XLIII.
La Carlotta, causa o meglio pretesto di tutto quel baccano, aveva dapprima tentato di far fronte al temporale, aveva seguitato a ballare col suo sorriso stampato sulle labbra; ma l’orchestra, benchè continuasse a suonare, non si sentiva più, pareva che gli archetti dei violini per ischerno seguitassero ad agitarsi senza produrre rumore; la povera ballerina divenne pallida pallida pur sotto il belletto, gli occhi le si intorbidarono, e cessato a un tratto di danzare, corse verso le quinte scoppiando in pianto. L’impresario venne mezzo fuori a far capolino, vide quel fragoroso tumulto che pareva dover inabissare il teatro, perdette la bussola e diede ordine senz’altro che si abbassasse il telone. Il quale venne giù lento lento in mezzo a quel chiasso indiavolato; e i suonatori dell’orchestra sbalorditi, assordati, si levarono in piedi e presero a riporre i loro strumenti, con premuroso desiderio di battersela; ma in quella il direttore alzò per fortuna gli occhi verso il palchetto dove era il principe. Questi da rosso era diventato pallido per ira, si agitava sempre ritto al parapetto e moveva le labbra certo a saettare comandi, che in quel fracasso non si sentivano.Ma dal moto violento delle braccia principesche, il capo orchestra e i suoi seguaci capirono che S. A. voleva che nessuno di loro si movesse da posto, e con malcontenta umiltà si rassegnarono a rimanere ed a riprendere i loro strumenti.
Il duca si volse all’interno del palchetto e con labbra tremanti chiamò:
— Pancrazi!
Questi era a due passi da lui e s’inchinò profondamente.
Carlo III, con voce che l’ira mozzava, tormentando colla mano convulsa il cannocchiale, come se stesse per lanciarlo al capo di colui al quale parlava, disse:
— Questo scandalo non avrebbe dovuto succedere... Dovrebbe essere impossibile in Parma, nel Nostro teatro!... innanzi a Noi!... È una vergogna, è un’infamia!
— Altezza, — rispose il poliziotto senza scomporsi, — tutte le disposizioni possibili erano state prese...
— Male! — interruppe con più irosa bruschezza il principe. — Se aveste fatto a dovere, sì brutte cose non si vedrebbero... Ora andate, agite, provvedete; quegli insolenti abbiano una buona lezione, fateli trattare da villani ribelli, come sono, fate loro assaggiare il gusto delle manette e gli agi delle prigioni in fortezza...Animo, senza riguardi, senza sciocchezze di buone maniere.
— Procederò con tutto il rigore: — disse il direttore di Polizia, avviandosi.
Il duca gli gridò dietro:
— Se fra cinque minuti tutti questi botoli che ringhiano non sono ridotti al dovere, guai a voi!
Pancrazi si volse ancora a fare un inchino al principe come affermazione della sua pronta ubbidienza e sparì.
Carlo III comandò al colonnello Anviti:
— Tu va subito da quell’asino d’impresario, digli che faccia riprendere il ballo, e se qualcuno di quei cani d’artisti manca, io caccio in prigione lui, l’impresario, per primo, e il mancante, chiunque sia.
L’Anviti corse come un fulmine.
Il duca si rivolse di nuovo verso il pubblico. In mezzo al tafferuglio sempre maggiore un fischio sì acuto e potente da farsi distinguere, veniva giù da quel punto del loggione donde era partito il primo; era Pietro Carra armato della sua gran chiave.
— Quello scellerato d’un sellaio! — esclamò il principe. — O che non son buoni a pigliarlo?
E in quel momento appunto due gendarmi vestiti da borghesi, fattasi strada a spintoni in mezzo alla folla, furon sopra al sellaio e gligettarono le loro mani sulle spalle ad abbrancarlo.
Pietro Carra, robusto e colla forza accresciuta dall’indignazione, sorgendo di scatto in piedi, ributtò da sè gli aggressori con un forte pugno nello stomaco per ciascuno. I due gendarmi traballarono e sarebbero caduti sotto quell’urto violento, se la compattezza della folla circostante non li avesse tenuti su.
— Ah! scellerato! birbante! — gridarono: — vi ribellate alla forza pubblica! Siamo gendarmi di S. A.
