XIII.
Pel primo momento Alfredo volle ancora dubitare. Commise l’indiscretezza di socchiudere leggermente l’uscio e di mettere all’apertura prima l’orecchio, poi l’occhio per chiarirsi del tutto. Il dubbio non era più possibile. Non capì pur una parola di quanto quell’uomo diceva,ma la voce netta e distinta era dell’Arpione; la luce di due candele che il cameriere aveva poste sopra una tavola batteva di pieno sulla faccia di quell’uomo e quelle erano le fattezze senza espressione, i tratti cascanti, gli occhi serpentini, la fronte schiacciata, la bocca sottile, la pelle ulivigna di Matteo Arpione. Il giovane sentì invadersi da capo a piedi d’un gelo. Colui che solo al mondo gli aveva rappresentato fin’allora e gli rappresentava la famiglia, da quel suo nuovo amico, del quale tutto gli faceva credere alla franchezza e alla nobiltà, era detto un tristo, un cattivo soggetto, era trattato con evidente disprezzo! Ma chi era dunque? Che cosa faceva egli? Quali attinenze aveva con lui il conte Sangré? Per che cosa egli era venuto a Parma?
Non potè molto tempo rimuginare siffatti pensieri, perchè l’uscio della stanza vicina non tardò ad aprirsi, e la voce allegra del conte Ernesto gli gridò:
— Vuoi venire, Camporolle? Ciò che abbiamo da fare ora mi preme più che quello di cui mi ciancia quest’uomo.
Fu la volta per Matteo Arpione, — poichè era lui davvero, — di trasalire e commuoversi. Quel nome di Camporolle, ch’egli non s’aspettava mai più di udire in tal luogo, il comparire del giovane che gli giungeva ancora piùinatteso, lo turbarono profondamente, e se il conte di Valneve avesse fatto attenzione a lui, avrebbe notato quella sua subita commozione, come la vide Alfredo. Ma l’Arpione dominò tosto il suo turbamento, ridiede alla sua faccia la solita apatica tranquillità senza espressione, facendo però in fretta cogli occhi, coll’atteggio delle labbra, colle mani un cenno, che era insieme di preghiera e di comando, perchè il giovane non mostrasse di conoscerlo.
— Tornate domattina: — riprese il conte Ernesto volgendosi di nuovo a Matteo sempre con quell’accento sprezzoso: — e allora potrò ascoltarvi; ora vi ripeto di lasciarmi in libertà.
Pigliò il suo pastrano che era colà gettato sopra un sofà e fece per vestirlo; Matteo accorse umilmente ad aiutarnelo, come avrebbe potuto fare il più rispettoso dei domestici; e il conte Ernesto tollerò quell’atto servile senza neanche mostrare d’accorgersene: ma quando fu vestito e già col cappello in testa, Sangré di Valneve, toccatosi nelle tasche del vestito e del pastrano, esclamò:
— O che testa! Facevo la solenne corbelleria d’uscire senza l’astuccio dei sigari.... E non voglio mica andarne a comperare di que’ parmensi!
Corse di nuovo nell’altra stanza a cercare e prendere il portasigari. Matteo colse questotempo; guizzò lesto presso Alfredo e nell’atto di aiutare anche lui a calzare il pastrano gli susurrò all’orecchio:
— Non mostri di conoscermi.... Non domandi neppure di me.... La prego.... Domani mattina sarò da lei.... Son venuto apposta per vederla, per parlarle... Le spiegherò tutto... Zitto!.... È qui il conte.
E con un’agilità di cui non lo si sarebbe creduto capace, in un balzo fu all’altro capo della stanza, prima che Ernesto, il quale apriva il battente dell’uscio, fosse entrato.
L’ufficiale piemontese non fece più la menoma attenzione a Matteo; prese amichevolmente il braccio di Alfredo, e, traendolo seco, si avviò dicendo col suo solito piglio scherzoso:
— Andiamo alla pesca di quella balena... di acqua dolce.
Nell’anticamera trovò un cameriere.
— Andate a spegnere i lumi nel mio quartierino, — gli disse, — e chiudete per bene. Naturalmente, metterete fuori quell’uomo che ci si trova.
I due giovani, tenendosi così a braccetto, uscirono dalla locanda e camminarono un poco in silenzio, preoccupati ambedue. La venuta di quell’uomo, per ragioni diverse, aveva turbato l’uno e l’altro.
Fu Alfredo che ruppe il primo il silenzio,non potendo resistere più oltre alla penosa curiosità che lo travagliava.
— Colui che è venuto a parlarti poc’anzi... quell’Arpione....
Ernesto lo interruppe stupito:
— Tu lo conosci? — domandò.
Camporolle esitò un momento. Dire la bugia rincresceva al suo carattere leale; ma le parole che Matteo gli aveva dette, l’atto supplichevole che gli aveva fatto perchè tacesse che fra loro correva qualche relazione, lo rendevano pure riguardoso a confessare la verità.
