— Ah ah! — esclamò ridendo, — la briccona ci aspetta con molta impazienza... Che diavolo di donna quella lì!

Si avvicinava sempre più a quel palazzo e teneva il viso rivolto in su a guardare la finestra.

— To’, guarda, — disse a un punto fra schernitore e disgustato, — c’è alle spalle dellaZoe quello scimmione di sir Tommaso... Quell’animale è sempre il medesimo, malgrado gli annetti... Ma gli leverò io la voglia di averci il suo ripesco dove l’ho io stesso!

La faccia sempre più levata, fece un cenno mezzo scherzoso, mezzo imbizzito alla Zoe e all’inglese; in quella un uomo col cappello a cencio calato giù fin sul naso, avviluppato in un mantello le cui pieghe gli coprivano il volto, camminando ratto nella direzione opposta a quella che aveva il principe, si cacciò framezzo a costui e al colonnello Anviti che lo accompagnava, e passando urtò violentemente il duca.

Questi, che tutto inteso a guardare la donna al primo piano e farle cenni, aveva appena travisto quel passeggero, sentì come un fortissimo pugno datogli al ventre e abbassando il viso e lo sguardo, di subito incollerito, fece a percuotere col frustino l’insolente che lo aveva urtato; ma quell’uomo ratto scantonava lì presso e il duca poteva appena scorgerne ancora i lembi del mantello.

— Villano! — gridò il principe agitando il suo frustino inutile: — aspetta...

L’Anviti, che guardava pure in alto, non potè veder meglio l’audace aggressore di quello che aveva visto il principe.

— Che cos’è stato? — domandò.

E il duca nell’impeto della bizza, rosso ancora in viso:

— Uno scellerato che mi ha percosso... qui...

E portò una mano all’inguine.

L’Anviti prendeva l’aire per rincorrere quel petulante, quando il principe lo fece fermarsi con una specie di grido soffocato:

— Ah!... Colonnello!... Anviti!...

Questi si volse, Carlo III era diventato subitamente bianco come cencio lavato, rotava gli occhi con aria spaventata, si serrava il ventre con tutte due le mani e vacillava sulle gambe.

— Non fu una semplice percossa, — disse: — quel birbante mi ha ferito.

Levò dalla pancia una mano per sorreggersi al muro vicino: quella mano grondava di sangue, e lasciò la sua impronta sulla parete. Ma questo appoggiarsi non avrebbe bastato a tenerlo in piedi; il principe barcollò maggiormente e sarebbe caduto, se l’Anviti non si fosse affrettato a raccoglierlo fra le sue braccia.

— Ah! — gemette il ferito con un soffio appena di voce e le labbra che tremavano: — per me è bella e finita.

— No, no. Altezza: — disse l’Anviti, mentre volgendosi ai pochi passeggeri che si trovavano nella strada in quel momento li richiedeva d’aiuto.

Ma i cittadini, cui la curiosità faceva fermare, si tenevano alla larga, incerti di quello che era avvenuto e timorosi di poter capitar male accostandosi.

L’Anviti, che pareva aver perduta la testa, gridava a tutti coloro che stavano guardando con occhi larghi a dieci passi di distanza:

— Presto!... Un infame ha ferito Sua Altezza... Correte... pigliatelo... arrestatelo... ammazzatelo.. Correte pei gendarmi... correte per un medico... alla Corte... alla Polizia... Aiutatemi a trasportarlo in qualche luogo.

Nessuno si moveva.

Un uomo venne correndo in aiuto del colonnello; era sir Tommaso W...

Dalla finestra a cui stavano egli e la Zoe avevano visto l’uomo dal mantello passare in fretta presso al principe, ma l’atto era stato compito così rapidamente, che non s’erano accorti del colpo dato. La donna credette un momento che sul migliore il coraggio fosse mancato a quell’uomo ed egli fosse fuggito senza nulla tentare; ma quando vide il duca fermarsi, vacillare, sollevare la mano sanguinante, ella capì che finalmente il suo lungo, feroce desiderio era soddisfatto, e drizzandosi della persona mandò un’esclamazione che poteva sembrare di meraviglia, di terrore, di addoloramento ed era di gioia crudele. L’inglese si accorseanch’egli di quel ch’era avvenuto e mandò, lui, un vero grido di affanno e di spavento; poi si precipitò giù per le scale a volare in soccorso del ferito.

— Ah, sei tu... Tommaso? — balbettò, vedendolo, il duca colle labbra livide e gli occhi smarriti. — M’hanno conciato per le feste.

