XLVIII.

XLVIII.

Alfredo rimaneva accasciato sulla panca dove Michele l’aveva rimesso a sedere; ma quel nome soave che era giunto fino alla sua intelligenzaoffuscata, il nome di madre, sembrava lottare contro l’influsso dell’ebbrezza e fare in questa uno spiraglio alla ragione; in quella, il suo compagno, preso dalle mani di Melchiorre il vassoio coi due bicchierini dicognac, gli venne presso e ponendogli in pugno uno dei due bicchierini, gli disse con accento quasi d’autorità:

— Animo, cacci giù del gorguzzolo questa porzione di coraggio in liquido, e se l’animo le vacilla...

Il conte si drizzò in piedi con impeto.

— Non mi vacilla niente affatto, — gridò intanto, afferrato il bicchierino, ne tracannò in una volta tutto il liquore, e sentì subito aumentargli il fuoco interno, da sembrare quasi infernale. — Andiamo: — ripetè poscia passando risoluto nell’altra stanza a bottega.

Antonia rimase meravigliata nel vedere insieme con Michele quel bel giovane biondo, elegante, benchè cogli abiti scomposti, d’aspetto signorile e distinto.

Alfredo gettò sul banco innanzi a Melchiorre una moneta d’oro.

— Eccovi per la vostra roba e pel vostro incomodo.

L’omaccione acchiappò lesto con tuttedue le mani la moneta, che suonò sul marmo del banco, festosamente; e levatosi in piedi fece al generoso donatore inchini profondi quanto gli concedeva la corpulenta persona.

— Ah signore... Eccellenza... ai suoi ordini... sempre disposto a servirla...

E corse con tutta l’agilità di cui era capace e che si mostrò maggiore che non si sarebbe creduto, ad aprire e tenere spalancato l’uscio da via al passaggio del generoso signore.

Michele, uscendo subito dietro Alfredo, scambiò con Melchiorre un altro ammicco, che annunziava come presto presto, fra quei due degni galantuomini ci sarebbe stata una conferenza per reciproche spiegazioni.

Antonia, dopo aver tenuto lo sguardo fisso sul giovane finchè gli era stato levato dalla vista per l’uscio richiusosi alle spalle di Michele, domandò con interessamento al marito:

— Chi è quel giovane?

— Ma! — rispose con placida indifferenza l’omaccione, che dritto in mezzo alla bottega sotto la luce della lampada esaminava con attenzione compiacente ilmarengodel forestiere. — Chi l’ha mai veduto quel bell’uccellino? Ti so dire io però che dev’essere una persona proprio dabbene, unmarengoper due ponci e duecognac!

— Fu Michele a condurlo?

— Già?

— E per che cosa?

— Oh bella: te l’ho detto: per bere un ponce e poi uncognac.

— E non ti ha detto nulla?

— Chi?

— Michele.

— No.

— E non lo ha nominato?

— No.

— Parlando insieme quei due, non hai sentito parole che potessero far capire chi sia?

— Io no... Sai bene che io non sono curioso.

— Certe volte torna conto di esserlo.

— Lo sei tu la parte mia.

— Eh devo far io tutto... anche la parte che toccherebbe a te, che non sei buono a nulla.

Melchiorre si pose a fischiettare sommesso una canzoncina fra i denti e andò tranquillamente a prendere un lume a mano.

— Dove vai? — gridò la moglie.

— Vado a dormire; è già tardi e tu hai voglia di litigare: due buone ragioni per andarmene. Tanto e tanto non hai detto a quel tuo amico forestiero che l’avresti aspettato tu qui sotto in bottega?

E senza dar più retta alla moglie che brontolava incollerita, l’omaccione accese il lume e se n’andò piano piano su della scala, senza commuoversi agli improperii e alle maledizioni che l’Antonia gli mandava dietro.

