XLI.

XLI.

Il Pancrazi era venuto, colle solite precauzioni per mantenersi incognito, esatto al convegno, e trovavasi solo coll’avventuriera nello stanzino d’abbigliamento di lei, già bella e pronta per andarne allo spettacolo dell’opera.

L’acconciatura della Zoe era affatto diversa da quella con cui s’era mostrata la prima volta alla curiosità dell’elegante società parmigiana. Una veste nera con ornamenti di color rosso di fuoco, faceva spiccare maggiormente la candidezza della carnagione; sulle treccie semplicemente annodate in capo, ma ricche del loro volume, una sola gala di velluto nero, in mezzo a cui una rosa color di sangue; un nastrino di velluto nero disegnava mirabilmente la base del bellissimo collo e lasciava pendere su quel petto di sì leggiadra modellatura una croce di rubini; rubini alle orecchie, braccialetti di rubini ai polsi; nelle mani inguantate di grigio perla un ventaglio di tartaruga tempestato di rubini nelle due stecche maggiori.

Ella stava dritta innanzi al grande specchio posto sopra il caminetto, e secondo il solito vi studiava per entro la sua fisonomia e le sue mosse, pur parlando ed ascoltando; mentre ilsuo interlocutore, seduto sopra una bassa poltroncina presso al fuoco, chinato verso questo, batteva colle molle i tizzoni, in atto di famigliare abbandono e insieme di pensosa preoccupazione.

— Io vi capisco bene, Zoe, — diceva egli, — voi volete avere più corde al vostro arco, perchè, se una manca, possiate ancora servirvi di qualche altra; ma badate che molte volte il giuoco non riesce e torna in danno di chi lo tenta.

— Lo so: — interruppe la donna con una bruschezza impaziente: — e appena mi sarò assicurata che una di queste corde sia buona, spezzerò tutte le altre per attenermi a quella; e anzi saprò trovar modo che il gèttito delle inutili mi afforzi la buona. Quella congiura, voi stesso me lo avete assicurato, non ha fin adesso nulla di veramente serio; non posso fidarmici; e io starò a vedere. Piglia consistenza e forza? l’aiuterò a riuscire; si perde in fremiti paurosamente segreti e buoni da nulla? io getto tutti quegli sciocchi in gola al duca, ne acquisto maggior fiducia, ne svio i sospetti e mi faccio più aperta e più facile la strada.

— Benone!... — esclamò l’uomo sempre battendo i tizzi: — non si può dire che abbiate troppi scrupoli...

— Ah quando si vuole arrivare a una meta! — proruppe la donna con una disdegnosa fierezza.

— E quell’altro? — domandò il Pancrazi dopo una breve pausa.

— Chi? Il Camporolle?

Il direttore di Polizia accennò di sì.

— Ah! — riprese la donna con accento di trionfo: — è su di lui che ho fondate le maggiori speranze. Bisogna sapere destare e irritare le passioni in un uomo per...

— Fargli perdere ogni lume di ragione: — interruppe insolentemente Pancrazi, — e fargli commettere qualunque pazzia... Voi quel poveretto l’avete già quasi ridotto a quel punto.

La donna fece col capo un segno affermativo accompagnato da un feroce sogghigno.

— Lo farete entrare nella congiura?

— Forse! Un giuramento, a un’anima come quella, sarà nuovo stimolo... e ad entrarci volonteroso lo spingeranno i mali tratti del duca che egli riceverà, ne son certa, questa sera medesima in teatro.

— Avete lavorato per ciò?

— Sì.

— E poi? Entrato nella congiura?....

— Sarà lui che spontaneo s’offrirà a compire quello che gli altri non hanno tanto fegato da tentare... E io glie ne darò occasione...qui... dove farò venire colui: dove il furore della gelosia accrescerà in quel giovane di carattere bollente l’impeto dell’ira e la ferocia dell’odio.

— Va bene: — disse freddamente quell’uomo, curvandosi vieppiù sul fuoco e tormentando i tizzoni.

Successe una breve pausa.

— E dopo? — susurrò quindi il poliziotto con voce bassa bassa, ma che pure ella udì e comprese benissimo. — Volete che sia perduto?

La trista donna scosse le spalle: il Pancrazi fece un sardonico sogghigno.

— Avrete spremuta l’arancia, — disse: — che v’importerà della buccia?... Ma io vi dico che sarà necessario il salvarlo; per voi... e per me.

— Ah! — fece freddamente la donna.

— Sì, signora, per me: — ripetè l’uomo con qualche calore. — Io vi ho promesso e vi ho dato il mio aiuto, ma non voglio darvi la mia vita.

Zoe si aggiustò la rosa ne’ capelli.

