XLVII.

XLVII.

Michele mescette nella tazza del conte e poi nella sua; e per un poco non si parlò più nè dall’uno nè dall’altro dei due, come se non pensassero che a ingollare quell’infuocato e infuocante liquore.

In Alfredo i brividi cessavano: al freddo che gli era penetrato fin nel midollo delle ossa, succedeva anzi un calore che gli invadeva a poco a poco tutte le membra e veniva salendo a ondate verso il cervello. Ed egli beveva e beveva. Gli pareva che la sua vitalità si accrescesse, che il suo coraggio, la forza sì fisica che morale, la risoluzione ingigantissero, e con tutto questo, ancora più, il suo odio, il desiderio di vendetta. I vapori alcoolici del ponce, assalita la sua ragione, gli facevano intorno un mondo di immagini, di figure fantastiche, di chimere, che s’agitavano in una ridda vorticosa. A un punto, in mezzo alla nebbia rosata d’un’incipiente ebbrezza, gli sembrò di vedere la faccia schernitrice, poi minacciosa, poi beffardamente trionfante del duca: del duca, innanzi a cui egli si era inginocchiato. Tutto il sangue gli ribollì; lasciò calare il pugno chiuso sulla tavolae ruppe in una bestemmia, egli così mite e gentile.

— Alla croce di Dio! Sì, è una vergogna che non ci sia un uomo capace di schiacciarlo quel rettile coronato... Ma voi mi dite che ce ne sono di tali uomini, qui in Parma? i quali hanno giurato?... Che cosa hanno giurato?

Michele, il quale, pur bevendo, aveva conservata tutta la freddezza della sua mente, rispose abbassando la voce e curvandosi così da mettere le sue labbra quasi a contatto dell’orecchio del conte:

— Di liberar Parma da quel mostro a ogni modo.

— A ogni modo? — esclamò il giovane più che a mezzo fuor di sè, digrignando i denti e stringendo il bicchiere che aveva in mano come se lo volesse rompere. — Ce n’è uno, il più spiccio: ammazzarlo.

— Bravo! — disse l’uomo venduto al Pancrazi, appoggiando la sua mano sul braccio di Alfredo. — Lei sì che si vede essere uno di quei valorosi all’antica... Vigliacco chi subisce l’insulto, l’ingoia e lo digerisce tranquillamente.

— Sì, vigliacco! — ripetè il giovane.

— Basta un uomo solo come Lei a liberare tutto un popolo: e se Ella avesse l’aiuto e i mezzi che può darle una congiura... perchè la congiura c’è... la cosa presto sarebbe fatta.

— Congiura! — balbettava Alfredo. — Voglio conoscerla, voglio entrarci. Voi m’avete detto che lo potreste?

— Sicuro!... Se Ella volesse proprio...

— Sì, voglio... Quando?

— Anche subito; c’è adunanza questa stessa sera.

— Dove?

— A pochi passi da qui.

Alfredo tracannò il ponce che aveva ancora nel bicchiere e disse risolutamente:

— Andiamo.

Puntò le due palme delle mani al tavolino e si alzò con impeto. Il sangue tutto gli ardeva; sentiva delle vampe come flutti di lava salirgli alla testa; vedeva tutti gli oggetti intorno a sè nuotanti in una nebbiuzza rossigna.

— Signor conte, — gli disse Michele, — Ella comprenderà che per penetrare dove si radunano quei generosi, ci vogliono alcune formalità o meglio precauzioni.

— Dite subito tutto quello che sia da farsi; qualunque cosa occorra, son pronto.

— Converrà che si lasci bendare gli occhi.

— Sia.

— Che si contenti, anche quando introdotto e levata la benda, di non vedere che faccie mascherate e non conoscere pure un nome dei presenti...

— Che m’importa? — interruppe Alfredo impaziente.

— È dunque davvero risoluto?

— Andiamo!

Alfredo uscì di dietro il tavolo e camminò sollecito verso la stanza dov’era il bottegaio, Michele lo seguì, ma quando il giovane stava per aprire l’uscio a vetri, la spia del Pancrazi gli pose risolutamente la mano sul braccio e lo trattenne.

— Un momento, — gli disse, — e zitto!

Due persone, un uomo e una donna, erano discese dal piano superiore, per la scala interna, nella bottega, e discorrendo fra loro s’avviavano all’uscio che metteva nella strada.

— Bene, — diceva l’uomo, — se volete aspettarmi, Antonia, io non istarò gran tempo a ritornare. Vado questa stessa sera dal conte, perchè mi preme tranquillarlo il più presto possibile e combinare subito quella gita, e perchè sono assai inquieto anch’io de’ fatti di lui, e avrei una notte agitata se non sapessi come sta e che nulla di spiacevole gli è avvenuto; ma non mi tratterrò che poco e sarò di ritorno, al più tardi fra un’ora.

Al sentire quella voce, Alfredo fece un brusco movimento di meraviglia e di disgusto; malgrado l’eccitamento de’ suoi sensi e la nebbia d’ebbrezza che avvolgeva il suo spirito, aveva riconosciuto Matteo Arpione.

