XVIII.

XVIII.

La mattina di quel giorno medesimo in cui ella era poi comparsa al teatro a destare tanta curiosità di sè, la baronessa di Muldorff, come aveva detto Pietro Carra, era arrivata ad occupare quel suntuoso appartamento che da parecchio tempo si teneva preparato per lei, e in faccia al quale trovavasi l’abitazione del sellaio cugino della Carlotta ballerina.

Appena giunta e neanco riposatasi, nè rifocillatasi, la forestiera aveva avuto un colloquio da solo a sola, nel suo gabinetto accuratamente chiuso, con un uomo che venne da lei coperto di mantello, celato quasi affatto il viso, come appunto quel tale che era stato a trovarla misteriosamente in Bologna e aveva eccitato in sì fiero modo i sospetti, la gelosia e la collera di Alfredo di Camporolle; anzi se quest’ultimo fosse ora stato lì a vedere costui, avrebbe di certo riconosciuta in lui l’andatura di quelprimo, anzi perfino lo stesso mantello onde tutto si copriva.

Quando l’uscio del gabinetto della baronessa si fu richiuso alle spalle di quest’uomo, la signora disse:

— Qui siamo soli e affatto sicuri.

Egli si tolse il mantello e lo gettò in un canto, si levò il cappello, si sbarazzò della fascia di cui si cingeva il mento e lasciò scorgere l’antipatica fisonomia del Pancrazi, il direttore della Polizia.

Quell’uomo e quella donna stettero l’uno in faccia dell’altra, guardandosi poco meno che come due avversari, certo come due che tentassero dominarsi a vicenda; non si diedero saluti, nè si fecero complimenti.

— Sarete contenta d’essere qui finalmente? — disse lui.

— Sì, finalmente! — rispose la donna con una cupa energia. — Non ho voluto venire che quando avessi tali pretesti, tali ragioni da non destare più il meno sospetto in... colui.

Il Pancrazi crollò le spalle.

— Lui? — esclamò. — Sospetti?... Di tutto quello che è avvenuto con voi, non si ricorda nemmeno più. Non si rammenta nemmeno che voi esistiate.

La donna corrugò le sopracciglia, mandò dagli occhi quel lampo quasi feroce che abbiamogià notato più volte e aprì le labbra sanguigne ad un sorriso terribile.

— Va bene! — disse con voce vibrata. — Vengo io a fargli rammentare qualche cosa.... Tanto meglio che m’abbia del tutto obliata: avrò di nuovo per lui un poco dell’attrattiva della novità e un poco eziandio di quella dei ricordi. Potrò ancora meglio ammaliarlo.

Si trasse indietro dalla fronte le ricche ciocche de’ fulvi capelli, abbassò il fazzoletto che le copriva il collo e le spalle di forme scultorie e gettò sopra l’alto specchio che aveva davanti uno sguardo che era una fiamma.

— Posso ancora ammaliarlo? — ripetè con voce soffocata, quasi domandando a sè stessa.

— Oh sì! — rispose con un accento alquanto più vibrante del solito il direttore di Polizia, e anche nelle sue fosche, fredde pupille, corse un lampo che tosto si spense.

— Voi credete? — rispose la donna, volgendosi ratta all’interlocutore.

Il Pancrazi era tornato nella sua usata apatica indifferenza; e rispose con quella sua voce fredda, monotona, senza armonia, senza espressione, come la faccia di cartapecora:

— Voi siete più bella, più giovane, più seducente di quanto vi abbia mai veduta; e otterrete tutto quel che vi piace.

La seducente baronessa si gettò a sedere conabbandono sopra una specie di divano, appoggiò il braccio destro ad una pila di cuscini, sostenendosi così mezzo ripiegato il corpo voluttuosamente atteggiato, allungò sopra un carello, tanto da porli bene in vista, i piedini vestiti di calze di seta color rosa e fece segno al Pancrazi sedesse. Egli prese freddamente una seggiola, venne a piantarla a due passi lontano da lei e vi si assettò tranquillamente.