— Codesto è affar vostro: starà a voi il provvedere.

— Provvederò: ma ricordatevi che voi mi ci avete ad aiutare, e quindi che dovrete fare quanto io vi dirò a questo effetto.

— Lo farò, se ci troverò la mia convenienza: — disse superba la donna.

Pancrazi levò vivamente la testa, e que’ due si guardarono un poco, fissi, gli occhi negli occhi: un incrociarsi di sguardi da demoni.

— Voi non dovreste obliare, — riprese lentamente l’uomo, pesando sulle parole, — che voi e i vostri disegni, e tutti i mezzi che sperate di porre in atto, sono nelle mie mani, e che io posso distrurli, schiacciarli... e voi prima!

Ella si volse di scatto verso di lui.

— Ah sarebbe orribile!... Eppur sì, ne sareste capace.

— Voi lo siete pure di perder me!

— Non perdiamoci nè l’un nè l’altro; — soggiunse la donna sorridendo un po’ forzata: — continuiamo a camminare d’accordo.... Farò tutto quello che mi direte.

— Va bene!

Il direttore di Polizia si curvò di nuovo verso il fuoco, e si stette un altro poco in silenzio tuttedue.

Fu l’uomo che ricominciò dopo un poco il discorso.

— S’è già detto fra di noi che sarebbe opportuno, il duca irritasse viemmaggiormente certi alti sdegni e rancori.

— Ah! la duchessa?... — susurrò Zoe.

— Voi potreste... e dovete sapere ottenere codesto.

La donna chinò il capo in atto di affermazionee di consentimento. Si scambiarono di nuovo uno sguardo, ma ora con ben altra espressione: si erano capiti e si trovavano perfettamente d’accordo.

— Voi dunque avete pur mezzo di avviare e continuare attinenze segrete anche colà?

— È cosa fatta: — disse freddamente il poliziotto: e s’alzò con un’aria di contenuta soddisfazione, da modesto trionfatore. Poscia, volte le spalle al fuoco, mutò subito discorso, dicendo con un certo tono di leggerezza:

— Un’importante e curiosa serata questa a teatro! Ci sarà da divertirsi, e ne potranno avvenire chi sa quali gravi conseguenze. Voi sapete certo quel che accade?

— Non so niente.

— Ed è pure importante che ne siate informata. Quella nuova ballerina venuta da Milano, e per cui si sono battuti quei due matti ufficiali, uno austriaco, l’altro piemontese, ha dato nel genio anche a S. A.

— Ah davvero?

— Già era da pensarsi. Gli sarebbe piaciuta ad ogni modo, perchè la è belloccia; ora poi, con quel tanto di spolvero che le diede la rivalità dei due ufficiali, venne ancora stuzzicata la curiosità viziosa del principe... A farla breve, il duca l’ebbe seco tutto il giorno ieri, e oggi spinse la mattana fino a menarla a spassoal fianco inbreack, che conduceva egli stesso, per le strade di Parma.

— Che razza di principe! — esclamò Zoe con disprezzo.

— Tutta la città ne è indignata; la gioventù, fra cui corse voce essere colei venuta qui accompagnata da un ufficiale austriaco, si è proposto di dare a lei una buona lezione e di fare in pari tempo uno sfregio al duca, fischiandola questa sera senza misericordia.

— E il duca lo sa?

— Non sarei un buon direttore di Polizia, — disse Pancrazi col suo ironico sogghigno, — se non l’avessi informato esattamente.

— Ed egli?

— È andato su tutte le furie. Per poco non ha ordinato che l’artiglieria e la cavalleria fossero radunate sulla piazza e il teatro fosse invaso da tutto il suo glorioso esercito. Gli feci capire che era meglio cogliere al laccio i malintenzionati, non mostrando nessuno sfoggio di forza, ma riempiendo la platea e il loggione di gendarmi travestiti e di agenti subalterni e spie. Quando si fischierà, costoro abbrancheranno i fischiatori, li trascineranno in prigione... e chi può dire che confusione e parapiglia ne nascerà, e qual nuova messe di odii percolui!

— È giusto! Sarà davvero una serata divertente... Oh non ci mancherei per nulla al mondo. Ve ne andate?

— Sì, vado appunto a disporre i miei uomini per la battaglia di questa sera.

— Michele?

— È qui sotto.

— Mandatemelo su un momento.

Michele venne: ebbe coll’avventuriera un colloquio di dieci minuti.

Mezz’ora dopo la baronessa di Muldorff compariva a teatro nel medesimo palchetto che aveva la prima sera, quasi in faccia a quello in cui stava già, impaziente, nervoso, un po’ pallido, il conte Alfredo di Camporolle.


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