XI.

XI.

Ernesto di Valneve, uscito dall’uffizio di Polizia a braccetto con Alfredo di Camporolle, quando furono un poco allontanati dal portone innanzi a cui passeggiava la sentinella, disse al suo compagno:

— È per lei un sacrifizio il non tornar più a teatro?

— Niente affatto, — rispose Alfredo. — Anzi volevo già partirmene.

— Sarei indiscreto, la torrei a qualche occupazione o ritrovo, se la pregassi di favorirmi della sua compagnia per un’ora o due questa sera?

— Niente affatto, — rispose con cordiale sollecitudine Alfredo: — anzi le dirò che mi rende un vero e gradito servizio. Io aveva appunto da studiare il modo di occupare il mio tempo sino all’una dopo la mezzanotte.

— Ebbene, allora cominciamo per far quello che abbiamo detto a quel gufo di Direttore della Polizia: andiamo a cena; là, e forse soltanto là, potremo discorrere un po’ liberamente. Vede quelle ombre che rasentano il muro laggiù? Sono spie che il Direttore di Polizia ci ha messo alle costole per sapere i nostri fatti e inostri discorsi, e io ho gran bisogno di tenere celati a lui e ai pari suoi gli uni e gli altri... Non già, — soggiunse vivamente con una uscita di franco buon umore, — ch’io voglia commettere qualche delitto... ma qualche cosa voglio fare, per cui ho bisogno anche della complicità di qualcheduno.

— Eccomi a Lei, se io le posso servire: — disse Alfredo.

— Sicuro! Ed è proprio la mia buona sorte che mi fece incontrare così gentile e simpatica persona.

Giunsero alla locanda dove era alloggiato il conte di Valneve, e questi ordinò si portasse loro da cena nella propria camera. Non c’è nulla che accomuni di più due giovani della medesima condizione, delle medesime abitudini, i quali sieno già l’uno all’altro simpatici, che un pasto di questa fatta fronte a fronte, in tutta libertà, con buone vivande e vini squisiti. Alle frutta i due conti erano amici e si davano del tu; e fu allora che, fatto allontanare i camerieri, con alcune bottiglie dibordeauxancora sulla tavola, un allegro fuoco acceso nel caminetto, un eccellente sigaro ambedue i commensali fra le labbra, il piemontese cominciò il discorso che gli stava a cuore.

— Per confessarti subito tutta la verità, caro Alfredo, — così disse Ernesto di Valneve, — l’avventuraa cui ti prego d’assistermi bisogna che finisca con un duello.

— Un duello serio? — domandò Alfredo, il quale, abilissimo nella scherma e nel maneggio d’ogni arma, chè questo era pure stato un elemento della sua educazione a cui avevano posto molta cura i suoi istitutori, pure non s’era mai trovato in simil caso, e provava una certa impressione.

— Spero di sì: — rispose sempre con quella sua allegra tranquillità il piemontese. — In fatto di duelli, eccoti la mia opinione, che ti raccomando: evitarli per le bazzecole, ritenerli ridicoli per le minchionerie, e farli sul serio quando ve ne sia un motivo reale e non si possa ottenere un’altra soddisfacente soluzione.

— Mi rincresce pel pericolo a cui vai incontro, — disse Alfredo, — ma confido pure che la tua abilità e il tuo coraggio...

— Evvia! — interruppe allegramente a suo modo Ernesto: — il pericolo ed io ce la diciamo abbastanza bene. Già lo saprai che la fortuna in queste cose assiste i capi scarichi, gli sventati. Ora io ho la mortificazione di doverti dichiarare che sono uno sventato, un capo scarico di prima classe... E poi, e poi... che cosa t’ho a dire?... non mi è ancora capitato di dover sentir paura per nulla e per nessuno: figuriamoci se avrò da provarne perquel gran pagnottone bianco dai baffi tirati e fatti a lesina che pare un bue vestito da ufficiale austriaco!

— Ah! — esclamò Camporolle: — il tuo avversario del duello sarà dunque quel colossale capitano d’Ulani che era questa sera col duca...

— E che mi guardava... insieme con quel carissimo duchino... tanto insolentemente.

— Ed è per codeste sguardate?...

— Che non ti pare le bastino, quando chi ce le manda ha un muso come quello e una montura d’austriaco?... Corpo di bacco! vorrei poter tirare sul terreno anche quella faccia impertinente del signor duca e mostrare anche a lui un tantino d’educazione!...