La storia del matrimonio di questi due è narrata in poche parole. Una ventina d’anniprima, l’Antonia, che faceva la levatrice e che non era più giovane, trovavasi in poco prospere condizioni: guadagnava appena tanto da sfamarsi, e anzi certe volte non guadagnava neppur questo, ed essa, parte per consolarsi, parte per tener luogo con quello dell’acquarzente al sostentamento che le mancava del cibo, aveva preso l’abitudine di frequentare una botteguccia da bevande spiritose, dove c’era per garzone un tocco di giovinastro con certe spalle da facchino e un torace da suonatore di tromba che avrebbero fatto invidia ad un modello di Ercole; e fosse per quelle sue forme, fosse perchè aveva sempre una parola gentile per l’Antonia, codesto garzone aveva fatta breccia nel cuore di costei, che contava almeno una diecina d’anni di più che lui. Il fortunato giovane, che era Melchiorre, si lasciava voler bene colla placida rassegnazione della sua natura; e la levatrice a promettergli almanco una volta al giorno, che appena avesse potuto gli avrebbe messo su lei una bottega dove egli sarebbe il padrone, l’avrebbe fatto vivere come nella bambagia e, per lo manco male, l’avrebbe sposato. Melchiorre dimenava la sua testaccia, diceva di sì, ridendo, e non ne credeva un’acca, come nessun altro di quanti capitavano là dentro, che pigliavano in burla gli amori stantii della povera levatrice.

Ebbene, sissignori, che contro la beffa di tutti ebbe ragione la fiducia nella sorte, di Antonia. Un bel giorno si era venuti a prendere la levatrice per condurla fuori, dove essa era rimasta forse una settimana senza che mai nè allora, nè poi ella volesse dire in qual luogo; e di ritorno cominciò a mostrare una maggior famigliarità che non avesse mai avuta prima colle monete da cinque franchi; famigliarità che venne sempre crescendo tutti gli anni, finchè a un bel punto ella disse al suo Melchiorre, col quale non aveva cessato mai d’amoreggiare:

— Il tempo è venuto. Sposiamoci; comprerò una casa: tu ci avrai la bottega; io lascerò il mio seccante e faticoso mestiere; non farò più nulla che amar te e averti ogni sorta di cure, e vivremo felici come due colombi in un buon nido.

E così fecero. La casa fu comperata, la bottega impiantata, il matrimonio celebrato; i colombi è vero si bisticciavano sovente, cioè era lei che spesso, fors’anche troppo spesso, saltava agli occhi del placido Melchiorre; ma questi non se ne crucciava affatto, ingrassava e intascava denari.

Alcuni anni prima del tempo in cui si svolge la nostra storia, nella monotona vita di quella degna coppia era avvenuta una novità, ed era un ospite a cui Antonia aveva manifestata lamaggiore deferenza, una soggezione, una devozione senza limiti e col quale essa ebbe vari colloqui segretissimi. Melchiorre non era sospettoso — e assolutamente non ci poteva essere pretesto a gelosia, ella essendo oramai vecchia e quel forestiero quanto lei — ma pure si stupì molto nel vedere la moglie in tali rapporti con uno di fuori, di cui non aveva mai sentito a parlare e che non capiva proprio che cosa potesse aver di comune con lei, e quindi ne espresse un po’ le meraviglie. Al che ella molto animatamente rispose:

— Quell’uomo lì, vedi, a servirlo come un principe, noi due non si farebbe di troppo. È lui l’origine, la causa di tutta la nostra fortuna.

Per poco curioso che fosse Melchiorre, pure gli avrebbe piaciuto sapere in che modo ciò fosse, e gliene domandò; ma essa, con certa imponenza che sapeva prendere nelle grandi occasioni, gli rispose, che questo era un segreto che nessuno avrebbe mai saputo da lei, nemmeno il carissimo marito, ed egli nell’apatica placidità della sua natura, se ne contentò senz’altro.

Un mese, o poco più, prima che in casa sua, o meglio di sua moglie, tornasse per la seconda volta quel misterioso forestiero, che, come il lettore sa, era Matteo Arpione, Melchiorre un giorno fu preso in disparte da Michele,uno dei suoi più antichi e fedeli avventori, il quale frequentava già la bottega in cui il futuro marito d’Antonia non era che garzone.

— A te che non fa disgusto il denaro, — gli disse Michele, — non dovrebbe dispiacere il guadagnarti una buona sommetta senza far nulla.

Il zozzaio fece saltare l’epa madornale in un riso di compiacenza.

— Sicuro che mi piacerebbe.

— Ebbene, io vengo a proportene il mezzo.