— Voi persistete dunque sempre nel vostro proposito? — domandò egli, fissando la donna col suo sguardo da poliziotto.

La baronessa fece un atto pieno di risoluzione e di forza:

— Sempre!

— Quando ci siamo veduti a Bologna, io vi ho pur detto...

Essa interruppe impaziente:

— Tutto quello che mi diceste e allora e prima, tutto quello che mi potreste mai dire e ora e poi, non varrà a mutare d’un atomo quello che ho deciso.

— Per mille diavoli, l’odio di voi altre donne, quando ci si mette, dà dei punti all’odio più accanito, più feroce, più ostinato degli uomini.

Gli occhi della donna ebbero la loro più cupa, più selvaggia, più cattiva espressione.

— Io non so come odiate voi altri uomini, — disse con voce che quasi sibilava fra i dentistretti da una contrazione del viso che lo rendeva poco meno che terribile, — non so come odiino le altre creature di Dio. Quanto a me, non ho nell’odio, come in nulla del resto, nè mezzo, nè misura. Sono assoluta, eccessiva, se vi piace, in tutto. È Dio che mi ha fatta così. Avrei potuto essere un angelo di bontà...

Il Pancrazi ebbe un leggerissimo movimento delle labbra scialbe e sottili, che la donna interpretò per un sogghigno.

— Sissignore, — insistè essa con forza: — — lo sento in me. Avevo la capacità e fors’anco l’amore del bene. Sono invece diventata un’empia, malvagia femmina; un dèmone di tristizia, di corruzione, d’ogni male. Chi l’ha voluto?... Voi conoscete la mia vita, voi mi avete vista bambina nelle mani di uno scellerato saltimbanco...

Il direttore di Polizia contrasse un istante le cascanti fattezze della faccia incartapecorita e fece un movimento colla mano, come a significare che quelle memorie erangli presenti, ed era superfluo il richiamarle.

— Chi mi ha voluta qual sono? Chi mi ridusse tale?... Sono i casi, sono le condizioni in cui vissi, è il complesso di tutte le vicende per cui si manifestano la volontà e l’opera della Provvidenza... se pure c’è una Provvidenza.Chi sa che in me appunto questa non abbia voluto preparare uno stromento da punire quell’altro tristissimo, scelleratissimo!... Esso è un mostro d’uomo: bene, ecco che si è suscitato a preparargli il giusto destino che gli spetta un mostro di donna... Ma non sapete voi che io, quel ridicolo eroe di prepotenza, d’immoralità, di cinismo l’ho detestato sempre, anche quando colle mie seduzioni gli facevo dimenticare sul mio letto di cortigiana il gran collare dell’Ordine dell’Annunziata?... Anche prima di quella tragedia fatale?.... Ma poi quando questa avvenne!... Ho amato al mondo un uomo solo: prima di lui non avevo amato nulla nè nessuno; dopo di lui non ho potuto nè potrò più amar nessuno, nè nulla mai! Ma quell’uomo l’ho amato con tutta la forza, con tutto l’impeto, con tutto l’ardore della mia anima, e per lui avrei affrontato non solo i dolori e i pericoli e le autorità della terra, ma l’inferno, l’eternità e Dio!... La prepotenza umana, quello che si chiama la legge, che osa dirsi la giustizia, me lo strappa, me lo condanna a morire, lui giovane, bello, forte, superiore d’ingegno, d’animo a tutti.

— Quell’uomo era un assassino, — disse a mezza voce, ma spiccato il Pancrazi.

