XVII.
Alfredo s’accostò di più a quell’uomo che certo gli era stato mandato dalla baronessa, e lo osservò bene: era di mezza età, d’aspetto ignobile e volgare.
— La persona che vi manda, — gli domandò, — non vi diede nessun contrassegno perchè io mi fidassi di voi e credessi alle vostre parole?
L’uomo scosse il capo e non rispose.
— Ripetetemi quel recapito.
Quell’altro ripetè spiccatamente, parola per parola, quanto aveva già detto.
— E ci debbo andare subito?
— Se vuole.
— Vuol dire che mi aspetta?
— Che ho da rispondere? Ripeto quello che mi è stato ordinato di dirle.
Il giovane in un momento pensò una infinità di cose. Il duca di Parma aveva cercato un indirizzo e quando questo gli era statodetto s’era proposto di andare nella stessa notte in quel luogo col colonnello Anviti. L’indirizzo era esattamente quello che la baronessa mandava a lui di sè stessa: e pochi minuti prima egli medesimo aveva visto il duca coll’Anviti in istrada camminare precisamente nella direzione di quel quartiere. Alfredo ricordò allora parecchie parole del principe, le quali già lo avevano irritato senza ch’egli sapesse bene a chi le dovessero applicarsi e che ora capiva come alludessero a quella donna; fu certo che per colei solamente il duca era venuto nel palchetto dove egli era; si disse che in quel momento appunto il principe — forse.... certo.... trovavasi in casa di lei... Una vampa di sangue gli salì al cervello. Ed egli ci andrebbe? E perchè no? Un soffio di ragione venne a suggerirgli un pensiero che da una parte calmò il suo furore e sollevò il suo animo. Se quella donna medesima lo mandava a chiamare, era pur segno evidente che la non aspettava il principe, che non lo voleva. Questi adunque andava da lei certo inatteso, certo eziandio sgradito e respinto. O Dio! e s’egli, scellerato tirannucolo, prepotente come era, ricorresse alle minaccie, alle violenze?... Alfredo sentì in sè a un tratto l’anima d’un paladino per difendere la bellezzaperseguitata e l’innocenza oppressa. Si volse al messo di lei e con accento vibrato:
— Voi siete di Parma?
— Sì signore.
— Sapete bene la via più corta per giungere a quel luogo?
— Eh sicuro.
— Guidatemi... Corriamo... Più presto saremo colà e maggiore avrete la mancia.
— Venga.
S’avviarono di buon passo e in pochi minuti giunsero in Borgo San Biagio.
Quand’erano presso all’angolo designato, s’imbatterono in due uomini nei quali Alfredo tosto riconobbe il conte Sangré e Pietro Carra.
— Tu qui? — esclamò Valneve stupito vedendo il suo nuovo amico. — Che cosa cerchi?
Camporolle fece un segno all’uomo che lo accompagnava di tenersi un po’ discosto, e poi, fattosi presso ad Ernesto e al sellaio, loro chiese sollecito:
— Avete visto dove sia andato il duca?
— Sicuro! — rispose il Valneve: — là in quella porta e probabilmente in quell’alloggio al secondo piano, di cui si vedono le finestre ancora illuminate.
— E tu non sai chi abiti colà?
— Come vuoi che lo sappia, io, arrivato da due giorni solamente in questa città?
— Posso dirle qualche cosa io, — entrò in mezzo allora Pietro Carra, — perchè abito appunto quasi in faccia. Quello lì, che è un suntuoso appartamento, fu appigionato già da parecchi mesi per una signora forastiera che doveva giungere da un momento all’altro e che non giungeva mai. Finalmente questa mattina è arrivata con un monte di casse e di valigie che ha messo in susurro la curiosità di tutto il quartiere.
— L’ha vista Lei? — domandò vivamente Alfredo.
— Io no, — rispose il Carra, — ma l’ha veduta mia moglie: mi ha detto che è una gran bella donna coi capelli rossi.
— È lei: — mormorò quasi a sè stesso Alfredo, e poi fece un moto per accostarsi all’uomo che attendeva pochi passi più in là.
Ma il sellaio lo fermò.
— Scusi, signor conte, — gli disse, — quell’uomo là, Lei lo conosce?
— Io no.
— Ma è insieme con Lei?
— Sì, mi è stato mandato per guida.
— Crede potersene fidare?
— Se la persona che me lo ha mandato lo ha scelto....
Pietro Carra si curvò sulle spalle, e Alfredo tornò sollecito presso quell’uomo.
Ma non si acquietò il conte Ernesto che aveva notato con quanta diffidenza e ripugnanza il sellaio avesse guardato quel cotale.
— Lei, Carra, sa chi sia quell’individuo? — gli domandò.
— No, — rispose Pietro con certa malavoglia, — non so bene chi e che cosa sia.
— Non è la prima volta che lo vede?