— Ancora lui! — mormorò egli: — sempre lui!

— Come? — interrogò sollecito e malcontento la spia: — è qualcheduno che Lei conosce?

Il conte gli fece con impazienza cenno che tacesse e chinò l’orecchio alla fessura dell’uscio per udir meglio.

— Fate pure a vostro comodo: — rispondeva la donna: — a qualunque ora torniate, troverete la bottega aperta o non avrete che da picchiare all’imposta perchè vi si apra.

— Già! Sicuro! Brava! — saltò su brontolando il corpulento Melchiorre: — e ti credi forse, femmina senza giudizio, che io stia qui a grattarmi le ginocchia e sbadigliare al soffitto fino alla santa ora per farti piacere? Vado a dormire, io: ho già un sonno che ne casco.

— Vi dico che tornerò presto: — susurrò umilmente l’Arpione.

Ma la donna con accento di sdegnosa impazienza:

— E tu, otre rigonfio, se hai sonno va e sdraiati e russa come un porco che sei, che tu possa dormire cent’anni e mezzo... Starò io stessa qui ad aspettarvi, Matteo.

— Ma non vorrei che vi scomodaste troppo, — disse l’Arpione sempre umile.

— No, no, niente affatto: — rispose Antoniatroncandogli la parola, — ci sto molto volentieri. Ho gran desiderio anch’io di avere le nuove di quel giovane. Sarei tanto curiosa di vederlo!

Matteo aveva già aperto l’uscio a vetri e posto un piede fuori della soglia; si volse indietro per dire alla donna che l’accompagnava:

— E lo vedrete... quel giorno che lo accompagneremo alla tomba di sua madre.

Queste parole giunsero intelligibili fino all’orecchio di Alfredo, e non ostante l’ebbra confusione della sua mente lo scossero fino nel fondo dell’anima. Una esclamazione gli sfuggì dalle labbra; e aperto rapidamente l’uscio, egli fece per islanciarsi nella bottega; ma alla sua volontà non obbedivano con zelante prontezza le membra; e Michele, assai spiacente di quell’atto, ebbe tempo a ritrarre indietro il giovane e rinchiudere il battente, prima che Alfredo potesse eseguire il suo disegno.

— Non si lasci vedere, per Dio! — gli disse a bassa voce, ma con forza; — o ci vuol perdere tuttedue.

Antonia, che dava le spalle a quello stanzino, non potò veder nulla; Matteo, invece, che stava mezzo voltato verso quella parte per parlare colla donna, travide il ratto aprirsi e rinchiudersi dell’uscio, e in mezzo, come nel batter d’un lampo, la figura d’un giovane, che,quantunque scorta solo di sbieco, gli parve tutta quella del conte di Camporolle. Ebbe un mezzo grido, tornò indietro e richiuse dietro di sè l’uscio da via.

— C’è qualcheduno costì? — disse vivacemente a Melchiorre.

— Sicuro! — rispose l’omaccione, più burbero che mai, crollando le sue spallaccie. — Ci ho due avventori.

— Chi sono? — domandò Matteo, facendo un passo verso il gabinetto. — Voglio vederli.

— Oh, oh! — esclamò il zozzaio, mettendoglisi innanzi: — questa poi a casa mia non s’è mai vista, e non si vedrà nè anche adesso. Ci ho due avventori che sono entrati là dentro per essere soli, che vogliono discorrere senza essere disturbati, e manco se foste il direttore di Polizia in persona o il duca medesimo, non vi ci lascerei entrare.

Nel gabinetto intanto, Michele aveva, senza punto cerimonie, tratto il conte fino alla panca alla parete, dove lo aveva fatto risedere, dicendogli:

— Per carità, non muova, non zittisca!

Poi, aperto a mezzo l’uscio, aveva messo fuori la sua faccia volgare e non affatto da onest’uomo, e colla voce rauca dell’ubbriaco di liquori e l’accento particolare della parte meno educata e più viziosa della plebe, aveva detto a Melchiorre:

— Olà, vecchio trippone, ancora due bicchierini dicognac, ma di quel famoso, eh! non della solita tua acqua sudicia che dài a’ minchioni.

— Subito, vi servo: — disse il zozzaio andando al banco a prendere la roba.

— Ah! è Michele: — esclamò Antonia, e soggiunse a Matteo, come per levarne ogni sospetto: — un nostro antico e buono avventore.

Michele era sparito; l’Arpione stette un momento infradue. Quella figura di giovane e’ l’aveva vista così poco! era pur facile che lo averla sempre impressa nella mente fosse causa di una momentanea illusione: che probabilità ci era che il conte, forestiero in quella città, con sole attinenze nella più alta sfera sociale, fosse lì, a tal ora, in sì povera bottega, insieme con un ubriaco plebeo, antico avventore di quel luogo? Si persuase d’aver preso uno strano sbaglio, ed uscì sollecito per affrettarsi al palazzo dove abitava il conte Alfredo di Camporolle.


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