XLIX.

XLIX.

Appena usciti dalla bottega Alfredo e Michele, il primo domandò:

— Abbiamo da andar lontano?

— No, signore; ma le converrà camminare dieci minuti almeno cogli occhi fasciati.

— È indispensabile?

— Sì signore.

— Va bene: fate: ma solamente sollecitiamo.

L’ebbrezza gli tumultuava nel cranio; pensieri di sangue turbinavano nella sua mente.

A una cantonata Michele lo fece arrestarsi. La strada era completamente deserta e in quel punto, dove non giungeva raggio di nessun fanale, scura come nella tana del lupo:

— Mi vuol favorire una sua pezzuola? — disse Michele: — le benderò qui gli occhi.

Alfredo trasse di tasca un fazzoletto e lo porse al compagno senza parlare. Quando lo ebbe fasciato ben bene così che nessun spiraglio potesse rimanergliene alla vista, Michele lo prese pel braccio e lo fece camminare per un tratto di tempo che al giovane così acciecato parve assai lungo. Sentì finalmente che il suo piede calpestava un terreno non selciato, ma con qualche sasso smosso, come sarebbe in una stradicciuola di campagna; poi si fermarono e Michele gli disse all’orecchio:

— Siam giunti.

Picchiò lievemente contro un asse di legno, che certo era il battente d’un uscio, e in un modo speciale: due colpi e poi una pausa, poi tre colpi lenti lenti, e quindi quattro affrettati. Per quanto leggeri i picchi furono subito sentiti, perchè tosto una voce susurrò a Michele qualche cosa tanto piano che Alfredo non ne capì nulla. L’uscio doveva essersi aperto, ma su cardini così inoliati che non aveva fatto il menomo rumore.

Alfredo ebbe stretto più forte il braccio che la sua guida non aveva abbandonato, e all’orecchio gli si susurrò:

— Venga: quand’io le lascierò andare il braccio, non si muova, e aspetti a levarsi la benda che le venga detto.

Entrarono; parve ad Alfredo di percorrere molte e molte camere, che si alzassero molte portiere, si aprissero e si rinchiudessero molti usci (e lo si faceva girare sempre in due sole stanze): sentì a momenti un bisbiglio come se passasse in mezzo ad una folla, e finalmente la voce di Michele gli susurrò di nuovo:

— Stia qui.

Il braccio gli fu lasciato libero; e successe un momento di alto silenzio come se si fosse proprio in una tomba. Poscia una voce imponente disse con tono di comando:

— Si levi la benda!

Alfredo trasse giù dagli occhi il fazzoletto e si guardò dintorno. Trovavasi in una stanza piuttosto vasta cui la poca luce diffusavi, lasciando in buia oscurità gli angoli, faceva parere ancora più vasta. Quella poca luce pioveva da una lucerna di forma antica a tre becchi, che pendeva per una catenella di ferro dal mezzo del soffitto. Le pareti tutt’intorno erano coperte da ampie tele cadenti a piegoni di stoffa nera, sotto cui erano nascosti e uscie finestre. Innanzi a sè il neofito vide una schiera d’uomini seduti in semicircolo, avvolti tutti in mantelli neri e celato il viso da una maschera nera; nel centro dello spazio ad arco che rimaneva vuoto, lontano due passi dai punto dov’egli si trovava solo, era una tavola bislunga, coperta da un tappeto nero, e sovra di essa un crocifisso, una bibbia, un pugnale senza guaina affilato e acuminato.

Dal centro della prima fila di quegli uomini mascherati, la medesima voce che già gli aveva detto di levarsi la benda, cominciò ad interrogare Alfredo:

— Che cosa cerca ella qui?

Il giovane stette un momento prima di rispondere: la confusione entro la mente e il bollore del sangue erano tutt’altro che cessati; gli pareva di sognare, gli pareva d’assistere a uno spettacolo di fantasmagoria, e un intimo senso di compiacenza lo solleticava di esserne egli l’eroe e che quella fosse realtà.

— Cerco la mia vendetta: — disse poi con voce abbastanza sicura.

— La vendetta privata, — riprese quella voce, — deve assorbirsi nella pubblica; ed ella l’otterrà, se ha da parte sua la giustizia e l’amore della libertà.

— Credo di averli: — esclamò Alfredo sempre più franco.

— Tutti quanti siam qui, giurammo, per quella fede che ci è più sacra, il segreto più assoluto su quello che qui si compie, e di affrontare piuttosto mille morti che tradire uno dei nostri congiurati e la causa sacra a cui dedichiamo l’anima e la vita. È pronto anche lei a giurare?

— Son pronto.

— Tutti abbiamo giurato, che qualunque cosa ci venga imposto dal bene della nostra causa saremo disposti sempre a farla. È pronto anche lei a giurare?

— Son pronto.

— Crede ella nella religione di Cristo?

— Ci credo.

