XII.

XII.

Ernesto di Valneve riempiè i bicchieri dibordeaux, riaccese il suo sigaro d’avana che si era spento e domandò al suo compagno con quel suo simpatico sorriso:

— Il mio racconto comincia ad annoiarti?

— No, tutt’altro: — rispose con calore Alfredo: — mi diverte assaissimo invece.

— E allora continuo. Il mio disegno era che quel pezzo da sessanta, indispettito meco, venisse ad insultarmi e si prendesse lui tutt’insieme l’iniziativa, il torto e la responsabilità della contesa e del duello che le avrebbe dovuto tenere dietro; ma quel Sancarlone di ciccia pare che sia tanto paziente quanto è grande e grosso: si contentava di guardarmi con quei suoi occhiacci da uccello notturno e non mostrava neppure di accorgersi ch’io gli volgevo le spalle per non salutarlo, quando lo vedevo ad arrivare. Ostentai di mostrarmi al Corso in carrozza e al teatro Re in palchetto colla Carlotta, di cui, a dire il vero, non mi importava un cavolo; e ne ricevetti i rimproveri dal mio buon cugino Ernesto. Tutto inutilmente! Presi la Carlotta a quattr’occhi. «Tu scellerata, le dissi, ricevi ancora von Klernick?» — «Oh tanto poco!» rispose lei: «quando tu non puoi venire.» — «Per quanto sia poco, è sempre troppo!» gridai io fingendo di montare in collera: «e se non gli chiudi proprio per sempre su quel mascherone da fontana l’uscio del tuo quartiere, io non mi lascio più vedere da te nè cotto nè crudo.» L’ingenua creatura si mise a piangere. «Ogni qual volta egli viene,» esclamò nel candore della sua innocenza,«mi porta sempre un regalo di valore.» — «Ah! non voglio che tu ci abbia da perdere,» soggiunsi io ridendo: «e a ogni mia visita saranno due i regali che mi farò premura d’offrirti.» Le lagrime cessarono e il mastodonte alemanno rimase alla porta. Le cose non potevano andare in lunga di quel modo; e sai tu il bel modo che ha trovato nella sua grossezza quel toro di Falaride? Il medesimo che ora si vuole applicare qui dal governo del duca: mi si mandò a chiamare da Santa Margherita e mi si fissarono cinque giorni per partire e tornarmene in Piemonte. Fui sul punto di dare un calcio a tutta la prudenza e di fare una scenata a quella caricatura del Colosso di Rodi; ma per fortuna venne il caso a favorirmi. La prima ballerina di questo teatro di Parma, come sai, cadde ammalata, e per sostituirla si pensò di chiamare la Carlotta, la quale ci ha dei parenti in questo paese. Io era sicuro che se la ragazza fosse venuta qui, quel cammello di von Klernick le sarebbe corso dietro; qui, lungi da Milano, non ci sarebbe più stato pericolo che venisse frantesa la causa di una disputa fra lui e me e che nessuno fosse compromesso, e avrei potuto finalmente esser io a coronare l’opera, obbligando quel pilastro a uscire dalla sua prudente passività, anche con un diretto insulto:epperciò istigai vivamente la Carlotta ad accettare. La lasciai, come fosse questa sera, decisa di venire, e il domani mattina la trovai melanconica, perplessa, agitata, d’un umore insopportabile. Insistetti per sapere che cosa fosse avvenuto, e la cara innocentina mi porse con atto da grande attrice, senza pure una parola, un bigliettino di calligrafia germanica, scritto in un italiano più germanico ancora, in cui quel colosso d’uomo le annunziava la generosa idea che gli era saltata in mente di pagarle la somma di cinquemila lire se ella aveva l’eroismo di resistere alle seduzioni dell’impresario di Parma e rimanere a Milano.

— Per bacco! — esclamò Alfredo. — Ci metteva proprio un gran puntiglio nella gara!

— Sicuro! — soggiunse Ernesto. — E ce l’avevo messo anch’io oramai. S’era fatta una lotta in cui ciascuno credeva quasi impegnato il proprio onore a non restarci disotto. Io poi assolutamente voleva spuntarla, perchè quell’Oloferne d’un ulano tentava compromettere mia cugina, una delle più brave donne del mondo e moglie del mio più caro amico, perchè era grande e grosso come il cavallo di marmo di Torino, perchè era un ufficiale austriaco e perchè mi era antipatico in sommo grado. Conclusione: stracciai in minutissimi pezzi l’eloquenza scritta del gigante teutonicoe dissi alla donzella disperata e che quasi minacciava saltarmi agli occhi colle unghie: «Sta quieta: quel pitocco d’un megaterio....» (la poverina non sapeva nella sua innocenza che cosa fosse un megaterio; le spiegai per amore dell’esattezza che gli era un animale tardigrado antidiluviano grosso come una cattedrale).... «quel pitocco d’un megaterio non ti offre che cinque mila lire per restare? Ebbene, io te ne do sette mila per partire.»

— E glie le hai date? — domandò Alfredo.

E l’ufficiale piemontese, con un leggero sospiro che forse ricordava le difficoltà provate per procurarsi quella somma:

— Sicuro! Non sono stato colle mani alla cintola e il domani stesso le mettevo sulla sua tavoletta un sacchetto pieno di napoleoni d’oro.

