VIII.

VIII.

Sir Tommaso rientrò sollecito nel palchetto del duca.

— Ebbene? — gli gridò questi appena lo scorse: — selvaggina di conto?... Tu hai fatto una faccia, vedendola!...

L’inglese si avvicinò presso presso al principe, e chinandosi famigliarmente verso di lui, gli sussurrò all’orecchio:

— È la Zoe.

— Chi? — domandò il Borbone allargando tanto fatti i suoi occhi che parevano pallottole di vetro. — Che Zoe?

Tommaso abbassò ancora più la voce e mise le labbra così vicino all’augusto orecchio da quasi toccarlo.

— La spia dell’Austria: — mormorò con voce che era appena un soffio.

Il duchino fece un leggero sobbalzo, ebbe un osceno sorriso e animò un pochino il vetro de’ suoi occhi rotondi.

— Ah ah!... Quella tal Zoe di Torino... LaLeggera?

— Sì Altezza.

— To’, ho giusto piacere di vederla! — esclamò il principe. — Una bella donna!... È sempre una bella donna, Tommaso?

L’inglese mandò un grosso rifiato che poteva passare per un sospiro.

— Sempre più bella!

— Tanto meglio!... E sì che non la è più una giovanetta.... È da quando ero a Torino che non l’ho più vista.... cioè no.... l’ho veduta ancora a Vienna, un momento.... La era allora col principe K.... È lui che l’ha fatta un agente politico di importanza.... Bel colpo! Unire la galanteria, la diplomazia e la polizia!... Che cosa è venuta a far qui?.... Bisognerebbe saperlo.... e intanto per prima cosa sapere dov’è alloggiata.... Saperlo subito, questa sera medesima, hai capito Tommaso?

L’inglese s’inchinò.

— Vado immediatamente, — rispose, e uscì di nuovo sollecito.

Carlo III era veramente punto da una viva curiosità: quella di vedere la donna che gli ricordava certi anni della sua giovinezza, i quali allora gli parevano i più belli e deliziosi della sua vita, come colei, per cui tali anni rivivevano nella sua memoria, parevagli essere stata delle più leggiadre e seducenti fra quante femmine aveva accostato.

Si sporse quanto potè fuor del parapetto della loggia volgendo il muso in su; ma non riuscì a veder altro che un braccio nudo, opulento, elegantemente tornito, di pelle bianca e fine come un raso, sovraccarico di maniglie, e intorno come una nebbia di mussole, di trine e di fiori. Non ci resse più; s’alzò bruscamente a mezzo d’un gran ballabile di tutto il corpo di ballo, in cui ognuna di quelle ninfe in calzoni di maglia cercava di fare un sorriso più affascinatore e più provocante, e uscì con passo affrettato dalla loggia, dicendo ai cortigiani:

— Voi altri non vi movete; vieni tu meco, Anviti.

Il colonnello, uno dei più benevisi del duca fra i petulanti e i prepotenti che gli stavano intorno, imitatori della prepotenza e della petulanza del principe, seguì tosto quest’ultimo.

Alfredo di Camporolle, che aveva allor’alloraricevuto quel certo biglietto e che da questo era stato messo in una viva agitazione, per la speranza che vi aveva attinto di poter ritrovarsi quella stessa notte insieme colla baronessa; Alfredo aveva piantato i gomiti sul cuscinetto del parapetto, teneva con tutte due le mani serrato innanzi agli occhi il cannocchiale e fissava, fissava quella donna, aspettandone, invocandone in cuore, lusingandosi di riceverne un altro sguardo amoroso come quello che gli aveva lanciato poc’anzi, cercando di leggerle per le pupille nell’anima, credendo quasi poterle comunicare così quell’ardore che la vista di lei gli aveva suscitato e che in lui ribolliva. Egli non si accorse neppure che l’uscio del suo palchetto veniva aperto di nuovo, che entravano due uomini con passo affrettato, sicuro e di padronanza, e non si riscosse finchè non sentì una mano posarglisi bruscamente sulla spalla. Rivolse vivamente in su il capo con atto impaziente, pronto a trattare con poca cortesia chi veniva così a disturbarlo, e rimase tutto confuso e meravigliato nel trovarsi innanzi il principe; sorse in piedi e stette lì senza saper trovare parole.

— Lei, conte, — disse con tono scherzoso il duca, — è nel posto migliore per vedere questa nuova bellezza che eccita l’ammirazione di tutto il teatro. Siamo venuti anche noi a profittarne. Ci perdona l’invasione?

— V. A. è padrone: — rispose malvoglioso e più impacciato che mai il giovane; mentre il duca, senza dargli retta altrimenti, si buttava a sedere e appuntava il cannocchiale sulla baronessa.

