XV.

XV.

— Avanti! Avanti signor capitano! — gridò allegramente il conte di Valneve. — Non c’è da stupirsi tanto a vederci qui. Io, a venirci, ho diritto quanto, se non più, di lei: questo signore — e accennò Alfredo — è un mioamico, il conte di Camporolle, ch’io ho pregato d’accompagnarmi; e quest’altro — additò Pietro Carra, — ha più di tutti noi il diritto di trovarcisi, perchè è cugino della Carlotta.

Il capitano austriaco non istaccò la mano dall’elsa.

— Dunque? — disse roteando terribilmente i suoi occhiacci. — Dunque io qui son caduto in unguet-à-pens?

—Guet-à-pensniente affatto... Qui la non trova che gente onorata, non birri nè commissari di Polizia come quelli nelle cui mani la sua generosa rivalità ha voluto darmi e a Milano e qui... Gente onorata, in cospetto della quale io, poichè ho il bene di poterle parlare liberamente, vengo a chiederle conto e ragione del suo modo di procedere a mio riguardo, che mi permetto di qualificare poco civile, indegno d’un militare onorato, villano e peggio.

Von Klernick era diventato scarlatto dalla collera.

— Signor!... Signor conte!... Voi m’insultate...

— Avete la compiacenza di sospettarlo? Che degnazione di furberia e che miracolo di penetrazione!... Ma non è esatto nè anche questo. Io non faccio che qualificare il vostro contegno verso di me, che fu sempre tutto una provocazione ed un insulto.

L’austriaco, dominata alquanto la sua collera, guardò dall’alto al basso il piemontese.

— Ma che cosa volete? Che pretendete da me? Forse che io mi batta con voi?

— Siete davvero in vena di prodigi stassera in fatto d’intelligenza!

L’ulano sembrò esitare un momento.

— Eh via! — disse poi, — io non posso battermi.

— No? — esclamò col massimo stupore Valneve. — Ah! eccelso capitano, io non sono un miracolo di acutezza mentale come siete voi, e ho bisogno che aiutiate un pochino il mio comprendonio. Perchè non potete battervi?

— Non siete voi ufficiale piemontese?

Ernesto Sangrè levò con atto fiero la testa.

— Sì signore.

— E dunque a noi ufficiali austriaci è proibito di batterci con ufficiali stranieri, senza prima averne ottenuto il permesso.

Una intensa rabbia cominciava a salire dal petto al cervello del conte di Valneve; ma pure si dominava tuttavia; solamente i pomelli delle guancie gli erano diventati un po’ più rossi, i suoi piccoli denti bianchi morsicchiavano i baffetti e la destra tormentava il pizzo di barba castagno che gli ornava il mento.

— Ah sì? — disse. — Ma se aveste codesto permesso, voi non esitereste più a battervi con me?

L’austriaco dall’alto della sua elevata staturagettò uno sguardo quasi di compassionevole disprezzo sul piccolo ufficiale piemontese, e rispose con un sogghigno:

— Se voi ci tenete assolutamente.

— Oh sarebbe un gusto così squisito!... Voi quindi domandereste quel permesso?

— Lo domanderei.

— Ma ci vorrebbero almeno cinque o sei giorni, prima che se ne avesse la risposta.

— Ci vorrebbero.

— E me domani la Polizia di Parma fa partire dai felici dominii di S. A.

—Ja!

— E dubito che voi spingiate la compiacenza sino a venire a farmi una visita a Torino.

— A Torino?... certo no.

— E dunque sapete come da me e dalla gente che ha cuore si chiamano codeste, per dirla alla francese,défaites? Lo sapete?

— So niente io.

— Ne sono persuaso. Riguardo a questo, per quanto poco dotto anch’io, ho la fortuna di potervi istrurre del vero nome che si meritano. Si chiamano e sono viltà d’uomo che ha paura ed è indegno di vestire un’uniforme onorata.

L’ulano, che era già color di papavero, diventò pavonazzo; sparò una grossa bestemmia tedesca e fece due passi concitati colle mani enorme protese per ghermire il suo oltraggiatore dalla statura piccina.

Ernesto di Valneve afferrò ratto una seggiola e la brandì, pronto a scaraventarla sulla grossa testa dell’austriaco se gli arrivava addosso: Alfredo si slanciò al fianco dell’amico per difenderlo; ma il colosso austriaco venne fermato di botto da una mano che lo strinse al polso destro, proprio come una morsa di ferro.

— Ah! non facciamo violenze, signor croato! — gli disse una voce secca, freddamente minacciosa: — perchè se Lei ci si prova, potrà trovarsene ripagato a buona misura.

Von Klernick si volse e si vide dinanzi la figura risoluta, energica, robusta di Pietro Carra, che gliene impose, come già lo metteva in suggezione la forza con cui si sentiva stretto il polso.

