XLIV.

XLIV.

La Carlotta giaceva abbandonata sopra un sofà, il busto mezzo slacciato, la pettinatura disfatta, le lagrime negli occhi, gemente come una donna che sta per morire o poco meno; intorno le si affaccendava la vecchia che soleva farle l’accompagnatura dappertutto, e le metteva sotto il naso vasetti ed ampolline di profumi e di sali, e le bagnava con una pezzuola umida d’acqua di colonia le tempia e le narici.

Carlo III entrò come un buffo di vento da temporale, facendo suonare forte nel passo i suoi talloni, mordendosi i peli dei baffi, rotando minaccioso gli occhi, e non si fermò che accosto al sofà, dove stette, le braccia incrociate al petto, a guardare la ballerina, la quale, visto o non visto che l’avesse, aveva trovato bene di rinchiudere gli occhi e di gemicolare più di prima.

— Via, sora Carlotta, — gridò l’impresario di dietro le spalle del principe; — si faccia coraggio....guardi chi c’è qui... — (La ragazza non si moveva ed ansava dolorosamente). — Tiratevi su, animo; aprite gli occhi, vi dico... — seguitava l’impresario, ed ella scuoteva languidamente il capo, per accennare che non poteva. — Oh la vuoi capire, sciocca, che qui c’è S. A. medesima in persona! — gridò alla fine l’impresario impazientato.

E il duca, dando uno spintone alla vecchia che gli stava dinanzi a premere sotto il naso di Carlotta una boccettina, proruppe col suo accento incollerito:

— Che cos’è codesta commedia, giuraddio!... Su in gamba, pettegola, e subito, e fra cinque minuti a ballare sul palco scenico, o corpo del diavolo!...

Diede un pugno violento sul tavolino che era lì presso e fece traballare i vasetti e le ampolle e le scatole che ci stavano su. La vecchia si ritrasse spaventata: la ballerina aprì gli occhi e si levò un po’ su della persona, ma sospirando con un gemito di moribonda.

— O cielo! — esclamò. — O Altezza!.... Io mi sento tanto male da morire....

— Un corno: — interruppe vivamente il duca: — e sei proprio una sciocca senza sugo se credi che io mi lasci ingannare dalle tue smorfie. Su, in due colpi di mano rassetta più o meno le tua acconciatura, e va a ballare.

— Ah per carità! — gemette essa: — impossibile!

— Ah signore Iddio! — esclamò la vecchia alzando le mani al cielo.

E il duca vòltosi all’impresario:

— È tutto pronto?

— Sì, Altezza.

— Ebbene va, e fa dare il segno di principiare.

L’impresario partì di corsa.

Carlotta portò ambe le mani agli occhi e scoppiò in un pianto dirotto.

— Presentarmi di nuovo innanzi a quel mostro di pubblico.... a quelle bestiaccie feroci.... che m’hanno fischiata in tal modo... Dio! mi pare ancora di sentirli... No, no, piuttosto qualunque supplizio.

— Ah sì! — appoggiò la vecchia. — La signorina è tanto sensibile!... Ne morrebbe.

Il duca le volse un’occhiataccia che le mozzò la parola in gola.

— Tu devi sapere, bambina mia, — disse poi alla Carlotta, — che quando io dico voglio, non c’è da ribattere...

— Oh Altezza, la prego, la scongiuro... Non mi sento davvero.... Avessi ascoltato mio cugino Pietro e non fossi più comparsa su queste malaugurate scene!

— Tuo cugino Pietro! — interrogò il duca: — chi è?

— Pietro Carra...

— Oh oh! il sellaio?

— Sì, Altezza.

— È tuo cugino?

— Figliuolo d’una sorella di mia madre.

— E t’ha detto?

— Che me ne andassi da Parma, che come amica d’un austriaco m’avrebbero fischiata, e lui per il primo...

— E ha mantenuta la parola.

— Dunque, Altezza, abbia compassione di me.... Non mi faccia più comparire innanzi a quei scellerati.... Proprio non posso.... le giuro che non posso.

— La non può: — ebbe la cattiva ispirazione di aggiungere la vecchia in appoggio alla sua padrona.

Il duca le fu addosso come un basilisco, la prese alle spalle, la voltò e con un calcio la mandò fuori dell’uscio del camerino.

— Al diavolo, vecchia strega.

La Carlotta si trovò ritta in piedi, spaventata.

— A chi dico? per la croce di Dio! — urlava il duca. — Voglio essere ubbidito, e non si creda pigliarmi a zimbello. Tu andrai a ballare, dovessi farti trascinare fin sul palco scenico da due gendarmi... E se mi contenti, avrai il regalo d’un migliaio disvanziche.

— O Altezza! — esclamò la ballerina con tono affatto cambiato, — per ubbidire a Lei, per farle piacere, andrei anche nel fuoco... Mi permette che faccia tornare la mia donna di compagnia?... mi è necessaria per aiutarmi a vestirmi.

