LXIV.

LXIV.

La Zoe, rimasta sola col principe ferito, s’accostò adunque a passi lenti verso di lui, circuendolo col suo sguardo pieno di maligno trionfo e di odio feroce.

Si fermò a un passo di distanza, si curvò innanziverso il giacente che ansimava cogli occhi richiusi, e con voce esageratamente affettuosa e melliflua, che contrastava orribilmente colla malvagia espressione della fisonomia, domandò:

— Come si sente, Altezza?

Il principe scosse lievemente il capo abbandonato sui cuscini, sulla cui fronte il sudore dello spasimo imperlava la cute e bagnava le ciocche dei capelli arruffati, fece un sogghigno pieno di amarezza disperata che si convertì in una smorfia di dolore, ma non aprì neppure gli occhi e non rispose altrimenti.

— Voglio sperare che la ferita non sarà molto grave, — continuò la donna col medesimo accento: — e V. A. sarà conservata all’amore de’ suoi sudditi.

Carlo III sentì forse in queste ultime parole l’ironia del concetto, ironia che pure da chi parlava era stata dissimulata nella voce? Il vero è ch’egli socchiuse gli occhi e saettò d’una ratta sguardata la donna: ma questa aveva in quel punto chinato il viso verso la ferita che il duca seguitava a serrarsi colle mani, ed a lui fu così nascosta ancora la maligna gioia di lei. Le palpebre grevi non tardarono a ricadere sulle pupille stanche già appannate, che cominciavano a vedersi calare dinanzi il velo d’una nebbia.

— Lasci che io esamini la sua ferita, — ripigliava la Zoe, scartando intanto subito con una certa forza le mani del duca: — qualche cosa me ne intendo: e chi sa che prima ancora della venuta del medico io non possa farle alcun che da recarle giovamento.

Con agilità e prestezza degna veramente d’una mano di donna, sbottonando, sciogliendo e tagliando i panni addosso al trafitto, pose a nudo il ventre del principe e raccapricciò di ribrezzo e di orrore. Dalla ampia e profonda ferita, non più contenuti, uscivano e visceri e sangue e materie: non potendo vincer subito quel primo senso di orribile ripulsione, ella si arretrò d’un passo con un’esclamazione soffocata: il duca aprì di nuovo, a stento, gli occhi, volle parlare, ma agitò vanamente lieve lieve le labbra livide e nessun suono ne uscì.

La Zoe gli tornò presso presso.

— Vuol dirmi qualche cosa? — domandò sempre coll’accento amorevole, chinandoglisi sopra.

Il principe, che aveva richiusi gli occhi, mosse ancora poco poco le labbra senza poter mandare una voce.

— La parola non le vien più? — continuò la donna sempre nella medesima guisa.

L’infermo fece segno che era davvero così.

Allora quella donna feroce cambiò affatto accentoe lo fece compagno alla scellerata espressione del volto e degli sguardi.

— E non ti tornerà più la parola, o disgraziato! — esclamò in uno scoppio di trionfo feroce: — e io posso parlare impunemente, perchè ciò che udrai ora da me non lo potrai più ripetere a nessuno.... fuori che alla morte, la quale fra minuti verrà a prenderti, fuorchè a Dio, se pure esso esiste.

Carlo III ebbe una scossa in tutto il corpo; spalancò quasi spaventato gli occhi, ma la vista del volto di quella furia gli fece paura e s’affrettò a richiuderli; tentò ancora parlare, ma non gli venne fatto più di prima, e ogni suo sforzo si consumò in un gemito doloroso.

— Sì, — continuava la donna, — io me n’intendo abbastanza di ferite per dirti che la tua non ti lascia che pochi minuti di vita: e in questi pochi minuti io voglio pure soddisfare il desiderio che hai manifestato testè: quello di sapere da qual mano ti viene il colpo, e di morire almeno conoscendo chi devi ringraziare del servizio. La tua morte l’hanno desiderata moltissimi; può dirsi tutti i tuoi sudditi di cui tu hai fatto sempre sì barbaro governo; l’hanno voluta, meditata e preparata parecchi, anche di quelli che t’accostavano, che erano presso a tua moglie... Vuoi che te ne nomini uno?... Il conte X...

Il duca fece di nuovo un movimento, e di nuovo venne a piegare le labbra già quasi irrigidite l’amaro sogghigno di poc’anzi.

— Ma tutti costoro, forse, non sarebbero approdati a nulla, se una volontà più tenace, un’arte più accorta, un odio più accanito non fossero venuti a raccogliere gli sparsi conati, a indirizzare, guidare, decidere, eseguire: e quest’odio, quest’arte, questa volontà, tu li hai incarnati dinanzi in questa donna che da più di sette anni matura la sua vendetta.

