XVI.

XVI.

Il capitano von Klernick era uscito pieno di rabbia senza volgere neppure più una parola nè uno sguardo alla Carlotta, la apparente e innocente cagione di quel conflitto: la quale aveva assistito a tutta la scena avvenuta senza trovar modo di pronunziar una parola, e in verità senza saper nè che fare nè che dire.

Maggior attenzione non le diedero gli altri personaggi del piccolo dramma, i quali, partitol’austriaco, si apprestarono ad andarsene anche loro.

— Signor Carra, — disse il conte Ernesto, — io ho abusato della sua bontà presentandolo come mio testimonio al duello, senza prima avernela pregata e ottenuto la sua accettazione...

— Lei ha fatto benissimo, — interruppe con vivace impeto l’operaio. — Anzi mi ha dato con ciò un segno di stima di cui le sono tenuto assai. E creda pure che tutto quello ch’io potrò fare per suo servizio, io lo farò volontierissimo.

— Grazie! Dalle parole che ho udite in sua bocca ho giudicato appunto che non le sarebbe spiaciuto il vedere a dar le pacche a un’uniforme abborrita. Ma però, senta, se il recarsi domani colà al Castel San Giovanni e perdere una giornata e forse due, le è di troppo incomodo; se questo fatto può esporla a certi pericoli e fastidi della Polizia di qui (cosa che in quel primo momento non avevo pensato), non si riguardi e non tenga conto nessuno delle mie parole. Giunto a Castel San Giovanni, io farò una scappatina fino alla più vicina guarnigione piemontese e ne tornerò con qualche ufficiale...

— No signore: — tornò a interrompere il sellaio: — non dica più oltre, che se insistesse in ciò, mi offenderebbe. Io son padrone di bottega e sono abbastanza libero del mio tempoper poterne disporre: e la Polizia non la temo nè punto nè poco.

Fece un sogghigno pieno di amarezza e di disprezzo.

— Godo delle buone grazie del duca... come sellaio: — si affrettò a soggiungere. — Ho la superbia di dire che sono uno dei migliori, e forse il migliore degli operai del mio mestiere, e il duca mi fa l’onore di apprezzarmi, di servirsi di me, e di darmi la sua protezione... E con me non ha tentato che poche volte d’insolentire e maltrattare: l’ho guardato in certo modo... Quel tirannucolo, fatto temerario dall’impunità, in fondo ha paura del coraggio d’un uomo. L’ho visto io chinar gli occhi innanzi ai miei... Mi teme: forse mi odia appunto per ciò, ma gli pare d’aver bisogno del mio lavoro, e finchè io non gli porgerò occasione di farmi addirittura fucilare, non mi userà prepotenze.

— Tanto meglio! — esclamò Valneve.

— Ed io, se piace a lor signori, mi incarico eziandio di provvedere le sciabole. Me ne intendo d’armi, sono amico di un buono spadaio, e vedranno che eccellenti lame saprò all’uopo provvedere.

— Benissimo!... E allora non resta più che trovarci domattina alle cinque alla mia locanda, per partire tutti insieme: — così conchiuse Ernesto, e salutata molto indifferentemente laCarlotta, sempre sbalordita, se ne partì con Alfredo.

— Scusino un momento: — disse allora Pietro Carra ai due giovani: — aggiungo soltanto poche parole a quello che ho già detto a mia cugina, e poi li accompagno fino a casa: è forse meglio per loro avere compagnia questa notte per le strade di Parma.

Alfredo ed Ernesto scesero lentamente le scale, giù delle quali faceva loro lume la serva; Pietro, appena fu solo colla Carlotta, le disse:

— Or dunque ricordati bene tutto quanto già ti ho detto. La famiglia di tua madre fu sempre qui a Parma un’onesta famiglia: tua madre fu un’onesta donna. Che tu a Milano, dove sei nata e cresciuta, faccia quello che ti pare e piace, posso dolermene, ma pazienza! Tuo padre fu un cattivo soggetto, che dopo aver fatto morire sua moglie di crepacuore, non è stato capace di dare a te una virtuosa educazione, e t’ha gettata, per guadagnarsi un po’ di denaro, sulle tavole d’un palco scenico. Io non abbandonerò la mia città per correre colà a impedirti di infamarti e punire i tuoi trascorsi; ma qui dove si conosce la tua gente, qui dove ci son io, che ho moglie e figli e che ci tengo a serbarmi nome onorato, qui, per Dio, non ti lascerò fare la mala femmina a niun patto. Tu non vedrai più quel tedesco ancorchèavesse da uscire incolume da quel duello, e finite le poche rappresentazioni che pur troppo hai da dar qui, andrai a Firenze per dove domani stesso accetterai e firmerai la scrittura che ti si propone...

— Ma... — si avventurò la ballerina ad interrompere.

— Nessuna osservazione! — gridò Pietro. — Se tu non mi obbedisci avrai da pentirtene amaramente; e per prima cosa ti farò fischiare in tal maniera da dover calare la tela... te lo prometto io... Non ci sarà che da spargere voce che tu sei la ganza d’un austriaco...

— No, no, per carità! — esclamò la ragazza spaventata.

— Dunque siamo intesi. Condotta inappuntabile finchè resterai qui a Parma, e al mio ritorno da Castel San Giovanni firmata la scrittura di Firenze.

Non attese neppure la risposta, non disse una parola nè fece un atto di saluto, e corse via per raggiungere i due giovani che già erano discesi nella strada.

