XIV.

XIV.

Alfredo ed Ernesto saliti al terzo piano penetrarono nel quartiere della ballerina. Fin dall’anticamera udirono un vivace discorrere che pareva quasi un battibecco fra due voci, una di maschio e una di femmina: e il conte di Valneve domandò alla serva, che aveva aperto l’uscio di casa, se già colla Carlotta ci fosse il capitano austriaco.

— No signore: — rispose la fantesca, — è un altro... un giovane di qui... un cugino della signora.

— Ho capito! — esclamò Ernesto colla sua fine ironia. — Un cugino?... Ammirabile!... Oh vera sapienza eterna dei proverbi! Fra i due litiganti eccetera... Io e quell’obelisco d’ulano siamo i due, ed ecco spuntare il terzo. Ma con mio grande rammarico, mia cara ragazza, io sono obbligato a disturbare quell’animato colloquio della Penelope tua padrona con codesto cugino della razza dei Proci, e valle a dire che son qui e che voglio subito subito parlarle.

Sotto la gentilezza (da cui non si dipartiva mai) delle maniere, l’ufficiale piemontese seppeporre tanta autorità di comando, che la serva senza fare la menoma osservazione, andò subito a recar l’ambasciata.

Si udì tosto cessare affatto le due voci che così vivamente discorrevano; ma dopo un breve istante in cui un bisbiglio indicava che si erano scambiate alcune parole sommesse fra la padrona e la serva, scoppiò di nuovo e più alta e concitata la voce dell’uomo che gridò:

— Alla croce di Dio!... Parlate forte dannate femmine... Chi è venuto? Chi è che aspetta di là?... È forse già quel maledetto croato? Che sì che lo ricevo io e lo faccio scender giù delle scale in minor tempo di quel che ci abbia messo a salire.

— Oh oh! — esclamò ridendo il conte di Valneve. — L’austriaco dà sui nervi anche a costui!... Vuol farlo saltar dalle scale! Ma ei non sa dunque che montagna sia quel tentativo di gigante!

S’udì nella camera vicina il passo affrettato d’un uomo che si appressava all’uscio dell’anticamera: ma la ballerina dovette mettersi innanzi a quel cotale.

— No, no, — disse la voce di lei; — non è l’ulano... è un ufficiale piemontese.

Queste parole parvero calmare affatto quell’uomo.

— Ah! un piemontese.... Meno male! — disse. — Delmale ce n’è; e vedi, Carlotta, darei non so che cosa perchè la figliuola della sorella di mia madre lasciasse il palco scenico e la vita che conduce... Ma quando poi penso che un austriaco... Giuraddio!

Ernesto guardò Alfredo con qualche meraviglia.

— Sta a vedere che questo è proprio un cugino per davvero, e che ha tanto buon senso da odiare gli austriaci... Se pure codesta non è tutta una commedia... Appunto, andiamo un po’ a vedere.

Aprì risolutamente l’uscio ed entrò con passo franco nella stanza vicina, seguito da Alfredo.

— Scusino, — disse colla sua solita gentile giocosità, fissando ben bene in volto i personaggi che si trovò dinanzi, — scusino se entro, anzi se entriamo così, senza altre formalità: ma il torto è di queste pareti di cartapesta e di questi ambienti larghi un palmo, che lasciano udire in una stanza tutto quello che si fa e che si dice nella stanza vicina. Invece di assistere al vostro colloquio non visti, ho pensato più leale il mostrarci addirittura. Parlo anche per questo mio amico che vi presento, Carlotta: il conte Alfredo di Camporolle, il quale ha consentito ad assistermi in una certa occasione che son venuto a cercare qui in casa vostra.

La ballerina fece un bell’inchino e regalò un grazioso sorriso al giovane Alfredo. Era essa una donna di poco più che vent’anni, belloccia, grassotta, volgaruccia, con occhi vivaci, labbra carnose e quel non so che di piacevole e di voluttuoso che hanno quasi tutte le milanesi.

L’uomo che era insieme con lei, giovane eziandio, certo non ancora trentenne, incrociò le braccia al petto, corrugò molto fieramente le sopracciglia e guardò con aria di fermezza e quasi di sfida i due nuovi venuti. Non molto alto di statura, ma tarchiato, a spalle larghe, con testa riccioluta e piuttosto grossa, ben piantata per un collo taurino sopra un torace ampio e bene sviluppato, quel giovane aveva un singolare aspetto di robustezza e di forza; e a questo vigore fisico mostravano che corrispondeva anche quello morale le linee ferme delle fattezze e della fronte, e sopratutto lo sguardo ardito, fiero, in certi momenti quasi avreste detto feroce.

Ernesto lo esaminò con quel suo piglio sciolto e tutto franchezza, e sorridendo disse a mezza voce ad Alfredo che gli era vicino:

— Corbezzoli! Questo pezzo di giovane è proprio capace dime culbuterquel falso Golia là.

