XLV.

XLV.

Alfredo era entrato nel palchetto del duca col cuore che gli batteva e la testa un po’ confusa. L’animo in lui era coraggioso, ma il carattere timido; un pericolo, anche della vita, e’ l’avrebbe affrontato senza tremare, una cattiva figura innanzi a sciocchi eleganti che lo schernissero, gli faceva paura e gli levava la padronanza della mente e la presenza di spirito.

Il principe lo tenne per due minuti, che al poveretto parvero ore, sotto lo sguardo minaccioso, sdegnato, de’ suoi occhi da gatto, senza parlargli; mentre tutti i cortigiani appuntavano pure nel giovane le loro guardature insolenti. Alfredo si sentì venir rosso, per tutto il sangue che gli si precipitò al capo, dalla vergogna e insieme dall’ira; e poi farsi pallido pel restringersi del sangue medesimo al cuore. Avrebbe voluto profondare sotterra; desiderò ardentemente non esser venuto, pensò di fuggire, ma non ne avrebbe avuta nemmeno la forza; pensò a quello che gli avevano detto l’Arpione e la Zoe dell’oltraggiosa prepotenza di quel tirannello, che gli stava lì davanti terribilmente corrucciato, e si aspettò qualcuno dei più villanitratti soliti a colui, e tremò in prevenzione di doverlo subire, e si domandò con angoscia che cosa avrebbe dovuto, che cosa avrebbe potuto fare.

Carlo III, come usava il più spesso, preferì la beffa e l’ironia in cui si credeva d’essere assai spiritoso.

— Ah, ah: eccolo qui il campione, l’eroe, l’amico del piemontese! — esclamò ghignando. — Perbacco, signor conte di Camporolle! Lei ha dimostrato un gran valore a guardare due che si misuravano le sciabolate. Quante camicie ha bagnate?

I cortigiani risero.

Alfredo sentì un gelo corrergli per la spina dorsale, poi per tutti i nervi; capì di essere diventato più bianco di un cadavere; le pupille erano volte a terra come trattevi da un peso che non potessero sollevare: quasi gli mancava il respiro.

Questo timoroso e umile di lui contegno diede ansa maggiore all’impertinenza del duca e allo sguaiato buon umore de’ cagnotti di lui.

— Ma Lei, nel trasporto del suo indomabile valore — continuava il Borbone, — ha dimenticato una cosa; che disobbediva a me, a me che avevo proibito che quel duello avesse luogo, e che a Noi, signor conte, a Noi non si disubbidisce impunemente.

Aveva smesso il ghigno beffardo e il suo piccolo volto da mela cercava darsi un’aria terribile corrugando le sopracciglia; i parassiti che l’attorniavano pigliarono per istantaneo riflesso un aspetto severo e burbero.

Il giovane non seppe trovar parola, soffriva, malediceva a sè stesso; avrebbe dato dieci anni di vita per essere capace a rintuzzare quella principesca insolenza.

— Dovrei farle gustare un poco di fortezza, — proseguiva il duca; — ma sono troppo buono e mi decido a farle grazia quando Ella mi domandi debitamente perdono...

Tacque un momento, guardando sempre a quel modo Alfredo, come aspettandone la risposta. Il giovane capì pure che era necessario parlare: tentò, ma la bocca era arida come per febbre, la lingua attaccata al palato; aprì le labbra e non ne uscì una voce.

— E così? — riprese dopo un poco il duca, tornando alla beffa insultante. — Attendo di udire la sua bella voce... O che avrebbe perduto la favella?... Le si deve dire come ai bambini quando sono stati cattivi: il gatto ti ha portato via la lingua?

La stupidità adulatrice dei cortigiani scoppiò in una sghignazzata.

Alfredo fece uno sforzo: le orecchie gli zufolavano; aveva una dolorosa confusione in capo e una grave oppressione nel petto.

Il suo sforzo non riuscì che a fargli pronunciare con voce appena intelligibile una sola parola:

— Altezza!...

— Oh oh! — gridò con quel tono di scherno il principe: — un automa perfezionato!... Parla! Non c’è più che da vederlo muovere. Suvvia, giudichiamo se è bene articolato e se il meccanismo giuoca bene. Bisogna inginocchiarsi qui, ai nostri piedi.

Il conte di Camporolle, nella confusione del suo cervello, credette non aver capito bene, e ripetè quasi balbettando:

— Inginocchiarsi?

— Appunto! Sissignore. Per domandare debitamente perdono a un principe offeso, è il meno che si possa fare.

Ad Alfredo parve che tutto gli girasse intorno; fece forza a star saldo sulle gambe che gli si piegavano sotto, e con voce semispenta, ma pure abbastanza chiara, disse:

— Io sono gentiluomo e non sono suo suddito.

Il duca rifece gli occhioni di poc’anzi, sorse di scatto in piedi e camminò per due passi verso il malcapitato. Tutti gli astanti espressero sulle loro fisonomie da parassiti di Corte, la più grande indignazione, il massimo orrore per la temerità di quello sciagurato.

— Ah! tu sei gentiluomo! — gridò il ducacon uno scoppio della sua voce squarrata che s’udì per tutto il teatro. — Insolente! Non sei che un paltoniere appetto a un Borbone come sono io... Non sei mio suddito?.. Qui comando io, io solo per tua norma, e chiunque vive nei miei Stati ha da star sottomesso ai miei voleri, alla mia autorità, ai miei ordini... Hai capito?... T’ho detto d’inginocchiarti a’ nostri piedi; e lo farai, dovessi farti abbassare a forza da due dei miei robusti gendarmi... In ginocchio! Subito!... Per Dio!