La donna fe’ un balzo, come pantera ferita, si drizzò della persona fieramente, e con unoscoppio di voce a cui s’accompagnava lo scintillar dello sguardo, gridò:

— Che m’importa?... Assassini sono pure i re, sono i soldati, sono i giudici... Gian-Luigi, vi ripeto, era un essere al di sopra degli altri uomini... Che egli abbia dovuto morire fu una empietà, fu una barbarie, fu quello un vero delitto... E costui, questa caricatura di principe avrebbe potuto salvarlo... Io mi trascinai in ginocchio a’ suoi piedi: io lo supplicai coll’ardore, coll’umiltà, colla adorazione, con cui una santa supplica Iddio. Egli avrebbe potuto ottener grazia dal re Carlo Alberto: avrebbe potuto farlo fuggire... Saremmo andati io e Gian-Luigi, tanto, tanto lontano che nessuno avrebbe più saputo nulla mai di noi: saremmo vissuti così felici! Saremmo stati convertiti ambedue al bene... No, quello sciagurato mi respinse, mi schernì... e fui costretta io stessa colla vostra protezione... — fece una brevissima pausa, e poi soggiunse con voce più bassa, ma quasi fremente: — che voi mi avete venduta a un caro prezzo.

Il poliziotto stette impassibile: sollevò i suoi occhi spenti in volto alla donna e disse lentamente:

— Voi odiate dunque anche me, e non mi avete perdonato, nè perdonerete?

— Voi! — esclamò essa con un accento incui era appena mascherato un certo disprezzo. — Voi no, non odio... quello che ho pel principe è tale che assorbe tutto.... Voi d’altronde mi siete necessario al compimento della mia vendetta; e avete pur giurato di servirmi.

Pancrazi chinò il capo.

Essa riprese al punto in cui s’era interrotta:

— Fui costretta io stessa a recare nella carcere a quell’infelice la morte, perchè sfuggisse l’ignominia del pubblico supplizio e il contatto del boia!...

La voce di lei fremeva: il corpo tutto era agitato da una specie di convulsione.

— Ah queste cose non si dimenticano, non si perdonano. Giurai odio eterno a quella società, a quell’ordine di cose che mi aveva condannata a cotanto spasimo, e quell’ordine, quella società tiranna e prepotente li vidi incarnati in quest’uomo più empio, più basso, più corrotto del condannato, che avrebbe potuto salvarlo e non lo fece, che mi sprezzò e derise.... Vedete s’io posso mutare!

— Sentite, Zoe, — disse freddamente il poliziotto, — v’ho già detto a Bologna tutte le difficoltà dell’impresa....

— Difficoltà non sono impossibilità, — interruppe la donna. — E qualunque siasi difficoltà una donna come sono io e un uomo come siete voi, hanno capacità e forza di superarle.

— Parliamo freddamente, da persone pratiche, — disse il Pancrazi dopo un breve intervallo, — l’ultima volta che ci siamo veduti, io vi diceva....

La donna lo interruppe.

— Mi ricordo di tutto: che nella rivoluzione c’era poco o punto da sperare....

— Questo siete in grado voi stessa di saperlo quanto me. Dovreste essermi grata dell’idea che vi ho suggerita e dei mezzi che vi ho forniti di diventare agente segreta della Polizia austriaca.

— Sì, e grazie al principe K. la cosa mi riuscì meglio di quel che si sarebbe previsto. Ho potuto così fare ottenere a voi la carica di direttore della Polizia qui a Parma....

— E voi essere informata di tutte le trame dei rivoluzionarii, per aiutarle segretamente, quando vi sembrassero utili al vostro scopo.

— E questo mi porge pure buona ragione da presentarmi qui e di dimorarvi. Io reco al duca relazioni delle Polizie di Lombardia, del Veneto, delle Marche, della Romagna.

— Va benissimo.... E dunque dovete essere tanto più persuasa che la rivoluzione in Italia, malgrado e a dispetto del Piemonte che fa di tutto per aiutarla, è affatto impotente e non leverà un ragno da un buco, altro che mettere giù un principe dal suo trono. Fra gli italianisono pochi quelli che hanno il coraggio della rivolta aperta e di affrontare le baionette dei soldati e la corda del boia. Si congiura volentieri, ma quando si bandisce venuto il giorno della prova, sono quei pochi soltanto che si fanno ammazzare: i più si rintanano e il popolaccio, che non capisce gran cosa di nazione e di patria, assiste indifferente ai supplizi. La forza del principe di qui, come quella del Modenese e del Toscano, sta a Vienna, e finchè questa avrà guarnigione a Milano, ogni sommossa italiana non sarà che un ridicolo tentativo. Bisognerebbe adunque, per ispuntarla, far guerra all’Austria e vincerla; e non sarà certo il Piemonte che potrà far questo, quantunque si sobbarchi pazzamente per ciò ai più grandi sacrifizi.