Il sellaio non istette lì ad ascoltare i loro rimproveri e le imprecazioni; ma trammezzo alla calca degli spettatori, che compiacentemente fecero del loro meglio per lasciargli il varco, scavalcati con agilità da ginnastico i banchi che aveva di dietro, sgattaiolò e in due salti fu al corridoio della scala per scendere all’uscita. Il numero degli agenti della Polizia era però troppo perch’egli potesse scapparla: al grido dei gendarmi: «arrestatelo, arrestatelo,» si gettarono in cinque o sei dietro al fuggente; questi potè pure sbarazzarsi del primo che gli capitò dinanzi, mandandolo a gambe levate; ma in quattro gli piombarono addosso, lo afferrarono, lo percossero, lo gettarono a terra e lottante invano, dopo pestatolo senza pietà, tutto allividito e sanguinoso, lo ammanettaronoe a spintoni, a calci, a pugni nelle spalle e nei fianchi, muto, ma terribile nello sguardo, ma schiumante di rabbia la bocca, lo trasportarono quasi di peso alle carceri della Polizia.
— Meno male! — disse il principe. — Hanno preso quel matto di Carra.... Che cosa gli è saltato a costui di pigliarsela a quel modo contro la Carlotta? Un po’ di ombra quieta della prigione e due o tre giorni di pane ed acqua gli metteranno in calma il cervello.
Lo sguardo del duca, scendendo dal loggione, si fermò al terz’ordine dei palchetti, su quello della Zoe. Lo spettacolo che ci vide, dovette essergli assai poco gradevole, perchè si morse le labbra e le sue guancie tornarono ad arrossarsi di sdegno.
Innanzi alla seducentissima donna, era venuto a sedersi il conte di Camporolle, ed essa gli parlava, lo guardava, gli sorrideva, aveva per lui le moine e gli attucci amorosi ed ammirativi, lo ascoltava rapita, tutto come suol fare una donna innamorata verso l’uomo che regna sul suo cuore.
Era essa che, dopo avergli ammiccato civettescamente tutta la sera da lontano, gli aveva fatto lusinghiero cenno di andare da lei. Ad Alfredo non era venuto neppure il pensiero di non obbedire; era corso: e ora trovavasi là,avvolto le gambe dalle onde leggere, profumate, quasi tepenti della gonna di lei a svolazzi e balzane, avvolto la persona tutta dall’onda magnetica dello sguardo di quelle pupille di magico influsso. Parlavano vivacemente; almeno era lei che discorreva con allegra animazione, e probabilmente dei fatti che avvenivano; ella rideva maliziosa: parve al principe che una sguardata schernitrice di lei venisse di sottecchi ad avvertirlo che gli era pur anche di lui, anzi principalmente di lui che si rideva.
La rabbia del principe era intensa, quando sopraggiunse il direttore della Polizia, il quale coll’aria soddisfatta di un buon funzionario che ha compito con zelo e con buon frutto il suo dovere, gli disse:
— Altezza, ne abbiamo arrestato una trentina; tutti o quasi tutti i rei sono nelle nostre mani.
— Va bene! — gridò il duca secco secco, e lo gridò tanto forte, che fu inteso da buona parte del teatro in cui ora regnava un silenzio di tomba. — Tutti in fortezza, a pane e acqua... fino a nuovo avviso.
Il Pancrazi s’inchinò.
— C’è uno degli arrestati, — soggiunse poi, — il quale ha osato rivoltarsi contro gli agenti di V. A...
— Il mio sellaio eh? ch’era lassù nel loggione? — interruppe il principe sempre ad alta voce. — Birbante! Miserabile! Non sa che l’ultimo dei nostri agenti rappresenta Noi?... Sia messo ai ferri corti subito!...
— Per quante ore? — domandò il direttore della Polizia.
— Fino a nuovo avviso: — ripetè il duca.
Il poliziotto partì per andare ad eseguire gli ordini ducali.
La elegante sala del teatro era rimasta mezzo vuota; quasi tutti tacevano impauriti: appena se qua e là si faceva sentire qualche bisbiglio di voci sommesse: non c’era che il palchetto della baronessa di Muldorff da cui si udiva un gaio chiacchericcio con qualche risatina. Carlo III si mordeva le labbra con un dispetto ogni momento maggiore.
— Ma che cosa fa quell’impresario della malora? — esclamò ad un punto. — Ho ordinato che il ballo si riprendesse: dunque avanti, presto.
Ed ecco appunto in quella presentarsi l’impresario tutto umile e tremante ad annunziare essere impossibile far ballare la Carlotta, perchè questa s’era svenuta, e ora appena tornata in sè dichiarava che non avrebbe potuto far nemmeno un passo, per tutto l’oro del mondo.
Il principe mandò una bestemmia, quale può uscire dalla bocca d’un carrettiere ubbriaco e disse:
— Vedremo se non ballerà questa smorfiosa... Vado a persuaderla... e giuraddio!
Con passo concitato, e seguito dall’impresario tremante, discese dal palco scenico ed entrò con impeto nel camerino della danzatrice.