E fece ancora un altro passo verso il giovane, col braccio levato, quasi volesse percuoterlo.

Alfredo si ritrasse vivamente indietro; le gambe mal lo reggevano, barcollò; una mano, non seppe mai bene di chi, la mano di uno di quegli uomini che vilmente ghignavano alla sua umiliazione, gli si posò pesantemente sulla spalla e lo spinse giù; il giovine si trovò con un ginocchio a terra.

— Va bene! — disse sprezzosamente il Borbone. — Mi basta. Lasciatelo andare.

E senza curarsi altrimenti più del conte, tornò trionfante al palchetto a squadrar le ballerine.

Il Camporolle rimase lì, per un momento, che a lui tornò lunghissimo, annientato; gli parve che qualche gran cosa gli fosse crollata d’attorno, che un terribile disastro gli era capitato,di cui nella presente confusione non sapeva rendersi ben conto; nel capo aveva un immenso rumore che era come il complesso, la quintessenza di tutti i fischi, di tutti gli urli che aveva udito strepitare poc’anzi e che ora veniva a insultarlo, a sferzarlo, ad avvilirlo lui. Sorse in piedi proprio automaticamente: gettò intorno un’occhiata quasi da pazzo, travide fra una nebbia che gli offuscava lo sguardo il duca che già gli voltava le spalle, i volti ghignanti de’ cagnotti, e al di là dell’inquadratura della loggia, una regione tutta luce in cui gli parve udir suonare un’immensa risata di scherno — per lui. Se avesse avuto in quel punto un’arma, si sarebbe precipitato su coloro che aveva dinanzi, primo il duca, e avrebbe colpito e colpito e non cessato di colpire finchè tutti fossero caduti, o lui stesso. Si morse il pugno, mandò una specie di ruggito soffocato, scappò.

Corse via come impazzito, pei corridoi, giù delle scale, fuori del teatro, senza pensare a prendere il pastrano, senza veder nulla, senza accorgersi di nulla: — nemmeno che un uomo avvolto in un mantello, con apparenza di popolano, che pareva stesse aspettando alla porta del teatro, gli si pose dietro e non cessò di seguitarlo.

Il tumulto nell’anima e nella mente di Alfredoera dolorosissimo e immenso. Mille risoluzioni feroci facevano ressa nel suo cervello: voleva sfidare a duello mortale tutti i presenti a quella scena: ma e il principe? Come vendicarsene? Aspettarlo in qualche pubblico luogo e volargli addosso e schiaffeggiarlo; e perchè non trafiggerlo?... Sì, insultarlo con uno schiaffo, collo sputargli sul viso, e poi piantargli un pugnale nel cuore. Gli pareva a quel punto, che avrebbe avuto la forza e l’audacia di far l’uno e l’altro. Poi se la prendeva con sè stesso. Si era regolato da stupido, da inetto, da vile! Aveva vantata la sua qualità di gentiluomo. No, che non s’era mostrato tale; un gentiluomo avrebbe sofferto tutto quello? Pensò a suo padre di cui l’Arpione gli aveva detto sì nobile l’animo. Che cosa avrebbe fatto suo padre se posto in quel caso? Che avrebbe detto se avesse saputo così pusillanime il figlio? Ah! bisognava ad ogni modo vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi; questo gli pareva ora lo scopo principale a lui assegnato. Aveva ragione la Zoe che da tanto tempo proseguiva su quello scellerato di principe una sua vendetta. Ma egli non voleva aspettare tanto. Tutta Parma al domani... che! quella stessa sera, avrebbe saputo l’insulto; tutta Parma doveva poco dopo apprendere la sua vendetta.

La freschezza dell’aria notturna non avevacalmato l’agitazione del suo spirito, ma ne aveva raffreddato il sangue e intirizzite le membra. Uscito dal caldo ambiente del teatro, senza riparo alla temperatura d’una notte piuttosto fredda, Alfredo si sentì a un punto cogliere da brividi; per fortuna aveva tuttavia in mano il cappello e potè almanco ricoprirsi il capo fra le cui lunghe chiome bionde soffiava il vento ghiacciato. Si abbottonò il soprabito, scosso da un tremolìo che pareva di febbre e si guardò d’intorno trasognato, mal sapendo in qual punto della città si trovasse. Le gambe lo avevano portato sotto le finestre del quartiere abitato dalla Zoe. La strada era scura, dai vetri dell’appartamento della baronessa non veniva neppure un filo di luce: invece dalla casa di faccia una finestra illuminata mandava fuori un fascio di raggi rossigni. Era la modesta cameretta dove lavorava, vegliando e attendendo, una povera madre di famiglia, la moglie di Pietro Carri. Attendeva essa il ritorno del marito, e doveva attenderlo invano tutta una notte di spasimante inquietudine.

Alfredo pensò di salire in casa della Zoe, riscaldarvisi, prendervi qualche ristoro, che davvero dal freddo e dall’emozione si sentiva mancare, e attendervi il ritorno di lei, la quale lo avrebbe confortato, consigliato, invigorito; ma nell’atto di entrare sotto il portone di quellacasa, di subito gli venne proprio meno ogni forza ed egli dovette appoggiarsi al muro per non cadere. In quella Alfredo sentì avvolgersi da un caldo mantello, e una voce d’uomo che si mostrava impressa di interessamento gli disse:

— Coraggio, signor conte! Cominci per invilupparsi bene qui dentro a ripararsi dal freddo. Quanto poi alla sua vendetta, io, se vuole, potrò fornirle i mezzi di ottenerla.

Era l’uomo che l’aveva sempre seguitato fin dalla porta del teatro.


Back to IndexNext