— Avete ragione, — disse con una certa impazienza la donna. — Sì, mi sarebbe piaciuto vedere questo triste tirannello assalito dal suo popolo in furore, strappato al trono, al palazzo, trascinato per le strade, insultato, schernito, coperto di contumelie, di maledizioni e di fango, lentamente ammazzato... Ma poichè ciò non si può, mi basterà vederlo morire assassinato nel meglio della sua gioventù, della sua potenza, della sua oltraggiosa tracotanza... Per ciò bisogna ricorrere alle passioni personali... all’odio e all’amore, in cui l’uomo mette tutto il suoessere, la soddisfazione più intima e più acuta del suo egoismo.

Il direttore della Polizia fece gravemente un segno d’assenso.

— Benissimo: — disse: — voi conoscete l’uomo.

— Questo signor duca fa di tutto per tirarsi addosso di quegli odii che non perdonano.... come il mio. E qui son venuta per cercarmi, per farmi, per prepararmi un alleato in quest’odio mortale, nel quale alleato io trovi un sicuro stromento.

— Indovino. Cotesto stromento sperate averlo in quel giovane ch’avete qui mandato prima di giungervi voi, e che io, secondo il vostro desiderio, aiutai a fare ammettere a Corte?

— Forse! — esclamò la donna. — Or dunque rivedrò il principe....

— E ridesterete in lui una vampa dell’antica passione.

— Per quanto poco ne abbia bisogno, sarò il suo dèmone consigliatore dei più scellerati fatti. Lo spingerò a calpestare più ancora di quel che faccia ogni virtù, ogni scrupolo, ogni dignità umana...

— E mostrerete a quel giovanetto, già mezzo impazzito per voi, che può arrivare solamente a possedervi, passando sopra il cadavere del duca.

— Voi mi farete sapere tutto quello che riguarda il principe: le sue menome azioni, ogni passo che sia per muovere, ogni cosa che intenda e che prepari.

— Vi servirò più di quanto vi aspettate: — disse il Pancrazi colla solita freddezza d’accento. — Prima di tutto perchè ve l’ho giurato; poi, perchè questo insolente che si serve di voi e vi umilia, che vi vuole e fa vili e poi vi beffeggia, che vi dà una manciata d’oro e una frustata sulla faccia: questo principe l’odio anch’io....

La donna fece un balzo e afferrò ambedue le mani del Pancrazi.

— Ah sì? — disse con lieta concitazione. — Voi mi dite una parola che tutta mi rassicura e mi allegra. I nostri odii uniti saranno onnipossenti....

Il poliziotto si accostò vieppiù alla seducente baronessa, si curvò verso di lei, e, benchè fossero soli, abbassò la voce tanto che appena essa ne potè udire le parole.

— E i nostri odii non sono soli... Ce n’è un altro, che quel tristo si è ben meritato... un altro assai in alto, il quale probabilmente non farebbe nulla di positivo per aiutarci nel compito.... ma però lascierà fare.

La baronessa mandò un’esclamazione.

— Silenzio! — disse il Pancrazi. — Speroche non faccia bisogno che io vi raccomandi la massima prudenza.

— State tranquillo... Ma avete fatto bene ad accennarmi di ciò: me ne saprò approfittare, e senza nulla compromettere, vi assicuro.

— In che modo?

— Se riuscissi ad irritare ancora vieppiù quell’odio spingendoluia sempre nuovi torti?

— Bene!... Sì, certo... Avete avuto ragione poc’anzi. Siete un vero dèmone... e vi ammiro.

Zoe crollò le spalle con atto di sprezzosa indifferenza.