— Ebbene, s’avanzi fino a quella tavola; ponga la mano sinistra su quel crocifisso e colla destra brandisca quel pugnale.

Alfredo obbedì. Appena ebbe tocca la croce e l’arma, tutti quegli uomini mascherati si levarono in piedi come un uomo solo, silenziosi, muti, gli occhi tutti fissi sui giovane, che vedeva traverso i buchi delle maschere luciccare fieramente pupille che parevano feroci.

Erano undici: pareva che Alfredo fosse stato mandato dal destino, appunto per compiere il sacramentale numero di dodici.

L’uomo, la cui voce sola fin’allora si era fatta sentire, come quella d’un capo, e che trovavasial centro della prima fila, s’avanzò d’un passo, e con voce ancora più autorevole e imperiosa, prendendo a dargli del tu, disse al neofita:

— Quel crocifisso che tocchi rappresenta il più grande, più sublime martire della libertà che abbia avuto il mondo: quell’arma che impugni, fu lo stromento più efficace in mano di generosi che abbia liberato il genere umano da tiranni che ne degradavano la dignità e ne conculcavano i diritti, da Virginio romano a Carlotta Corday francese. In nome di quel martire divino, sei tu capace di usare, a punizione del tiranno, di questo sacro stromento della vendetta umana?

Alfredo sentì l’esaltazione intima ond’era posseduto, a quel punto elevarsi, nobilitarsi, vestire un carattere quasi religioso; gli parve scorgere agitarsi nelle ombre degli angoli in quella vasta sala, gli spiriti dei liberatori della patria, e sè essere chiamato dalla gran voce del destino a compiere un gran fatto di cui parlerebbero le genti e che echeggierebbe nel futuro all’ammirazione dei posteri. Alzò il pugnale stretto con mano contratta e rispose fieramente:

— Lo sono.

Un mormorio approvatore corse per quelle cupe figure mascherate.

— Ebbene, odi il giuramento che tu devi pronunciare: — ripigliò il capo dei congiurati: e lentamente, con voce spiccata, disse in mezzo al silenzio di tutti la seguente formola:

«Io, qui presente, desideroso di essere ammesso nella schiera dei vendicatori della patria e della libertà, per Gesù Cristo che diede la vita al riscatto di tutti, per l’onore del mio nome e per la salute dell’anima mia, giuro che se la Provvidenza mi elegge al gran fatto, pianterò senza esitare questo ferro che impugno, nel petto a Carlo III Borbone, esecrabile tiranno di Parma, e se mai io fossi tanto infelice da fallire all’opera, giuro di morire fra i tormenti piuttosto che tradire direttamente o indirettamente la congiura e i congiurati. Così Dio m’ascolti e questo ferro medesimo si volga mille volte in me dove io manchi al mio solenne giuramento.»

Dopo una brevissima pausa quel medesimo interrogò:

— Sei tu disposto a giurare?

— Sì! — rispose francamente Alfredo.

— Ebbene giura!

Tutti i cospiratori insieme fecero un passo verso il giovane e gridarono all’unisono cupamente:

— Giura!

Alfredo, la sinistra sempre sul crocifisso e ilpugnale brandito, ripetè parola per parola tutta quella filastrocca che gli venne suggerita dal capo; e quando la fu terminata, egli con uno scoppio di voce aggiunse di proprio:

— In questo giuramento, signori, c’è un se di troppo. La Provvidenza non ha più da scegliere fra noi chi ha da colpire. Son io quello. Mi sono votato a quest’opera: voi non avete che da aiutare il caso a porgermene la possibilità. Questo pugnale che tengo, lo prendo, è mio fin d’ora: ve lo restituirò lordo dell’abborrito sangue di quel principe degno delle galere.

Un grido di applauso e di entusiasmo uscì dalle undici bocche di quei mascherati e andò a spegnersi nelle pieghe cadenti delle tappezzerie di pesante stoffa nera. Il capo dei congiurati si levò la maschera e corse ad abbracciare il generoso giovane; tutti gli altri ne imitarono l’esempio, e Alfredo si vide circondato da undici faccie di giovani, delle quali parecchie gli erano conosciute per averle incontrate più volte nelle migliori società.

A questa congiura, che fu vera e reale, ma di cui non raccolse traccia la storia, appartenevano individui d’ogni classe, da nobili che avevano attinenze alla Corte, a popolani, come Michele. Quasi tutti, massime dei nobili, vi erano stati spinti da qualche offesa personalericevuta dal principe, parecchi da oltraggi avuti nell’onore della famiglia; come quasi sempre, era l’odio privato che si ammantava delle apparenze di amore del pubblico bene.

Fatte le mille feste ad Alfredo, il quale così felicemente veniva a togliere tutti gli altri dall’ingrata possibilità di essere trascelto a un atto che a dirlo era una cosa, e a compirlo era un’altra; gli vennero poscia spiegate tutte le intenzioni, le preparazioni e le condizioni della congiura, la quale, a giudizio di tutti, era matura e doveva senza troppo ritardo avere il suo effetto.

