XLII.

XLII.

Affollatissimo era davvero il teatro, e tutto in preda a una sorda agitazione che pareva foriera e annunziatrice di qualche guaio. Nella platea notavansi gruppi di giovani dall’aria risoluta e irritata, e dal loggione si sporgevano in fuori certi cappelli senza salda sotto la cui tesa tormentata brillavano sguardi audaci e apparivano faccie animate. Il chiacchiericcio che in tutti i teatri d’opera italiani ha barbaramente luogo mentre si rappresenta il melodramma, era quella sera ancora maggiore del solito; aveva anch’esso un non so che d’inquieto, di turbato, di curioso; di tratto in trattoesso taceva subitamente, gli succedeva un silenzio che avreste detto pieno d’aspettazione e gli sguardi dell’affollato pubblico si rivolgevano tutti sospettosamente curiosi verso il palchetto in cui il duca, venuto ancora più presto del solito, in mezzo all’usato suo seguito di cortigiani, ciarlava, sghignazzava, movevasi più agitato, più chiassoso, più petulante d’ogni altra volta.

Egli aveva cambiato il palchetto, era a quello del proscenio di destra e così trovavasi in faccia alla Muldorff: lo aveva fatto apposta, avidamente desioso di vedere quella donna e osservare che contegno tenesse. Di là il duca non poteva scorgere Alfredo nè esserne visto. Intorno gli stavano, come sempre, l’Anviti, sir Tommaso, gli altri ordinari adulatori, e in fondo al palchetto, quasi appiattato, pronto a ricevere gli ordini del principe e a farli eseguire, il direttore della Polizia, Pancrazi.

La comparsa della baronessa fece anche quella sera un grande effetto, benchè l’ambiente fosse così stranamente irrequieto. Tutti i cannocchiali, sì degli uomini che delle donne, si volsero a quella parte; un susurro d’ammirazione, d’invidia corse per quella fitta ressa di teste, per quelle file eleganti di bellezze agghindate. Carlo di Borbone lasciò sfuggire una delle parolaccie del suo dizionario di bestemmiee sconcezze, e piantò fissa la mira del suo cannocchiale sulle spalle della bella donna. Dico sulle spalle, perchè essa, con una noncuranza disdegnosa, venne a sedersi al parapetto voltando la schiena al palco e degnandosi appena di guardare fugacemente col suo cannocchiale di tartaruga qualche acconciatura di signora qua e là. Il duca aveva una smania da non dirsi, di vederla in viso e s’arrabbiava di non poterlo: avrebbe volentieri mandato l’Anviti o qualcun altro dei suoi cagnotti a comandarle di voltarsi verso di lui; ma la conosceva abbastanza per prevedere che simile comando sarebbe stato inutile, e che quella capricciosa, impertinente creatura, sarebbe piuttosto partita senz’altro, che obbedirgli, se non le garbava.

Ma intanto quell’attenzione universale che poteva dirsi ammirativa, gli faceva capire quanto ella avesse di seduzione, e a confermare ed accrescere l’effetto che ei già ne provava, ecco suonargli vicino un grosso sospiro, quasi affannoso: si volse il duca e si trovò allato sir Tommaso W... che si sporgeva innanzi per poter veder meglio anche lui quelle candide spalle.

— Ah che donna! — mormorò l’inglese. — Una donna come quella io non l’ho vista mai... Non è soltanto una bellezza, è qualche cosa dipiù, è una seduzione: senza contare che ha una testa la quale vale quelle di due uomini furbi. Che si facciano pazzie per una creatura simile, ecco, lo capiscono tutti.

— Per bacco che entusiasmo! — esclamò il duca con una risatina a suo modo: — vuol dire che ne faresti anche tu di pazzie, mio vecchio Tommaso?

Questi rispose con un sorriso e con una di quelle sue soffiate da mantice.

— Tu sei andato a vederla quella p... d’una serpe seducente?

— Sì, altezza: — rispose il W. a bassa voce nell’orecchio del principe: — e ne ho apprese cose d’importanza di cui avrò l’onore d’intrattenerla.

Il Borbone interruppe col suo riso sguaiato:

— Non mi vorrai far credere, vecchio peccatore, che non avete parlato d’altro che di politica con quella birbona.

— Oh! Ella ha tali contegni, ha preso modi e tratti da gentildonna, cosiffatti, che non incoraggia davvero.

— Sicuro! — interruppe il duca accrescendo il suo riso sguaiato. — Una virtù fenomenale!... Che! Una santa da beatificare! Per edificarti di meglio, mio ingenuo e virtuoso Tommaso, vuoi sapere il nome di colui che passò con lei l’altra notte?... Quello dell’amante di ierila mia brava Polizia non me l’ha saputo dire: ma ci sarà pure stato, va là. Interroga Pancrazi e saprai.

Il direttore della Polizia, che aveva udito menzionare il suo ufficio e poi pronunziare il suo nome, s’accostò pian piano; e il duca che lo vide, gli disse con quel tono beffardo:

— Suvvia, tu che sei fatto apposta, ripeti un poco chi è che l’altra notte quella famosa baronessa di Muldorff si tenne chiuso in camera?

— Il conte Alfredo Corina di Camporolle: — rispose freddo e impassibile come un automa il direttore della Polizia.

Questa notizia non parve produrre piacere nè anche nel flemmatico inglese: strinse le labbra, crollò il capo, soffiò forte e disse:

— Quel bellimbusto è un mariuolo ben fortunato.