— Mi batterò, — disse liberando a stento il suo braccio; — oh se mi batterò... e fino all’ultimo sangue.

— Così va bene: — soggiunse Ernesto riprendendo tutta la sua gentile finezza di modi. — Gliene sarò grato come di un favore. Ma bisognerà far presto, e se il signor capitano me lo permette, le dirò quello che ho già immaginato meco stesso a quest’effetto.

— Dite, dite pure: — gridò l’austriaco sbuffando.

— E sono persuaso che troverà le mie condizioni accettabili.

— Accetto, accetto tutto! — gridò von Klernick più sbuffante che mai.

— Come la è gentile!... Ecco dunque il mio disegno. Domattina per tempissimo, Lei signor capitano con due testimonii, che non avrà difficoltà nessuna di trovare fra i tanti suoi amici ufficiali del valoroso esercito parmense, io con questi due signori che mi faranno il favore di servirmi da testimoni a me... — Si volse prima verso il conte di Camporolle, poi verso Pietro Carra; e l’uno e l’altro s’inchinarono in segno di assentimento; Ernesto continuò: — partiamo tutti per Castel San Giovanni, che trovasi alla frontiera del ducato verso il Piemonte, vi ci batteremo con tutta quella serietà che desidero e che piace anche al signor von Klernick, e dopo il fatto, se io ho la fortuna di allungar per terra il mio nobile avversario, come n’ho quasi la certezza...

L’austriaco fece un sogghigno che voleva essere di scherno, ma che rivelava una irritazione niente affatto tranquilla.

— Ebbene, — continuava di Valneve, — faccio un passo e sono subito in Piemonte, come desidera la buona Polizia del duca e come converrà molto anche a me. Se invece il signor von Klernick avrà il sopravvento, cosache mi pare difficile, egli potrà a sua volta o tornare a Parma dove non sarà certo inquietato, ma esaltato come un eroe, o andarsene a Milano, dove non sarà accolto meno bene, quantunque non abbia ottenuto quel certo permesso di battersi, di cui si parlava poc’anzi. Va bene così?

— Va bene: — grugnì l’avversario: — non c’è più da stabilire che le armi... e queste le scelgo io.

— Perdoni! — interruppe con tutta gentilezza il conte Sangré: — la scelta spetta a me. Sono io che da un mese in qua la S. V. fa di tutto per insultare.

— Io? — esclamò l’austriaco rotando i suoi occhi chiari.

— Sono io che ora, qui stesso, ho ricevuto una grossolana minaccia da vossignoria, che ha dimenticato, come pare non le accada tanto di raro, ogni precetto di buona educazione...

—Der Teufel!— gridò von Klernick, venendo di nuovo scarlatto in volto.

— È dunque mio diritto scegliere l’arma; e scelgo la spada... anzi, per far meglio, due fioretti appuntati, che sono lo strumento più agile, più sicuro, più bellino, più quieto per passarsi fuor fuori due individui che abbiano una matta voglia di mandarsi reciprocamente nel mondo di là.

— No signore: — gridò l’austriaco sempre più rosso e facendo girare sempre più convulsamente quei suoi occhi da gufo; — no signore, non accetto... Non già che io mi dia pensiero di battermi più con questa che con quell’arma... Con qualunque son capace di dare a chicchessia la lezione che si merita.

— Vedremo all’opera il signor professore: — disse ironicamente il piemontese, con un leggero inchino.

— Ma ci ho un diritto, — continuava von Klernick, — e non voglio rinunziarvi per Dio! la mia arma sarà la sciabola.

— Bene, bene, non si scaldi: — esclamò allora il conte di Sangré. — Lei vuole la sciabola che è arma a lei più favorevole per la sua statura....

— No signore! La voglio perchè....

— La vuole... E io sono così condiscendente da non contrariarla più oltre. Sia pure la sciabola; ma escluso nessun colpo, non è vero?

— Escluso nessun colpo.

— Prosecuzione del combattimento finchè sia reso impossibile ad una delle parti.

— Sì signore.

— Domani nella mattinata a Castel San Giovanni.

— Sì signore.

— Ciascuno porterà due paia di sciabole.

— Sì signore.

— Si tirerà a sorte quelle da adoperarsi.

— Sì signore.

Ernesto di Valneve guardò bene sotto il naso Rodolfo von Klernick e disse spiccatamente:

— E la Polizia di Parma non saprà nulla; così che nessuno possa venirci a disturbare.

— Signore! — esclamò con certa dignità l’austriaco: — voi non avete più il diritto di insultarmi.

— Avete ragione, — disse tornando a tutta la sua gentilezza e facendo un cortese saluto il conte di Valneve: — queste parole siano per non dette.


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