L’Anviti, il quale guardava ancor esso con ammirazione la forestiera, domandò piano ad Alfredo:

— La conoscete voi quella signora?

Il conte fissò in volto chi gli aveva fatta la domanda: si ricordava che era stata appunto la baronessa la quale gli aveva mandato una lettera di raccomandazione per l’Anviti, e lo aveva pregato, per farle piacere a lei, di servirsene. Ed era l’Anviti che in grazia di questa lettera l’aveva introdotto a Corte.

— E voi? — chiese Alfredo a sua volta, fissando sempre il colonnello. — La conoscete?

— Io no: — rispose l’Anviti: — e, corpo di bacco! vorrei benissimo avere la fortuna di conoscerla.... come certo avete voi....

— Io no: — interruppe Alfredo, il quale pensò che forse alla baronessa avrebbe dispiaciuto ch’egli rivelasse la loro attinenza: — non la conosco molto più di voi medesimo.

— Eppure, quando l’avete vista mi è sembrato notare in voi una certa emozione....

— Un po’ di meraviglia... La vidi a Bologna, dove teneva un’esistenza così originale....

— Ah sì?... Galante?

— No: niente affatto: non riceveva nessuno; e per quanto facessero i più ricchi, i più audaci, i più fortunati, non uno riuscì a essere introdotto in sua casa.

— Oh oh! cospetto!... Chi lo direbbe a vederla?... Un mostro di virtù.

Si curvò sul principe che stava sempre intento a guardarla, ed a cui essa non faceva la menoma attenzione.

— Sente V. A.? — gli disse ridendo. — Qui il conte ci afferma che è una Lucrezia romana... prima di Tarquinio.

— Davvero? — esclamò beffardamente il duca con un sogghigno che spiacque molto al povero Alfredo. — Oh son proprio curioso di conoscerne qualcuna di codeste eroine.... Non ne ho mai incontrato nessuna finora!....

— E V. A. correrebbe anche il rischio d’esserne il Tarquinio?

— Rischio? — disse il principe levando le spalle: — non ce n’è più nessuno di rischi.... La semenza dei Bruti è andata persa affatto.

— E con ragione: — ribattè il cortigiano ridendo: — erano maniere troppobrutaliper un secolo civile come il nostro.

Alfredo ascoltava quei discorsi con una malavoglia, con un disagio che non sapeva spiegarsi egli stesso; l’attenzione, l’interessamento cheil principe mostrava per la baronessa, gli davano sospetto, dispiacere e rabbia; avrebbe voluto interloquire, rintuzzare l’impertinenza di quelle parole, e non osava, e non gli veniva neppure alle labbra cosa che gli paresse acconcia da dirsi.

A toglierlo da quel suo disagio sopraggiunse un ufficiale d’ordinanza del principe.

— Altezza, — disse quest’ufficiale, inchinandosi verso il duca: — c’è il capitano degli ulani austriaci Imperatore Nicolò, il conte von Klernick; il quale supplica di aver l’onore di presentare i suoi omaggi a V. A.

— Ah! von Klernick — gridò il duca: — quella testa matta!... Ne abbiamo fatte di belle pazzie insieme a Vienna!... Quand’è arrivato?

— Credo ieri.

— Ci dev’essere qualche gonnella che lo tira, ne son persuaso.

— Nelle quinte del palcoscenico si susurra di sì.

— Ah ah! Una diva della ribalta.

— La nuova ballerina venuta da Milano a sostituire la Ranzi caduta ammalata.

— Egli la protegge?

— Sì.... è venuto apposta, ed ha per rivale un uffiziale piemontese.

— Oh oh! un piemontese?... Sarà un italianissimo. Come si chiama?

— Il marchese di Valneve.

— Sangré di Valneve... Buona famiglia... Conosco! E forse che è venuto anche lui questo marchese?

— Sì, Altezza.

— Benone! Ci divertiremo... Dica pure a von Klernick di venire.

Mentre l’ufficiale d’ordinanza usciva per chiamare l’austriaco, entrava in quel palchetto l’inglese sir Tommaso.

— E così? — gli gridò di nuovo il duca stando al parapetto: — trovato quel ricapito?

— Trovato.

— Ed è?

— Sul canto di borgo San Biagio, alla strada di Santa Lucia.

Alfredo udì quell’indirizzo.

— Va benissimo: — esclamò il duca. — Faremo una visita questa stessa notte.... Anviti, mi accompagnerai.

Anche queste parole furono udite dal conte di Camporolle, il quale, vedendo in quella entrare ancora l’ufficiale d’ordinanza, accompagnato da un capitano di ulani austriaci, pensò che il meglio che avesse da fare era di andarsene via dal suo palchetto egli stesso.


Back to IndexNext