— Sì davvero! — esclamò il duca non senza qualche dispetto. — Con quell’aria di ragazza stupida, che pare buono nè anche a fumare un sigaro nè a masticare un sacrato! Di che cosa vanno a incapricciarsi le donne!... E quelle lì ancora che devono intendersene... Dicono che quel pulcino bagnato sia ricco; alla croce di Dio, per quante vistose rendite abbia, spero bene che potremo sempre spendere più denaro noi... col tuo aiuto, sir Tommaso, mio abile ministro di finanze.

Ma in quella i colpi battuti dal capo orchestra sul leggìo annunziarono che si stava per cominciare a suonare, e un moto, un mormorìo, una specie di brivido corse per tutto il teatro. Era il ballo che doveva principiare, e tutti sapevano che durante il medesimo avrebbe avuto luogo qualche torbido.

— Ah zitto! — comandò il duca stesso ai suoi seguaci. — Siamo al buono. Pancrazi, tutte le disposizioni sono prese?

Il Pancrazi s’inchinò profondamente in segno di rispettosa affermazione.

Carlo di Borbone appoggiò allargati i suoi gomiti al parapetto della loggia, si sporse bene in fuori per farsi vedere e per vedere egli tutto quel più che potesse del teatro e della folla degli spettatori, fece scorrere in ogni parte il suo sguardo insolente, provocatore, minaccioso; ma anche dalla platea e dal loggione si saettavano verso di lui occhiate piene di rabbia e di odio. Il telone si alzava in mezzo ad un silenzio, quale nessun celeberrimo artista di canto ha mai saputo ottenere da un pubblico italiano, per far sentire la sua cavatina.

Le prime scene dell’azione coreografica passarono senza incidenti: si notava però una certa impazienza nel pubblico e veniva crescendo l’irrequietudine: finalmente venne il tempo del passo a due, in cui la ballerina milanesedoveva comparire. Il duca si sporse ancora più avanti e fulminò tutt’intorno un’altra sua occhiataccia come per intimazione. La Carlotta uscì fuori col suo guarnellino corto, le labbra sorridenti, ma gli occhi un po’ inquieti e la faccia un po’ pallida. Vi fu un alto silenzio. Forse a quei momento, vistisi osservati e accerchiati da poliziotti, i giovani venuti per fischiare sentirono mancarsi il coraggio. Ciascuno aspettava che un altro cominciasse; e quest’altro non trovandosi, la ballerina potè venire alla ribalta e cominciare i suoi passetti.

— Ah, ah! — fece il duca trionfalmente, rivolgendosi ai suoi. — Vedete che cenci bagnati sono tutti codesti bravi miei rivoluzionari di Parma! Non uno che osi zittire! Cheti e mansueti come tanti agnellini di cartapesta. — Scoppiò in una risata. — Par di essere in una chiesa piena di devoti!... Se lo sapeva io!... E vorrei che ci fosse ancora qui quello sciocco di von Klernick perchè ne dicesse le novelle al maresciallo; ma quello stupido s’è andato a far tagliare la faccia da un pigmeo di piemontese!

Il duca rideva e parlava tanto forte che la sua voce, se non le parole, e il suo riso furono intesi per tutto il teatro, come da tutti fu vista le petulante aria di scherno e ditrionfo che aveva sulla sua faccia antipatica. L’irritazione crebbe; ma come se non bastasse ancora, per ferire vieppiù il pubblico risentimento, il principe allungò ben bene le braccia fuori del palchetto, si mise ad applaudire e a gridare colla sua voce chioccia: «Brava! Brava!» e tutti quelli che erano nel palchetto con lui ad imitarne l’esempio.

Nel pubblico corse un fremito, come di stupore, — per un momento si stette in silenzio, e quegli applausi di pochi suonarono per la vasta sala non contrastati: poi a un punto, dal loggione, nella parte opposta a quella dove si trovava il duca, partì un fischio forte, fermo, acuto, sonoro, lungo. Carlo III alzò vivamente il capo a guardare colà: vide la faccia energica di Pietro Carra che teneva una grossa chiave bucata alla bocca.

— To'! — esclamò. — Quel birbone del mio sellaio!... Che cosa gli salta a quel miserabile?...

Ma non ebbe tempo a continuare; quel fischio aveva rotto il ghiaccio; da varii altri punti del loggione, della platea scoppiarono sibili, urli, e in mezzo ad essi una voce forte che gridò: «Abbasso l’austriaca!»

Il duca si levò in piedi con impeto, rosso in volto come un galletto e facendo rotare minacciosamente quelle sue vitree pallottole di occhi, fulminò tutto il pubblico d’uno sguardoda Nettuno sdegnato contro i flutti in tempesta; ma nè la sua mossa, nè il rosso della sua collera, nè il lampo delle sue pupille non valsero a racchetare l’uragano; i fischi, le vociaccie, i grugniti, gli «abbasso,» si scatenarono della più bella, coprirono col loro rumore quello della musica, vennero a percuotere come un’onda d’insulti non solo la faccia imbellettata della ballerina, ma la fronte corrugata e i lineamenti contratti per isdegno dei principe. L’agitarsi dei gendarmi travestiti e dei poliziotti frammisti al pubblico per islanciarsi sui fischiatori, afferrarli, trarli fuori di teatro, accrebbe il tumulto, facendo nascere un generale parapiglia. Gli agenti della polizia a procedere troppo manescamente al solito, e da parte degli spettatori, grida, proteste, contrasti, rampogne indignate, qua e là qualche colluttazione. Le donne strillavano e accrescevano l’urlìo: i timidi volevano fuggire e aumentavano il ribollimento, la confusione, lo sconquasso.


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