LXV.
Carlo III Borbone, duca di Parma, giace sul suo letto riccamente incortinato nella sfarzosacamera del sontuoso appartamento entro il palazzo reale. È vivo ancora, ma lo direste morto, tanto è di color cereo, tanto è immobile la sua fisonomia, sì lieve è il rifiato che esce dalle sue assottigliate, sbiancate labbra semiaperte.
Nessuno conserva la menoma illusione sullo stato dell’infermo, nè anche lui; il medico ha affermato che può spirare da un momento all’altro, che certo fra un’ora quello non sarà più che un cadavere.
Il vescovo, risaputa la terribile notizia, ha subito mandato detto che si sarebbe affrettato a venire egli stesso a recare al principe gli ultimi conforti della religione, e lo si aspetta.
Intorno al letto stanno taciturni, colpiti, abbattuti, i soliti cortigiani, adulatori del principe sano, petulante, prepotente, beffeggiatore, fra cui primi l’Anviti e l’inglese W... È la loro fortuna, è la loro potenza che muore eziandio con quell’uomo di cui si sente appena il rifiato in quel letto.
Il pesante penoso silenzio che regna in quella camera è interrotto a un punto da un movimento che ha luogo nelle stanze vicine. È alcuno che s’avvicina: è una voce di donna dall’accento imperioso che impartisce comandi; nell’udire quella voce coloro che si trovano intorno al letto del duca si guardano con unaespressione vaga di sospetto, di timore, di ansiosa aspettazione; il moribondo medesimo ha udito quella voce ed ha avuto nelle sopracciglia, nei lineamenti del viso, una leggiera contrazione. L’uscio si apre e si presenta una donna di bassa statura, grassa, dal viso grosso, pallida, con capelli biondicci, la bocca sdegnosa, una incontrastabile aria di severa e fiera autorità, un’espressione di superbo malanimo: la duchessa.
Tutti s’inchinano, tutti volgono a terra gli occhi quasi vergognosi e intimoriti. Ella fa scorrere su tutti uno sguardo altiero, sprezzante, imperioso, e si viene accostando lentamente al letto del marito moribondo.
Questi volge verso la duchessa le pupille già offuscate dal velo della morte vicina, e per un istante quelle pupille si animano e mandano uno sprazzo di luce, che incontra il freddo sguardo dei grigi occhi di lei. La principessa non si scuote menomamente, non un tratto della sua larga faccia borbonica si commuove; tranquilli i suoi occhi si sviano da quelli del morente e si posano freddi come acciaio sui cortigiani, ai quali essa parla in francese e coll’accento di chi oramai è e sa di essere padrona:
— Signori! Vi comando di lasciare questa camera.
S’inchinano umili, ma indugiano ad ubbidire, e sir Tommaso W...., più audace, risponde:
— Perdono Altezza: ma il nostro dovere....
— Il vostro dovere, — interruppe la duchessa, fredda, pacata, ma non meno imperiosa, — è di ubbidire a questo primo ordine che vi dà la reggente del ducato di Parma a nome di suo figlio il duca Roberto.
Escono uno ad uno, e partendo gettano uno sguardo al duca, l’ultimo sguardo ch’egli ne riceverà, ed egli li accompagna con un’occhiata che è l’estremo addio che possa dare a quei suoi compagni di vizio, di dissolutezze, di prepotenze.
Rimasero soli il duca moribondo e la duchessa pallida, fredda, severa.
— Monsignore l’arcivescovo sarà qui a momenti, — disse la duchessa con accento impassibile: — pensate a Dio!
Il duca, che teneva gli occhi vitrei fissi sul volto della moglie, abbassò le palpebre.
— Volete voi dirmi qualche cosa in questi momenti solenni? — soggiunse col medesimo tono la principessa.
Egli scosse lievemente il capo e fece un piccol moto colla mano come per indicare che non poteva dir nulla.
Essa si avvicinò ancora un poco e soggiunse sommessa:
— Io vi perdono tutto, duca!... Possano tutti quelli che avete offeso perdonarvi del pari.
E s’allontanò, e uscì da quella camera, lenta, austera, solenne, come un’incarnazione della giustizia.
Il moribondo rimase solo: mentre nella stanza vicina si radunavano i principali della Corte, e dei loro discorsi animati, benchè fatti a bassa voce, arrivava fino a lui il susurro quasi misterioso.
Chi può dire lo spasimo tremendo di quei momenti, lunghi come secoli, ratti come baleni, in cui quell’uomo condannato al sepolcro, nella piena attività della vita, nel pieno vigore della giovinezza, nella esuberante petulanza d’una indole ardente e temeraria, sentiva avvicinarsi la morte, aspettava coll’orrore nel midollo delle ossa, respiro per respiro, la morte, vedeva nelle tende seriche del letto, nel raggio filtrato di luce fra le cortine delle finestre, nei rosoni del tappeto, nelle procaci mosse di statue di donne nude in bronzo e in porcellana onde erano ornate le mensole, nel luciore dell’oro, vedeva le occhiaia affondate, vuote della morte!
Non aveva che trent’un anno, e moriva; si sentiva in quel paese onnipotente, ogni suo volere, ogni suo capriccio era legge, e moriva; aveva ancora nelle orecchie il suono delle adulazionimaschili e femminili, nelle fibre il fremito d’ogni voluttà che s’era procacciata a prezzo di vergogna d’oneste famiglie, a prezzo di lagrime e anche di sangue d’innocenti, e moriva!