— No; — rispose dopo un pochino e volgendo in là il capo a nascondere al suo compagno la confusione che questa bugia gli metteva sulla faccia aperta e sincera.
— E in che modo ne sai il nome?
— L’ho udito da te... questa sera... quando gli parlavi, a quel cotale.
— Ah sì?... È proprio un arpione, che disgraziato chi vi resta preso... Tanto meglio che tu non lo conosca, e t’auguro che tu non abbia mai da far nulla con lui.
Alfredo si sentì venir pallido.
— È dunque proprio qualche cosa di brutto e di cattivo? — domandò con accento che si sforzò di rendere il più possibile indifferente.
— Tutto quello che v’ha di più brutto e di più cattivo... fuori del delitto... Oh quanto adelitti propriamente detti secondo la legge, no; il sor Matteo è troppo furbo per dar del naso in un articolo qualsiasi del Codice penale... Ma dove non può o non vuole arrivare la spada della legge, oh lascia fare a lui! Non c’è altri capace al pari di lui di impiccare uno scapato giovanotto, di dissanguare un povero sventurato di padre, di mettere sul lastrico una famiglia intiera. La favola del ragno e dei moscerini è vecchia come il mondo, ma è sempre giusta e conviene a costui come lo scarpino di raso al piede della Carlotta. Guai ai moscerini che incappano nella sua tela; non ne scappano più finchè abbiano dato all’ingordo animale fin l’ultimo loro succhio.
— Ma come?... — mormorò Alfredo che si rifiutava a capire e che sentiva turbarsi sempre più l’animo e impallidirsi il volto.
— Non comprendi? Oh bisogna dire che tu hai avuto una gran fortuna, quella di non conoscere questa razza di iene codardamente feroci, per non intender subito che io voglio dirti che quello è il più scellerato, sfacciato, implacabile, mostruoso, spregievole, vigliacco, miserabile usuraio del mondo.
Alfredo trattenne a stento un’esclamazione di dolorosa, indignata sorpresa; curvò il capo come se su di sè pure sentisse a gravare l’infamia di quell’uomo al quale, suo padre, ch’eglinon aveva conosciuto, aveva commesso di vegliare su di lui.
— Ma lasciamo stare questo discorso, che è molto uggioso: — disse Ernesto crollando il capo come per iscacciarne spiacevoli pensieri; — e affrettiamo il passo per arrivare in tempo a cogliere alla posta il nostro dromedario austriaco.
Camminarono un poco in silenzio, e poi Alfredo, a cui di colpo era venuto un sospetto, disse a un tratto:
— E certo quel... quell’usuraio è venuto a perseguitarti fin qui per qualche tuo debito....
— Bravo! — interruppe Ernesto ridendo. — Hai indovinato perfettamente. Quel furbo scellerato mette bene innanzi anche un altro pretesto... Ed è tanto accorto, e il mio severo padre e la mia santa madre sono tanto buoni, che se ne lasciarono abbindolare; ma la vera, essenziale ragione del suo viaggio fin qui è quella che dici tu....
— E.... — riprese Alfredo impacciato da ciò che voleva e non osava pur dire: — e tu.... scusami se ardisco farti questa domanda.... Ma la nostra amicizia, benchè così recente, è pur già così viva che spero mi perdonerai.... tu....
— Vuoi dire se sono in condizione di poterlo pagare? — interruppe Ernesto che vide come il suo nuovo amico stentasse a cavarsene i piedi, e sentì la vera e non isterile affezione che ispirava quella domanda ad Alfredo.
— Ecco, appunto! — mormorò quest’ultimo; — perchè, se mai.... si sa bene.... tutti noi giovani ci possiamo trovare in certi momenti.... io ora sarei in grado di levarti d’impiccio.
Ernesto gli strinse la pano con viva cordialità.
— Grazie! — rispose. — Dove mi occorresse, approfitterei certo della tua offerta così generosamente spontanea. Ma per questa volta, spero, anzi quasi sono certo che mi potrò aggiustare senza aiuti estranei...
S’interruppe per fermarsi a guardare intorno ad osservare bene i luoghi.
— Sta!.... Se non mi sbaglio, siamo giunti alla meta... Questa mi pare la casa dove abita la Carlotta.... Sicuro, è proprio quella; e quei lumi colà al terzo piano raggiano dal suo quartiere.... Andiamo: il bufalo o ci è già o non tarderà a venire.
E preso pel braccio Alfredo, si cacciò in una porticina e ambidue salirono fino al terzo piano. In quella appunto l’alta statura del capitano von Klernick si disegnava nella penombra della strada scantonando dall’angolo più vicino e si dirigeva verso la porticina della casa dove abitava la danzatrice milanese.