Fra tutti due, l’Anviti e il W..., sollevarono il principe; nessuno venne ad associarsi alla pietosa opera loro.

— Lo portino di sopra da me, nella mia casa per intanto! — disse alle loro spalle una voce di donna.

Era la Zoe, che discesa ancor essa, guardava attentamente, fisamente, la faccia scialbata, i lineamenti contratti, gli occhi spaventati del principe.

I due cortigiani accettarono il suggerimento dell’avventuriera e trasportarono su nel quartiere di lei il sovrano trafitto.

Quando fu adagiato sopra un sofà in quella medesima sala, dove pochi giorni prima il suo frustino, che doveva riuscirgli così fatale, aveva segnata una riga rossa sul collo della donna, questa, che sola aveva conservata la freddezza della sua ragione, disse ai due uomini:

— E ora non conviene perder tempo, correte a chiamare un medico ed avvertire la duchessa.

— E un’altra cosa ancora: — aggiunse sir Tommaso: — mandare ordine subito che si chiudano tutte le porte della città e non si lasci più uscir nessuno senza che dia buon conto di sè.

Il duca, che giaceva abbandonato col capo sui cuscini, stringendosi sempre colle mani la squarciatura del ventre, da cui traverso le dita gocciava abbondante il sangue a macchiare la seta del sofà e il tappeto persiano del pavimento, il duca aprì un momento gli occhi che teneva semichiusi e agitò le labbra sempre più allividite, come se volesse parlare; tutti tre i presenti chinarono le loro orecchie sul giacente, ed egli con voce che appena poteva sentirsi, susurrò a stento:

— Sì... arrestate colui... a ogni modo... voglio almeno sapere da chi mi viene il colpo.

Zoe fece uno strano, quasi feroce sogghigno, ma nessuno lo vide: il conte Anviti giurò che egli e i suoi gendarmi non avrebbero avuto requie finchè non avessero posto la mano su quel sacrilego, e sir Tommaso prese il cappello per correre a dare gli ordini accennati.

— Correte presto — aggiunse la Zoe, — correte dal Pancrazi; egli saprà far tutto il meglio che si può.

L’Anviti e l’inglese volsero uno sguardo al principe che aveva richiuso gli occhi e gemicolava sommesso.

— Ah non temete: — riprese con calore la donna: — veglierò io sull’augusto infermo, e mi sento capace di fargli una prima fasciatura alla ferita io stessa.

Ella accompagnò, quasi spingendoli, i due cortigiani fino alla soglia della sala, ne richiuse l’uscio alle loro spalle, poi si volse a guardare il principe che respirava affannosamente, gli occhi sempre chiusi. Erano soli essa e lui; gli occhi della donna sfavillarono della loro luce infernale, e a passi lenti quella terribile odiatrice si accostò alla sua vittima.

Un’altra donna intanto lì presso, nella casa di faccia, spasimava di pena, di ansietà, di spavento: la moglie di Pietro Carra.

Era rimasta in ginocchio accasciata, con intorno i bambini che piangevano, sbalordita, tramortita; ma subito il pungente pensiero l’assalse di sapere quel che avveniva: avrebbe voluto alzarsi e mettersi alla finestra, ma gliene mancavano le forze, sentì che le sarebbe fallito il coraggio: si drizzò un po’ così della persona e tese quanto poteva le orecchie a udire, a cogliere ogni menomo rumore che salisse fino a lei dalla strada. Primamente le parve avvertire delle esclamazioni, poi un susurro che veniva crescendo, poi uno scalpito sempre più numeroso di passi e un vocìo di ciarle animate: qualche cosa era successo; e in questo qualche cosa lepareva di non notare nulla che le annunziasse la più temuta delle disgrazie, l’arresto del suo uomo. Si fece animo, si alzò lentamente, lentamente si avvicinò alla finestra; ardì gettare nella strada uno sguardo.

Innanzi al portone del palazzo abitato dalla Zoe, innanzi al muro su cui s’era stampata la mano sanguinosa del duca, intorno ai piccoli guazzi di sangue in terra si era venuta raccogliendo una calca, che discorreva, gesticolava, con meraviglia, con animazione, con nessuna menoma apparenza di dolore. Da quelle parlate così vivaci che lì si facevano, una frase giunse sino all’orecchio della povera donna e la consolò tutta; essa diceva:

— Il feritore è fuggito, e non lo piglieranno sicuro!

La donna prese i figli suoi, li trasse a sè e abbracciandoli stretti nascose la sua fra le loro testoline innocenti.


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