XLVI.

XLVI.

Alfredo, da quella voce amichevole, da quella cura che una mano pietosa prendeva di lui, dal tepore di quel caldo mantello onde lo si avvolgeva, provò un conforto, che nel quasi smarrimento di sensi in cui si trovava, gli fece un poco l’effetto che fa al naufrago il soccorso inaspettato d’una tavola da aggrapparsi. Egli s’aggrappò davvero a quell’uomo per sorreggersi, mentre balbettava, poco meno che inconscio:

— Sì, ho freddo... Ho pur la testa che scoppia... Ah! la mia vendetta?... Voi me la darete?... Siate benedetto!... Datemela subito; lavoglio subito... Lo potete voi?... Voi!... Ma chi siete voi?

Volle scostarsi un poco da quell’uomo, per esaminarlo bene; ma sentì che non avrebbe potuto reggere in piedi da solo, e si abbrancò più forte al braccio dello sconosciuto.

— Lei non mi ravvisa? — disse questi, scoprendosi meglio la faccia col tirare indietro il cappello a cencio e volgendosi a ricevere sui lineamenti la poca luce che filtrava dalla finestra della casa di prospetto a quella di Zoe.

Il conte di Camporolle lo guardò con occhi ancora appannati: gli parve e non gli parve aver già veduto in altra occasione quel volto; ma finì per iscuotere il capo in segno negativo.

— L’altra notte, — disse quell’uomo, — io ho avuta la fortuna d’andare a cercare di Lei sulla porta della sua casa e di condurla appunto sin qui.

— Ah! — fece Alfredo riscuotendosi: — siete l’uomo inviatomi dalla baronessa?

— Appunto... E, se lo ricorda, mi son presa la libertà di offrirle i miei umili servigi, dicendole che per qualunque siasi bisogno, non avrebbe avuto che da cercare di me... Michele... al caffè della Piazza Grande, e avrebbe sempre trovato un uomo disposto a servirla in tutto.

Il giovane, che veniva riacquistando il dominio di sè stesso, si passò una mano sulla fronte, e chiese lentamente:

— E ora come è stato che vi siete abbattuto qui nel mio cammino?.... È ancora la baronessa che vi manda.

— No, signore, — rispose quell’uomo, il quale, dietro le istruzioni ricevute, aveva bene studiato ed era abilissimo a fare la parte assegnatagli. — E la può dire piuttosto che è la Provvidenza, perchè — (e qui abbassò la voce) — di fargli ottener quello che lei desidera, quello di cui lei ha bisogno, non c’è altri forse al mondo più capace di me.

Alfredo trovavasi in una debolezza e in un disagio fisici che conferivano a renderlo debole anche moralmente e intellettualmente. Non gli parve un assurdo che quell’uomo, capitatogli così in buon punto, quand’egli stava per abbandonarsi affatto, rappresentasse davvero un aiuto mandatogli dalla sorte.

— Quello che io desidero, — mormorò, — quello che io ho bisogno!... Che cosa ne sapete voi?

— So tutto... Non ha ella udito le parole che le ho detto poc’anzi, accostandola? Per la sua vendetta, se vuole, io potrò fornire i mezzi di averla.

— La mia vendetta!... La mia vendetta! — ripetè Alfredo, quasi balbettando, battendo i denti, assalito da un brivido di febbre.

— Ma ora, per prima cosa, — saltò su Michele, — Ellaha bisogno di qualche cordiale, di qualche ristoro; altrimenti comincierà coi fare una malattia, che non sarà certo il miglior mezzo da ottenere lo scopo... Venga meco.

Lo prese sotto un’ascella e sostenendolo con braccio vigoroso lo trasse con sè in una delle parti più deserte della città: il giovane, sbalordito, col tremor della febbre che gli cresceva nelle ossa, si lasciò guidare come un bambino.

Sostarono sotto il chiarore rossiccio di una lanterna appesa all’uscio d’una bottega. Era un miserabile spaccio di liquori, che in quel momento, per l’ora tarda, per la solitudine delle strade in quel rione rimoto, non aveva nemmeno un avventore. Michele, che lì dentro pareva di casa, fece un cenno particolare degli occhi a un omaccione sonnacchioso che al sentire il campanello dell’uscio aveva levata la testa, e gli disse:

— Presto, Melchiorre; un ponce alrhum, ma verorhum, sai, e dimolto.... pel signorino che è mezzo basito di scalmana, e per me che gli faccio compagnia.

— Subito: — rispose l’omaccione, levandosi lentamente di dietro il banco.

— Non c’è mica nessuno nello stanzino?

— No.

Michele col conte si diresse verso un uscio alla destra.

— Aspetta — gli disse il zozzaio: — non c’è manco il lume. Vado ad accendervi il lucernino.