— Signori, — disse il giovane parmigianoavanzandosi d’un passo verso i due conti, — io sono Pietro Carra sellaio; e costei è mia cugina.

— Me ne rallegro molto... con la signora Carlotta: — rispose Ernesto di Valneve al solito gentile ed ameno. — Io sono Sangré di Valneve, capitano delle guardie del Re di Sardegna. Sua cugina, l’ho conosciuta a Torino; l’ho riconosciuta a Milano, e essendo qui di passaggio, mi prendo la libertà di venirla a riconoscere a Parma. L’ora di presentarmi per una visita non è molto opportuna, ma non ci avevo la scelta: prima di tutto la Polizia parmense mi ha intimato di partirmene domani da questi felicissimi Stati; poi... mia cara Carlotta, voi mi permetterete d’essere affatto sincero: non sono venuto unicamente pel piacere di vedervi, quantunque questo piacere mi fosse graditissimo, ma son venuto eziandio perchè qui in casa vostra soltanto avrei potuto avere la soddisfazione di dire due parole in tutta libertà a quel caro torrione degli ulani austriaci von Klernick.

A questo nome Pietro Carra digrignò i denti e volse un’occhiataccia rabbiosa alla cugina.

E questa sollecita:

— Ah signor conte! non mi parli di quel noiosissimo, seccante, intollerabile tedesco... Ne ho proprio fino al di sopra dei capelli, di colui...Mio cugino che si crede in dovere di farmi una scena, ma che scena!... perchè nella città corrono voci che riguardano lui e me... Come se si avesse da credere alle voci della gente!... Dica lei, signor conte, che è stato a Milano, se io quel tedescaccio l’ho mai ricevuto bene... Figurati Pietro, — soggiunse rivolgendosi di nuovo al cugino, — che quel prepotente non voleva neppure ch’io venissi a Parma, e io gli ho dato retta così bene che eccomi qua... Non è vero, signor conte?

— Verissimo: — rispose Ernesto con un leggero inchino e sorridendo finamente ironico a suo modo.

— Or dunque, nè anco qui non lo riceverai per Dio! — gridò il Carra con impeto. — Un austriaco!... Giuro al cielo! Lo strozzerei colle mie mani se lo incontrassi qui.

— Bravo! — esclamò allegramente il conte di Valneve tendendo innanzi, per moto quasi istintivo, la sua mano verso il giovine operaio. — Lei non ama quella razza di gente.

Pietro Carra prese vivamente quella mano che gli era pôrta e la strinse con forza.

— Ah! Lei mi capisce? — gridò: — li odio quelli là... e tutti gli oppressori della nostra patria... E se mai si presenta l’occasione...

— Meneremo le mani: — aggiunse scherzevolmente il conte piemontese.

— Oh! se le meneremo! — concluse l’operaio.

La fisonomia di costui s’era illuminata d’un certo raggio di ardimento e insieme di sicurezza, che lo faceva più bello, più piacevole, più giovane. Ernesto, osservandolo in quel punto, fu colpito da una cosa che sin allora non aveva notata, ed era una certa rassomiglianza fra la figura robusta, fiera, anche un po’ rozza dell’operaio, e quella gentile, delicata, elegante del suo nuovo amico il conte di Camporolle. Si volse in fretta a guardare quest’ultimo per giudicare se la sua era un’illusione, e in quel punto vide proprio che quantunque uno fosse biondo e l’altro bruno, quegli sottile e spigliato, questi atticciato e membruto, nei tratti del volto, nell’espressione dello sguardo e nella piegatura delle labbra c’era qualche cosa di simile.

— Che bizzarria del caso! — pensò Ernesto, che poi non si preoccupò altrimenti di questa strana combinazione.

La Carlotta saltò su a riprotestare che ella dell’austriaco non sapeva che farsi e che non lo avrebbe ricevuto.

In quella s’udì una forte scampanellata e la ballerina cambiò colore.

— È qui il nostro elefante, — disse Ernesto: — per questa volta, cara Carlotta, farete unaeccezione e lo riceverete ancora per farmi un piacere.

La serva andò ad aprire, e si udì nella stanza vicina un passo pesante che si avvicinava.

— Ecco il terremoto! — esclamò Valneve. — La montagna viene a noi, più felici che Maometto... Godo che al mio colloquio con quel colosso sia presente anche il signor Carra.

Questi fece un saluto col capo; l’uscio si aprì e nel vano della porta comparve la gigantesca figura dei capitano von Klernick, ancora in tutto lo splendore del suo uniforme; ma vedendosi innanzi quei tre uomini che egli non si aspettava di trovare, l’austriaco si fermò di colpo, fece scorrere uno sguardo fra sospettoso e minaccioso tutt’intorno e portò la mano all’impugnatura della sua lunga e grossa sciabolona.


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