S’interruppe e soggiunse con un po’ più di serietà:

— E pensare che questi sono principi, che sono regnanti, val quanto dire debbono rappresentare ed essere tutto ciò che v’ha di più nobile, di più eletto, di più valoroso, di più generoso nel mondo. È cosa da far dar nei lumi! E poi c’è che si stupisce che la monarchia scapiti ogni giorno più!... Basta, non ficchiamoci a filosofare... Come puoi facilmente capire, non è la prima volta che barattiamo di queste occhiataccie io e quel mastodonte d’ulano austriaco che si chiama von Klernick. Ci siamo incontratia Milano dove io ho l’abitudine di passare ogni anno una parte del carnevale in casa di certi parenti che ci ho. Fu alla Scala che l’ho visto la prima volta; già era destino che la nostra attinenza dovesse essere qualche cosa di teatrale, e per isciogliersi degnamente avrà da finire in tragedia. Quell’elefante ha trovato modo di farsi presentare alla marchesa Respetti-Landeri, che è la moglie di quel mio lontano cugino presso cui abitavo, che io riguardo quasi come un fratello, perchè oltre ad essere il miglior uomo di questo mondo, suo padre era il più grande amico del mio, ed egli è appunto figlioccio di mio padre e si chiama Ernesto come mi chiamo io, e come da chi sa quante generazioni si chiamano tutti i primogeniti dei Valneve... Ciò sia detto fra parentesi... La marchesa Sofia, la moglie di mio cugino, è una donna graziosissima, bellina, di spirito, il meno civetta che possa esserlo una signora, ricca, di venticinque anni, e che non ha nemmeno l’occupazione d’un bambino da allevare: avevo già sentito a dire che c’era un torrione d’ufficiale austriaco che le faceva la corte e ciò mi indispettiva per lei, pel mio amico e cugino, e per me stesso, che, a dirti la verità, non posso vedere le monture austriache. Non l’avevo ancora mai visto, quando una sera, come ti dicevo, alla Scala, mentre ero nel palchettodella marchesa Sofia, vedo venire a stringerle la mano e sedersele presso quella balena di tedesco. Fatta la presentazione, ci guardammo come un cagnaccio e un gattino. Tu sai che un gatto, per quanto piccolo, se è di buona razza, non si lascia impaurire da un cane per quanto grosso. Della freddezza che si usava verso di lui, quel colosso non se ne dava per inteso: mi destava un’irritazione che, se non fosse stata presente la marchesa, avrebbe corso rischio di farmi commettere perfino qualche inciviltà. Il sopraggiungere di nuove visite obbligò me a uscire dal palchetto, e lasciai là dentro quel Golia a fare il grazioso col garbo d’un orso. Incontrai parecchi giovinotti milanesi che, discretamente, ma francamente, mi toccarono della cattiva impressione che faceva nella società milanese il vedere così frequentemente intorno alla marchesa Respetti, piemontese, moglie d’un piemontese, quell’uniforme turchina del von Klernick. Stavo studiando meco stesso un modo di pigliarmela con quel campanile d’ulano, senza che ne avessero ad essere compromessi nè mio cugino, nè sua moglie, nè la delicata condizione in cui mi trovavo nella mia qualità di ufficiale piemontese, quando, fra le tante vane ciarle che si tengono dai giovani sfaccendati, udii far cenno d’una passione che il medesimo rinoceronte al serviziodell’imperatore d’Austria nutriva per una delle prime ballerine, la Carlotta.

— Quella che è venuta ora qui a Parma, e che ha esordito questa sera? — domandò Alfredo che ascoltava con simpatico interesse il racconto del suo nuovo amico.

— Appunto... Quella ragazza io l’aveva conosciuta... abbastanza intimamente, quando era venata a ballare a Torino e... non me ne fo un merito.... avevo acquistato su di lei un certo influsso, un certo ascendente, come si suol dire, che ero riuscito più volte a far prevalere ai suoi capricci... chè la n’è impastata, quella creatura... le mie bizzarrie, che pure non sono poche nè ordinarie. Fino a quel momento non m’era nè anco venuto in capo di andarla a vedere, chè, a dir la verità, l’impressione lasciatami dalla sua frequentazione d’un mese non era tale da suscitarmi un vivissimo desiderio di rinnovarla: ma appena sentii che quel Montebianco d’alemanno n’era invaghito, mi venne una matta voglia di portargliela via di sotto ai baffi. Quella stessa sera andai ad aspettarla alla porticina per cui doveva uscire dal teatro, finito il ballo. Ella venne saltellando fuor dell’uscio, per islanciarsi nella carrozza che stava lì davanti a lei già collo sportello aperto. Io m’avanzai da una parte chiamandola per nome: «Carlotta!» Dall’altra,camminando col suo passo pesante, si presentò quel bufalo d’un ulano. Ella stette sospesa con un piede giù dal predellino, una mano in aria, quel suo nasino volto in su, palpitante di curiosità e di voglia di ridere. Io non perdetti un minuto di tempo, e le dissi nel mio piemontese che ella capisce perfettamente: «Ora io salgo in carrozza con te e t’accompagno a casa; se non mi vuoi, tu non hai che da gettare una parola, uno sguardo, un saluto a quello spaventapasseri di tedesco; io facciodietro-front, e non mi vedi più.» La Carlotta fece una gran risata, saltò nel legno gridandomi: «vieni» senza dir nemmanco «va al diavolo» all’ulano; io mi slanciai al fianco di lei nella carrozza, rinchiusi lo sportello, e via al trotto delle rozze pagate dall’impresario, mentre l’austriaco, rimasto con tanto di naso, ci mandava dietro unzum Teufelcolossale come la sua persona.


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