Nuovo movimento nel moribondo, sulla cui fronte s’adombravano leggermente i sensi di terrore, di rabbia, di spasimo che dovevano tormentargli l’animo e a cui non poteva in nissun modo dare manifestazione nè sfogo.

— Tu domanderai a te stesso: vendetta di che?... tu avrai certo obliato tutto; non ricorderai che un giorno io mi trascinai ai tuoi piedi supplicandoti per la vita d’un uomo... d’un uomo che era il mio unico amore, che era tutto il mio bene, che era il mio Dio.... e che tu hai riso di me, mi hai schernita colle tue oltraggiose piacevolezze, colle tue principesche scurrilità, colle tue oscene insolenze, e che quando fosti stanco di ridere del mio dolore e delle mie lagrime, mi hai fatta scacciare dai lacchè proprio come una donna perduta, come una creatura abbietta che sporcasse l’onorabilità, la santitàdella tua casa che tu facevi ricettacolo dei tuoi vizi infami. Vedi! Da quel momento, io mi sono trascinata pel mondo, aggravandomi la coscienza di ogni male, d’ogni scellerato inganno, d’ogni delitto, sempre fissa la mente a uno scopo solo: vendicarmi di te. Sono andata a cercare dappertutto nemici tuoi che fossero capaci d’essere stromento della mia vendetta. Da quel momento sai il mio sogno quale fu sempre? Quello d’un’ora come questa: di poterti avere qui, meco, moribondo, e io accompagnarti l’anima al passo fatale colle mie imprecazioni, colla mia maledizione, che riunisce e concentra le maledizioni di tutto un popolo.

Si fermò un momento come per pigliar fiato: il principe era diventato ancora più pallido, le ciglia abbassate gli tremavano un poco, le labbra avevano delle leggere contrazioni, le rughe della fronte parevano incidersi più profonde: erano gli unici segni esteriori che potessero avere lo spasimo, la collera, la disperazione che tormentavano orribilmente, con dolori d’inferno, quell’anima innanzi allo spavento della morte.

La donna ripigliava:

— E quel momento è venuto!... Non ho creduto mai in Dio finora.... Sai che comincio a crederci, poichè vedo esauditi i miei voti?... Io t’ho fatto uccidere, Carlo Borbone, ma vuoi tu conoscere di chi sia la mano che t’ha così rabbiosamentecolpito?... Quella mano sei andato tu stesso a suscitarla con quel tuo ignobile frustino con cui me pure hai percossa, qui, pochi giorni sono: quella mano fu di Pietro Carra.

S’udì in questo punto rumore di passi e di voci nelle stanze vicine. Zoe si drizzò della persona, strinse al seno le braccia incrociate e disse con una crudele ironia:

— Vengono! Saranno i tuoi cagnotti. Or via, parla e denunzia i tuoi uccisori, e abbi il piacere almeno di morire sapendoti vendicato.

L’uscio si spalancò ed entrarono solleciti il colonnello Anviti e il medico di Corte.

— Altezza! — gridarono ambedue precipitandosi verso il malato: — come sta?

Il duca sollevò a stento le palpebre, guardò l’uno e l’altro con pupille velate, ma non potè nè far cenno, nè pronunziar parola.

— Tutti i provvedimenti son dati perchè il tristo sacrilego assassino non possa sfuggire: — disse l’Anviti, mentre il medico esaminava la ferita. — Pancrazi ha fatto chiudere tutte le porte, e intanto mi ha incaricato di pregar subito V. A. a dirci se potrebbe indicare qualche connotato di lui.

Carlo III scosse con moto appena visibile il capo.

Il medico si alzò, si volse all’Anviti, e con un cenno del capo e un moto delle spalle significò che non c’era la menoma speranza.

— Le faccio subito una fasciatura, — disse frattanto, — e per ora non bisogna moverlo di qui.

Aveva appena finito queste parole, che l’uscio s’aperse ed entrò un gentiluomo.

— La duchessa, — disse, — mi manda a prendere notizie di S. A.: e coll’ordine di farlo trasportare subito a palazzo.

Quel gentiluomo era il conte X.

Il duca gettò verso di lui di mezzo alle palpebre socchiuse uno sguardo strano.

— Scusi, — rispose il medico: — per ora S. A. non si può trasportare.

— Ordine preciso della duchessa: — replicò il conte: — e io devo obbedire. Capirà anche lei, dottore, che il duca di Parma non può essere lasciato qui dentro.

Gettò tutt’intorno uno sguardo di disprezzo che andò a fermarsi sul volto della Zoe impassibile.

Il ferito, benchè il medico affermasse esservi pericolo che morisse per via, fu trasportato a palazzo.


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