— O bravo! Sentiamo un poco.

Del vero mestiere esercitato da Michele sotto le apparenze del commissioniere, del domestico di piazza, come si usa dire, delciceronepei forestieri, forse e senza forse il grosso Melchiorre aveva qualche sospetto; ma a lui che cosa glie n’importava di ciò? Quel tale gli lasciava ogni giorno qualche pizzico di soldi sul banco, gli procurava avventori: ce n’era abbastanza da chiamarselo amico e da voler contentarlo, tanto più quando ci aveva un profitto anche lui.

— Tu hai qui dietro nella casa, — disse Michele, — a pian terreno certi locali vuoti in cui ci ballano i topi.

— Sì: non si è mai più potuto trovare un pigionante. Siamo troppo lontani dal centro.

— E quei locali hanno un’uscita nel cortile e un usciolino che mette dall’altra parte nell’aperta campagna.

— Appunto.

— Ebbene, se vuoi, il pigionante è trovato.

— Davvero! Oh bravo!... Chi?

— Ah, chi sia non s’ha da sapere.... È l’unica cosa che si richiede da te: che tu intaschi i denari dell’affitto e non cerchi d’apprender nulla, nè chi vada colà, nè che cosa si faccia, e non dica manco a nessuno che quei locali sono affittati.

— La cosa non è difficile a farsi, — disse Melchiorre un po’ sopra pensiero: — ma permettimi soltanto due interrogazioni.

— Falle, e se posso rispondervi, sarai subito soddisfatto.

— Prima di tutto, quanto mi si darà di pigione?

— Quello che vorrai tu.

— E se io domandassi per esempio cento lire al mese?

Ti si chiamerà un ladro perchè quelle stanzacce vuote non ne valgono dieci, ma ti si daranno le cento lire.

— Corbezzoli!.... E chi mi pagherà? Tu forse?

— No: ma in un modo o nell’altro, se l’affare si conchiude, tu riceverai ogni mese anticipato... anticipato capisci... il prezzo convenuto.

— E se non lo ricevo?

— Tu fai mettere tanto di stanga agli uscì e non lasci più entrare nessuno.

— È giusto... E a mia moglie posso dire qualche cosa?

— Meno a lei che ad altri.

— E come si fa?

— Aggiustati.

— Se la viene ad accorgersi...

— Impossibile. Chi userà di quelle stanze non ci verrà che di notte, cheto cheto, passando dalla parte dei campi....

— Uhm! — fece l’acquavitaio, — ciò mi puzza terribilmente di contrabbando.

Michele strizzò l’occhio.

— Sono giovani... affar di gonnelle... Oh sai bene com’è il mondo... A te del resto che cosa ne importa?

— Hai ragione: vivere e lasciar vivere è la mia massima. Affare fatto.

La parola di Michele fu mantenuta: Melchiorre, il giorno dopo aver consegnato all’amico le chiavi di quel locale, ricevette da mano ignota un gruppetto di cento lire, e il nuovo pigionante o i pigionanti che fossero, così copertamente e tranquillamente si diportarono che nessuno della casa e neppure il medesimo Melchiorre potò accorgersi che là dentro ci capitasse gente. Un giorno però, che il zozzaio, punto dalla curiosità, a dispetto della sua cicciosa apatìa, ebbe desiderio di vedere che cosa si fosse fatto in quelle stanze in cui le finestrerimanevano pur sempre chiuse colle imposte e tentò penetrarvi con una chiave dell’uscio del cortile che s’era tenuta, trovò che la serratura era stata cambiata e in luogo dell’antica ce ne stava una complicatissima di quelle inglesi che nessun grimaldello può aprire.

Il bravo Melchiorre rintascò la chiave inutile e la curiosità insoddisfatta, e non ci pensò altro.

In quei locali si radunavano alcuni giovani esaltati di sentimenti repubblicani, che volevano liberar Parma dal suo tiranno e in mezzo a cui faceva da Giuda e da provocatore il segreto agente del Pancrazi, Michele, il quale, secondo il solito, ostentava il repubblicanismo più spinto e più fiero, ragna politica a cui gli ingenui moscerini della gioventù rivoluzionaria si sono pur sempre lasciati pigliare.


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