— Oh no... sa bene: Parma non è una città molto grande; più o meno ci conosciamo tutti.... almeno di veduta.
— Lei non si fiderebbe di quell’uomo?
— Io per verità non sono molto proclive a fidarmi.
— Senta, mi dica tutto: non vorrei che quel bravo giovane incappasse male.
— Veramente qualche cosa di positivo non so proprio dirglielo. Quell’uomo non si sa bene che mestiere faccia, e siccome si caccia dappertutto, lo si vede in ogni luogo si suppone.... si sospetta....
— Che cosa?
Pietro Carra abbassò ancora la voce per dire nell’orecchio del conte Ernesto:
— Che sia una spia del direttore della Polizia, il famoso Pancrazi.
— Per bacco! È abbastanza grave la cosa perchè poniamo sull’avviso Camporolle.
E fece un passo per avvicinarsi ad Alfredo: ma il sellaio lo trattenne.
— Scusi, — gli disse: — mi pare più prudente non mostrare ora nessun sospetto e aspettare ad avvertire il conte che quel cotale lo abbia lasciato.
— Ha ragione: — soggiunse Ernesto — E se costui non lo lascia, aspettiamo che la cosa sia proprio indispensabile.
Alfredo intanto, riaccostando quell’uomo, gli aveva domandato con calore:
— La persona che vi ha mandato abita là a quel secondo piano?
— Sì signore.
— E voi ne avete ricevuto l’ordine di introdurmi presso di lei?
— No signore: io non ho ricevuto altro ordine che di andarle a dire il ricapito e che era aspettato.
— Siete un servo di... di quella persona voi?
— No signore: io sono un commissioniere... Pei forestieri faccio anche ciò che si usa chiamare servo di piazza, e se la S. V. medesima può aver bisogno di me, non ha che da domandare di Michele al Caffè che si trova sulla piazza Grande...
— E così ora, per introdurmi presso chi vi ha mandato?....
— Io non ho più da immischiarmene. Lei non ha che da salire a quel secondo piano, e certamente troverà chi sarà destinato a riceverlo.
— Va bene... Allora siete in libertà.
Levò di tasca un portamonete e lasciò cadere nella mano di quell’uomo un tre o quattro lire.
— Grazie infinite! — disse quell’altro inchinandosi umilmente. — Si ricordi, se mai le occorre qualche cosa, Michele al Caffè della Piazza Grande.
E data una sbirciatina al conte di Valneve e a Pietro Carra, che erano pochi passi discosto, partì sollecito e subito si perdette nell’oscurità della notte. Chi gli avesse tenuto dietro, lo avrebbe visto camminare frettoloso verso il palazzo dov’erano l’ufficio e l’abitazione del Direttore di Polizia, e là, colla sicurezza di chi è di casa, entrare, esservi ammesso e penetrare, senz’indugio, fino nella camera medesima del Pancrazi.
Appena allontanato quel Michele, il conte di Valneve disse premuroso ad Alfredo:
— Qualunque cosa sia venuto a dirti quell’uomo, qualunque rapporto tu abbia con esso, guardati bene, egli è un agente della Polizia.
— Che m’importa? — rispose impaziente il Camporolle. — Egli mi ha guidato dove volevo, mi ha recato l’imbasciata che più desideravo..... Ora lasciatemi: io bisogna che penetri là.
— Là dov’è andato il duca? — domandò Ernesto meravigliato.
— Sì.
— Ma bada bene! Tu ti metti evidentemente in un pericolo! chi sa che qui non ci sia un tranello.
— Qualunque cosa sia, bisogna ch’io ci vada e ci andrò. Non sai che questo momento sono mesi che l’aspetto, che lo desidero, che lo sogno?... Tu Valneve, causa un semplice puntiglio, hai fatto e stai facendo delle pazzie per una ballerina: pensa che cosa non devo fare io per una passione fortissima, disperata.
Nessuna parola valse a trattenerlo.
— Ebbene, — finì per dire Ernesto — va pure e che Dio t’accompagni; ma io non t’abbandono affatto, e ricordati in ogni caso che qui fuori avrai un amico che aspetterà la tua uscita... che è pronto ad accorrere al tuo appello.
— Saremo anzi in due, — aggiunse Pietro Carra, — perchè anch’io starò ad aspettarla insieme col signor conte.
Alfredo strinse le mani di quei due recenti, così zelanti amici, e si slanciò correndo nella porta della casa dove abitava la baronessa. Giunto al secondo piano trovò l’uscio dell’alloggio aperto e l’anticamera illuminata; vi entrò palpitando. Una donna che evidentemente aspettava gli corse incontro, l’indice alle labbra, a raccomandargli il silenzio, lo prese permano e lo trasse con sè sollecita camminando con precauzione, in certe stanze scure, dove il rumor dei passi era ammortito da spessi tappeti.
Quella donna era la governante che accompagnava sempre la baronessa.