— Corbezzoli! — disse il conte di Camporolle: — io t’ammiro. Tu fai cotanto per quella donna che probabilmente non ne vale la pena.

— Oh no! non ne vale davvero la pena...

— Senza sentir nulla per lei... solamente per un puntiglio!... Che cosa faresti se tu avessi nel cuore una grande, una forte passione?...

Era sul punto d’aggiungere: «come ho io»; ma si trattenne a tempo, pensando che quella donna misteriosa non gli avrebbe forse perdonato di confidare quel segreto neppure ad unamico di anni ed anni, figurarsi poi ad un amico di poche ore.

Il conte di Valneve rise in un cotal suo modo pieno di spensieratezza e di garbo.

— Eh! non ne so nulla io stesso, — rispose. — Io sono un originale, umor bizzarro, che forse pratico il meno di quanti mai uomini sono e furono il saggio precetto di Socrate di conoscere sè stessi. Per una follìa sono capace d’un miracolo, per una passione seria chi sa?... E anzitutto dubito perfino s’io sia capace di una passione seria. Mio padre, al quale, poveretto, ho già dato tanti dispiaceri, — mandò un altro sospiro in cui si sentiva un verace e sincero rincrescimento — mio padre mi dice sempre che ho un cervello bislacco, un cuore che non è cattivo, ma si lascia pigliare da chi vuole, e una ragione la quale, non già che manchi, ma è sempre a spasso, il che torna lo stesso come se non ci fosse. E ora tu mi puoi conoscere come i miei compagni d’Accademia e i camerati di reggimento, e puoi decidere con apprezzamento più giusto se fai bene o fai male ad assistermi nel mio duello con quel cetaceo terrestre.

Alfredo, vinto sempre più da una calda simpatia per quel giovane, gli porse tutte e due le mani:

— Ma io sono qui disposto a far tutto quello che ti piace, e magari battermi io in tua vece...

— No: — interruppe Ernesto ridendo — questo non mi piace.

Trasse fuori dal taschino l’oriuolo e guardò l’ora.

— Appunto le undici, — soggiunse — il teatro finirà a momenti. È l’ora opportuna. L’elefante si recherà dalla ninfa. Ci dobbiamo essere anche noi. A Milano aspettavo che fosse lui a risentirsi delle mie punzecchiature; qui posso esser io a risentirmi subito subito, e le sue occhiataccie di questa sera mi bastano. Beviamo ancora un bicchiere dibordeauxe andiamo.

Sorsero in piedi ambedue, e il Sangré mescette nei bicchieri. In quella s’udì un picchio all’uscio.

— Avanti! — gridò la voce franca e squillante di Ernesto.

Entrò un cameriere.

— Scusi, signor conte, — disse rivolgendosi al Valneve, — c’è un signore arrivato adesso adesso da Torino che ha bisogno di parlarle e aggiunge subito subito per cose di gran premura.

Ernesto corrugò le sopracciglia.

— Da Torino! — ripetè con accento di malumore. — Scommetto che indovino. È qualcheduno che mi ha mandato mio padre per tentare di richiamare in casa quella certa ragioneche è sempre a spasso. Ha detto il suo nome?

— Mi ha dato questo biglietto da rimetterle.

Il conte di Valneve prese in fretta dalle mani del cameriere il biglietto, ne aprì la busta, e in furia spiegato il foglietto, vi diede una rapida sguardata.

— Lui! — esclamò con un sogghigno in cui c’era stupore, dispetto e la solita allegria insieme. — Mi manda il buono! Possibile che mio padre e mia madre non conoscano ancora che cattivo soggetto è costui!... Ma già essi vivono in una sfera così superiore, in un mondo così diverso...

S’interruppe, e piegando trascuratamente il foglio per cacciarselo in tasca, domandò al cameriere:

— Dov’è costui?

— Qui nella camera vicina.

— Ah va bene!... Abbi pazienza un momentino, Camporolle. Mi sbarazzo in due parole di questo noioso... oh non ci perderò molto tempo, e poi andremo.

Alfredo fece un segno che voleva dire all’amico s’accomodasse pure a tutto suo talento.

Valneve uscì col cameriere, e dall’uscio rimasto aperto un momento venne fino all’orecchio del Camporolle la voce dell’uomo che era venuto in cerca d’Ernesto; la quale pronunziava chiaramente queste parole:

— Son io, signor conte.

Quella voce fece dare un balzo ad Alfredo. Egli la riconosceva, quella voce: sì certo, gli era famigliare. Ma come l’uomo a cui apparteneva tal voce era in relazione col conte di Valneve, e questi lo aveva detto poc’anzi un cattivo soggetto?... Una pungente, irresistibile curiosità assalì il giovane: egli fu d’un salto all’uscio socchiuso e udì il suo nuovo amico dire a quell’uomo con un accento di profondo disprezzo:

— Ah vi riconosco, signor Matteo, caro, amabile e degno strozzino.

Matteo!... Anche il suo nome! Quell’uomo era colui che aveva tanto operato, che aveva fatto tutto per l’allevamento, l’educazione, l’istruzione, la condizione sociale d’Alfredo; era il misterioso suo amico e protettore Matteo Arpione.


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