— Ho bisogno che voi mettiate a mia disposizione un uomo fidato, destro, obbediente, capace e volonteroso di tutto.

— L’avrete. Ci ho appunto chi è fatto apposta: un certo Michele, la più furba delle nostre spie, il meno scrupoloso dei nostri agenti segreti.

— Mandatemelo subito.

— Fra un’ora sarà qui.... Volete ora ch’io parli di voi al principe?

— No, guardatevi bene.

— Che annunzi almeno il vostro arrivo?

— Neppure.... Voglio comparirgli inaspettata.... Questa sera stessa andrò a teatro e mi ci farò vedere.

— Io vi terrò informata di tutto quel che può interessarvi; ma voi, da vostra parte, promettetemiche non tenterete nulla, che non avvierete nulla senza darmene avviso.

— Ve lo prometto.

— Per mezzo di quel Michele che vi manderò combineremo i luoghi, le ore e i modi de’ nostri colloquii.

Partito il Pancrazi, la donna prese un bagno, riposò per un’ora, si fece servire un pranzo succulento, e poi dandosi in mano alla cameriera le disse:

— Questa sera voglio un’acconciatura proprio eccezionale: tu hai da farmi bella quanto è possibile.

E riuscì seducentissima, come fu detto.

Prima di uscire per recarsi al teatro, la sedicente baronessa ricevette un uomo che per essere introdotto presso di lei le fece pervenire un bigliettino su cui erano scritte queste poche parole: «Eccovi quel Michele di cui vi ho parlato.» Nello scritto la donna riconobbe la mano dei Pancrazi.

— Voi siete pratico di Parma affatto affatto? — domandò la Zoe a quell’uomo, squadrandolo bene.

— Sì, signora: — rispose il segreto agente poliziesco — ci andrei ad occhi chiusi dappertutto, come nella mia camera.

— E conoscete gli abitanti?

— Quasi tutti: saprei dire del primo venutoche fa, che dice, che pensa, e perfino quel che mangia. E se di alcuno, che vive ritirato, non lo saprei dire a prima vista, in poco di tempo mi sento capace di scovar fuori tutto quello che lo riguarda.

— Avete sentito parlare del conte Alfredo di Camporolle?

— Conosciutissimo! So dove abita, come vive, la società che vede, le case che frequenta.

— Andrà sovente a teatro?

— Tutte le sere: ci ha un palchetto al terzo ordine a destra.

— Va bene: ecco quel che dovete fare.

Gli diede le istruzioni perchè Alfredo ricevesse a tempo quel suo bigliettino e perchè poi fosse condotto da lei all’ora posta.

— E poi? — domandò la spia.

— Niente!... Per questa sera basta.

Finito lo spettacolo la baronessa fu a casa e indossò una stupenda vesta da camera che mirabilmente aiutava l’efficacia della provocante di lei bellezza; e nel suo salotto pieno di fiori che profumavano l’aria, pieno di luce che faceva brillare gli specchi, i bronzi dorati, le cornici, le sete dei mobili suntuosi, stette aspettando con sulle labbra un certo sogghigno che avreste detto pieno di mal talento.

Era vicina l’ora in cui Alfredo sarebbe giunto, quando essa udì nella stanza che precedeva ilsalotto un vivace scambio di parole, quasi un diverbio, in cui si facevano sentire, oltre la voce della governante di lei, quella di due uomini, fra cui più alta e imperiosa una, che la fece trasalire, impallidire, poi arrossire.

— Il duca! — ella disse a sè stessa con un’emozione di stupore insieme e di maligno soddisfacimento. — Possibile! Sì, quella è la sua voce.

Senza aspettar altro si slanciò essa stessa nell’antisala. Si trovò innanzi la faccia insolente e tracotante di Carlo III di Borbone duca di Parma. Vicino a lui stava il tenente colonnello conte Luigi Anviti, e sulla soglia i due gendarmi in abiti borghesi che avevano scortato il principe, duri, impalati, nella postura del soldato senz’armi innanzi al suo superiore, pronti ad ogni cenno.


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