Prese un lumo a mano e passò in una stanzetta vicina che non aveva altra uscita, e i due avventori ve lo seguirono. Alfredo, entrando nel caldo ambiente di quella bottega, satura di vapori alcoolici e di esalazioni carboniche della stufa, aveva sentito accrescersi ancora la confusione della mente, il subbuglio dell’animo e il malessere di tutta la persona. Appena entrato in quel secondo stambugio, e’ s’era lasciato cader seduto sopra una panca contro il muro e stava là abbandonato, quasi inconscio di sè e delle cose che lo circondavano.

La sua guida susurrò all’orecchio dei venditore che accendeva un lume pendente al soffitto:

— Qui si ha da esser soli, sai?

— Va bene!

— Tua moglie?

— È di sopra.

— La non verrà mica giù a ficcare il naso?

— No certo. Ci ha quel suo forestiero, il quale è stato tutto il giorno fuor di città, e ora si sono chiusi in camera e discorrono fitto fitto.

— Misteri eh?

— Misteri: — rispose con laconica tranquillità il zozzaio.

— Non ti viene la curiosità di penetrarli a te, ciccione d’un Melchiorre?

— A me?... Peuh!... — fece l’uomo alzando le spalle e dondolando il capo.

— Già, tu quando hai mangiato e bevuto...

— Vivi e lascia vivere: — conchiuse Melchiorre, il quale intanto aveva finito di rassettare il lume, lasciandogli per economia il bambagio tanto corto che appena una fioca luce se ne spandeva per quei quattro palmi di stanza. — Vado a farti un ponce proprio da risuscitare un morto; e sta tranquillo che non penetrerà nessuno.

Se ne andò, e Michele sedette in faccia al conte di Camporolle, dall’altra parte d’un tavolino.

— Come si sente ora signor conte?

Alfredo fece una mossa col capo che non voleva dir nulla, e non rispose.

— Capisco che ella debba star poco bene, — riprese con tono più confidenziale quell’uomo, curvandosi verso il giovane. — È venuta fuori dal teatro che pareva un pazzo che scappa dall’ospedale.... Quel duca fu molto prepotente, molto villano con lei?

Il giovane fu riscosso tutto da un tremito, ebbe un lampo d’ira negli occhi solitamente così miti, battè col pugno serrato sul tavolo; ma non rispose parola.

— Eh lo conosco bene: — continuava quell’altro. — Lo conoscono tutti oramai qui a Parma e lo apprezzano per quel che vale. Non c’è quasi famiglia ch’egli non abbia oltraggiata, non c’è quasi individuo che non abbia ferito, umiliato, offeso nella roba, nel decoro, nell’onore. Si può scommettere per cosa sicura, che non visse ancora mai un principe che abbia raccolto su di sè un cumulo sì grande d’odio, e d’un odio tanto accanito.

Alfredo, come tocco dal suono di quelle parole che erano così bene intonate all’intimo suo sentimento, colle labbra pavonazze e i denti stretti esclamò sommesso:

— L’odio!... Oh sì l’odio!... Ah quanto!

E l’altro, sempre più insinuante e con tono di fiduciosa dimestichezza:

— È da stupirsi, non è vero, che i parmigiani, gente fiera, che in punto all’onore.... massime in fatto a donne... patisce terribilmente il solletico, tollerino un simil principe, che fra loro non vi sia almanco stato uno più coraggioso e determinato che alle scellerate tracotanze di quel maledetto non abbia risposto una buona volta con una brava coltellata.

Il conte trasalì e appoggiati i due gomiti alla tavola si strinse colle mani il capo.

— Ma bisogna considerare, — seguitava Michele, — che un’insurrezione popolare, cogli austriacia ridosso, è impossibile, sarebbe una pazzia da rovinar peggio la città e tutto lo Stato; e di petti generosi, d’animi eroicamente risoluti, di quelli il cui patriottico valore tutti poi ammirano e glorificano, ce n’è pochi.

Alfredo sollevò la faccia e guardò il suo interlocutore con occhio fisso, acuto, fra interrogatore e cruccioso.

— Ce n’è pochi, — ripigliava quell’altro dopo una breve pausa, e chinandosi vieppiù, traverso il tavolo, presso la testa bionda del conte di Camporolle: — ma in Parma ce n’è pure, e se Vossignoria volesse, io potrei anche fargliene vedere e sentire parecchi che hanno giurato...

Qui s’interruppe, guardandosi intorno e il giovane stesso che aveva di fronte con sospetto.

— Hanno giurato! — ripetè Alfredo. — Che cosa hanno giurato?

— Zitto! — disse vivamente Michele: — ecco qui compar Melchiorre col ponce.

Il zozzaio entrava appunto con una grande terrina piena di liquido coronata da fiamme azzurre e la deponeva trionfante sul tavolo in mezzo ai due avventori.


Back to IndexNext