Sì, stava per morire; non c’era da farsi la menoma illusione: l’aveva subito sentito egli stesso, l’aveva letto nel turbamento del medico, nello sguardo freddo della duchessa, glie l’avevano affermato le parole severe di lei, l’abbandono in cui lo si era lasciato da tutti i suoi più fidi, da quelli che erano ossequenti e plaudenti testimoni e compagni delle sue follie. S’affacciava a quel buio spaventoso del di là della tomba, e tremava, e avrebbe voluto ritrarsene, e sentiva l’orribilità dell’inevitabile scuotergli ogni nervo, agghiacciargli ogni vena.
Aveva egli pensato a Dio? Chi lo sa? Forse non l’aveva creduto prima che un’invenzione buona per tenere i popoli soggetti, per atterrire insieme e consolare i poveri, i pusilli, gli oppressi. Aveva egli creduto a una giustizia? No certo; la giustizia l’aveva veduta solamente nel trionfo della sua propria prepotenza, nell’abbassamento de’ suoi nemici. Ora questi due Enti fanno sentire alla sua anima presso ad abbandonare quel corpo squarciato, la paurosa grandezza della loro esistenza. Gli appare allaragione intimorita il Dio che punisce gli oppressori, che vendica le vittime; gli lampeggia all’occhio smarrito la spada di fuoco della giustizia, innanzi a cui sono uguali tutti i tristi, principi sul trono e assassini alla macchia, conculcatori di lei colla porpora e offensori dei suoi precetti coi cenci; tutti quelli che, per l’iniquità delle loro opere, furono dai fratelli maledetti.
La maledizione dell’uomo gli suona come l’accusa innanzi alla giustizia, innanzi a Dio. E quante maledizioni non sono sorte, non sorgono, non sorgeranno ancora contro lui principe, contro lui in questo istante medesimo che muore, contro lui morto, preda il corpo dei vermi nella fossa e l’anima dei rimorsi nel luogo di dannazione! Gli par di sentirle, quelle voci che lo maledicono! Gli par di vederli, coloro che con ira, con odio, con furore le pronunciano. Certo! Ecco una processione di esseri, — di spettri, — che sorge laggiù, laggiù, nel buio che comincia a circondare ed avvolgere il suo spirito, che si viene disegnando sempre più netta, che s’avanza, che viene a passare lenta lenta, un dopo l’altro, innanzi a lui, come le immagini de’ re nella visione di Macbet. Hanno tutti visi accesi, hanno sguardi di fuoco, hanno lo sdegno nella piega delle labbra, imprecano e maledicono tutti, — imprecanoa lui, maledicono lui. Li riconosce man mano: è una povera fanciulla disonorata colla violenza, che è morta di dolore; è un’altra che, peggior sorte, si è rassegnata all’infamia; sono padri di famiglia tolti ai loro cari per gemere in carcere, sono uomini offesi nel decoro, nell’interesse, nell’onore, nella libertà, nella vita; è un onesto provveditore a cui egli in un momento più feroce d’una delle sue cieche bizze tolse la vita con un potente calcio nel ventre[1]. Egli rivede la scena: era una contesa di poca importanza per fornitura di fieno ai cavalli del principe; l’impresario osò dire innanzi a lui le sue ragioni: il Borbone gli sferra un calcio nella pancia che lo manda rovescio per terra. Due giorni dopo l’infelice aveva lasciato alla miseria sulla terra una vedova e due bambini in bassa età. Quell’uomo, quello spettro si ferma più a lungo degli altri innanzi al morente; gli addita il suo ventre tumido, nero, coll’impronta del calcio principesco, e sogghigna. Là dove egli aveva percosso quel povero padre di famiglia, è venuto a percuoter lui il ferro del suo assassino!
Vorrebbe fuggire quella vista: non può. Tutte le maledizioni si uniscono, dànno unsuono solo, come un coro che gli manda alle orecchie un clamore insopportabile: vorrebbe sottrarvisi; non può. Un ardore tremendo gl’invade le viscere; gli pare che è già quello delle fiamme infernali: ha una sete che lo strugge, e non c’è nessuno a dargli da bere, e non può chiamare: vive ancora, vive intensamente in quei minuti d’agonia, perchè soffre immensamente, ed è già preso dalle ombre e dall’immobilità della morte!
Si spalancano gli usci. Traverso la nebbia che offusca i suoi sguardi d’agonizzante scorge lumi accesi, una pompa di abiti sacerdotali e una processione di figure che s’avanzano: tutt’intorno ode un mormorio di preghiere, ma in esso non un accento d’affetto, non una parola di perdono; ed è di questo che egli avrebbe bisogno, ed è una simile parola che gli pare darebbe al suo tormento alcun sollievo, alla sua agonia qualche dolcezza, al suo affanno qualche barlume di speranza.
L’arcivescovo s’inginocchia e prega, — pregano tutti, colle labbra; il cuore non vi si associa: gli sguardi che s’appuntano a quel letto incortinato non hanno il bagliore d’una lagrima, non esprimono che una curiosità stupita senza simpatia.
Una contrazione è passata sul volto del principe e poi il capo è ricaduto più chinosulla spalla. L’arcivescovo si alza, si accosta, esamina il giacente, e poi dice al corteo inginocchiato:
— Il duca Carlo III ha cessato di vivere.