Si era oltre la mezzanotte: tutta la città era tranquilla e muta proprio come un sepolcro; rari lampioni sparsi qua e là rompevano appena la fitta tenebra: i passi dei nostri tre personaggi risuonavano cupamente, con una specie di eco sorda nel silenzio di quell’oscurità.

— Dove andiamo? — domandò Valneve fermandosi ad un crocicchio.

Alfredo trasse l’orologio e guardò l’ora al chiarore del fanale che era appiccato alla cantonata: mancava un quarto ancora, ed egli, impaziente di trovarsi là dove gli aveva detto la cartolina della baronessa di Muldorff, rispose:

— Io me ne vado a casa.

— Benissimo, — aggiunse Ernesto: — noi ti accompagniamo.

— Ah no: — gridò vivamente Alfredo che pensava a chi o cosa doveva aspettarlo colà per parte di quella donna.

— Oh oh! — fece Sangré ridendo: — che premura di non volerci... Ah! mio caro Camporolle, c’è qualche cosa di contrabbando qui sotto!

— Oibò! Niente affatto! — rispose impacciato Alfredo, il quale era pochissimo abile a mentire. — Non vorrei incomodare... è già tanto tardi!...

— Discrezione e segretezza! — esclamò Ernesto mezzo ridendo, mezzo sul serio. — Vuoi esser solo? Non domandiamo di più; ma siccome qui il nostro bravo Carra ci ha detto che è forse più prudente l’essere in parecchi per le vie di notte, ti lascierai accompagnare almeno almeno fino alla cantonata del palazzo dove stai.

— Mi rincresce che vi disturbiate... non c’è nulla da temere per me... ma se proprio tu, Valneve, ci tieni...

— Ci tengo.

— Venite pure...

In quella Pietro Carra, che stava un pochino discosto dai due amici, si fece loro presso presso con un moto rapido e silenzioso, e susurrò pian piano:

— Zitti!... Facciamoci in qua... Guardino, ma non un movimento, non una voce, non un rumore!

Si trasse dove l’ombra era più densa e additò loro in una delle strade dei crocicchio, a un punto dove batteva il chiarore d’un lampione, alcune ombre che camminavano rapidamente.

Veniva prima un uomo che volgeva il capo di qua e di là come per esaminare con attenzione i luoghi; poi, alla distanza di dieci passi, due che andavano a pari e finalmente dietro di questi due, alla distanza d’un’altra decina di passi, un’altr’uomo che si vedeva tenere gli occhi attentamente fissi sui due che aveva davanti.

— Ecco il duca che va a qualche spedizione: — susurrò il Carra nell’orecchio dei due giovani.

— Il duca! — esclamarono Alfredo ed Ernesto.

— Sì... Il primo è un poliziotto esploratore; dei due che vengono dopo, quello alla destra è il duca: l’altro è quello scellerato del conte Anviti; dietro loro viene uno dei più fidi e dei più coraggiosi e de’ più forti gendarmi, travestito.

— E dove andrà? — chiese il Valneve.

— Facile a indovinarsi: — rispose amaramente il sellaio. — Ad infamare qualcuna delle nostre famiglie.

Alfredo si ricordò allora d’un indirizzo che aveva inteso dare al duca nel teatro e delle parole dal duca medesimo dette all’Anviti; ma non credette opportuno di comunicar nulla di questo ai suoi compagni.

— Per bacco! Sarei curioso di vedere dove si va a cacciare, — disse Ernesto. — Se lo seguitassimo?

— È un proposito pericoloso, — rispose Pietro; — ma, se Lei vuole, io non rifiuto d’accompagnarla.

In quel momento il duca, che si trovava un po’ vicino al luogo dove erano i tre giovani, fu udito ridere sguaiatamente.

— È un riso il suo che urta i nervi, non è vero? — riprese il parmigiano. — A me, ogni volta che l’odo, mi fa l’effetto d’una sega che mi passi sulle ossa... Andiamo pure, signor conte.

— Buona notte, Camporolle: — disse Ernesto ad Alfredo: — ti lasciamo libero per le tue avventure particolari; e noi, che non ne abbiamo nessuna di nostra, andiamo a scoprire quelle del duca. Domattina, poi...

— Sta tranquillo: — interruppe Alfredo. — Sarò esatto al ritrovo.

Si separarono. Ernesto e Pietro con molta cautela seguirono alla lontana la piccola schiera di cui faceva parte il duca; Alfredo fu sollecito a casa sua.

Non v’era ancora nessuno, ma appena il giovane ebbe fatti due o tre giri innanzi al portone del palazzo, mentre suonava l’ora ad un campanile vicino, comparve un uomo, misteriosamente avvolto in un mantello e camminò dritto, risoluto verso il Camporolle, che s’era fermato. Quest’uomo squadrò ben bene il giovane, e, assicuratosi così dell’identità della persona, gli disse:

— Signor conte, la persona che Lei sa, l’aspetta.

— Quando?

— Subito.

— Dove?

— Nella casa che si trova sul canto del borgo S. Biagio alla strada di Santa Lucia.

Alfredo si riscosse. Quello era l’indirizzo che aveva udito dato al duca in teatro, e doveil duca aveva detto che si sarebbe recato coll’Anviti. Dunque era colà che andava poc’anzi ch’egli l’aveva visto coll’Anviti... e quel recapito era quello della baronessa!


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