— Venga la vecchia strega, e faccia presto e bene, e stia zitta.

Carlotta chiamò la sua compagna, la quale venne tutta umile e s’affrettò intorno alla ballerina senza far nemmeno sentire il suo rifiato.

Il duca tornò nel palchetto di prima, e subito dopo il telone si alzò pel ricominciamento del ballo. Questo fu eseguito nel più completo silenzio; la ballerina venne, danzò, non vi fu il menomo rumore; lo spettacolo pareva aver luogo innanzi a un pubblico di morti. La bizza del principe non era ancora passata, anzi nemmeno diminuita; egli guardava soventissimo la loggia di faccia nella quale la Zoe si mostrava sempre più amorosa e teneramente lusinghiera per Alfredo, e si mordeva con ira concentrata i peli dei baffi. L’azione coreografica non era ancora finita, quando si ripresentò dal principe il direttore di Polizia a render conto degli ordini eseguiti e di certe informazioni attinte. Gli arrestati erano tutti in fortezza, il Carra era coi ferri ai piedi e alle mani; e dalle risposte date da qualcheduno dei prigionieri, da certiindizi, si poteva argomentare che la brutta scena di quella sera fosse l’effetto di un complotto, che aveva trovato incoraggiamento e fors’anco aiuto di denaro in alte sfere, presso certe auguste persone....

Quest’ultima informazione era data dal direttore della Polizia con molte reticenze, con accorta peritanza e riserve, ma in modo da fare tuttavia effetto sull’animo del duca, il quale a un punto interruppe:

— Suvvia, parlatemi chiaro, che faremo più presto. Volete dire che la trama è stata immaginata nel circolo che attornia la duchessa?...

— Oh no, non dico ciò...

— Almeno che vi fu approvata?

— Si è forse saputo persuadere alla principessa, che per essere comparsa in pubblico con V. A., quella ballerina meritava una lezione...

— Oh la duchessa è capace di averlo pensato essa stessa... è capace di ciò e d’altro... va bene... Ciò ha da rimanere assolutamente fra di noi!

— Non dubiti Altezza... Ho fatto il mio dovere, dicendo a Lei tutta la verità; ora se V. A. crede, io potrò molto facilmente far dileguarsi ogni traccia di questa verità.

— E sarà meglio! — disse risolutamente il duca, e fece un cenno di congedo.

Pancrazi partì.

Carlo III si rivolse verso il pubblico e rivide le sempre maggiori moine che Zoe prodigava al conte di Camporolle.

— Anviti, — disse bruscamente, come in uno scoppio di dispetto. — Va da quel figurino di Camporolle e intimagli l’ordine di venir subito qui a sentire quello che abbiamo da dirgli.

Il colonnello di gendarmeria obbedì colla umile sollecitudine d’un domestico.

Quando Zoe udì l’ambasciata di cui era apportatore il conte Anviti, e con una ratta occhiata ebbe veduto il volto irritato del duca, non potè nascondere un guizzo di gioia nelle sue accese pupille; si verificava quello che essa aveva previsto e che stava attendendo da un momento all’altro.

Alfredo rimase un po’ turbato; e incerto, confuso, non seppe a tutta prima che cosa rispondere, che cosa fare.

— Oh vada, vada subito, caro conte: — disse con mostra di grande interessamento la scellerata donna: — il duca non è di quelli che si possano far aspettare.

Il giovane s’alzò di mala voglia e tese quasi timidamente la mano alla baronessa. Questa glie la strinse forte e soggiunse con accento di supplichevole raccomandazione:

— E badi ad esser calmo e prudente... Il duca è un po’ impetuoso, certe volte ha la parola un po’ vivace, potrebbe lasciarsi sfuggire qualche espressione meno misurata! Non ne faccia caso, non se ne adonti....

Il conte di Camporolle lasciò la mano della donna, s’inchinò e disse freddamente:

— Farò quel che mi consiglieranno il mio decoro e la mia coscienza.

Appena uscito Alfredo, la baronessa si volse al colonnello Anviti col più lusinghiero sorriso di questo mondo.

— S’accomodi costì in faccia a me.... al posto che occupava il conte di Camporolle. O che le rincrescerebbe farmi compagnia per cinque minuti?

L’Anviti rispose con un complimento e sedendo nel posto indicatogli.

Dopo discorso allegramente delle avventure di quella sera, la donna a un tratto, come per un’idea subitamente sopravvenutale, disse al colonnello:

— Dovrebbe farmi un piacere Lei.

— Comandi.

— Due notti fa, S. A. e Lei mi onorarono d’una visita... Domandi al duca e mi sappia dire se gli sarebbe molto discaro ch’io andassi a restituirgliela questa notte medesima... a palazzo?


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