Per prima cosa si era stabilito che fra tutti i congiurati si sarebbe estratto a sorte colui che avrebbe dovuto ferire il duca; e ciò si sarebbe fatto solamente all’ultimo istante, per non lasciar troppo tempo sotto l’angosciosa pressione d’un simile pensiero il prescelto. Si sarebbe intanto tutto preparato per approfittare il più presto e il meglio possibile d’ogni occasione che nascesse opportuna al gran colpo, e ove tardasse tale occasione, si sarebbe procurato di farla nascere; e si sarebbero prese tutte le disposizioni più efficaci possibili, perchè chi compieva il fatto, potesse avere il mezzo di scampo; giacchè se ognuno aveva giurato di sacrificare anche la vita, era pure maggior tornaconto di tutti che potesse riuscire a salvarsi.Per tale effetto molti mezzi già erano stati escogitati, anzi preparati e raccolti; si era provveduto per avere pronta a qualunque momento appena fuori delle porte della città una carrozzella con un buonissimo cavallo, e chi forniva questa vettura non sapeva menomamente a chi la fornisse. Si erano stabilite certe corrispondenze in Piemonte, dove, senz’essere informati della ragione, alcuni fidati avrebbero accolto il fuggiasco e procuratone subito l’imbarco a Genova per l’America. Si avevano pronti i denari e i mezzi di farli pervenire nelle mani di taluni, che si sapevano disposti a chiudere un occhio quando la cosa fosse avvenuta, e nel palazzo ducale, e fra i gendarmi, e fra gl’impiegati stessi di Polizia.

Alfredo udì tutti questi particolari sbadato, come se non fosse fatto suo: egli avrebbe ucciso il duca, n’era certo, e questo era il solo suo proposito: di quello che ne sarebbe avvenuto di poi, non se ne dava pensiero: nell’esaltazione in cui si trovava, ripeteva violentemente che di nulla gli sarebbe più importato.

Si era già verso il mattino, quando quell’adunanza si sciolse. Alfredo uscì primo da quel luogo accompagnato da Michele; e questa volta senza più bende sugli occhi e senza alcun’altra precauzione. L’esaltamento durava in lui; aveva i polsi che gli battevano a febbre e al capo uncerchio che gli pareva di ferro: tutte le membra gli tremavano e le gambe lo reggevano a stento; sentiva dei ronzii alle orecchie come cupi rumori lontani, e gli occhi che gli abbruciavano vedevano come traverso un velo. Michele lo accompagnò fino sulla soglia: e poi auguratogli un buon riposo, lo abbandonò per correre all’ufficio centrale di Polizia, dove, non ostante l’ora impropria, venne subito introdotto fino nella camera da letto del direttore.

Quando ebbe ascoltata attentamente tutta la relazione fattagli da Michele, il Pancrazi disse con severo tono di comando:

— Tutto questo, ricordatevi bene, deve rimanere fra voi e me, e nissun altro.

— Sì, Eccellenza; — disse inchinandosi l’agente segreto, cui dominavano completamente la voce, l’aspetto, lo sguardo del direttore di Polizia.

Quella stessa sera, mentre Alfredo era così misteriosamente introdotto presso i congiurati, nel palazzo ducale penetrava misteriosamente del pari guidata dal conte Anviti, la baronessa di Muldorff, che veniva accolta con molta festa dal principe libertino.

Nel loro colloquio la furba Zoe aveva trovato modo di ripetere al duca la già fattagli insinuazione che a far fischiare la ballerina milanese ci fosse entrata la duchessa, e ciò contermini tali da irritare sempre più la bizzosa e trista indole del principe.

La mattinata era già tarda, e l’avventuriera, seminuda ancora, stava innanzi allo specchio avvolgendosi intorno al capo la ricca massa dei suoi capelli fulvi, quando, ottenuto il permesso di entrare, il cameriere più fidato del principe, venne a susurrargli qualche cosa all’orecchio.

— Che cos’è? — domandò la cortigiana volgendo a mezzo verso il duca il suo ammirabile torso seducente.

— Oh nulla: — rispose il principe villanamente sprezzoso: — è la duchessa che vuol parlarmi.

— Carlino! Carlino! — esclamò coll’insolente famigliarità che i diportamenti del duca le permettevano, la donna venduta scoppiando in un riso sguaiato: — tua moglie ti vuol fare la predica.... Va presto perchè la non vada peggio in collera.

Il duca si gettò sopra una poltrona.

— Aspetterà! — disse. — Sono in troppo buona compagnia.

Zoe, discinta com’era, andò a sederglisi sulle ginocchia.

— O bravo! — esclamò gettandogli intorno al lungo, esile collo le sue braccia da statua greca.


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