XX.

XX.

Il duca, appena entrato nel salotto, si tolse il mantello e apparve ancora vestito di nero, colla cravatta bianca e il cordone del Toson d’oro: in mano, secondo suo uso, aveva uno scudiscio, che si piaceva sempre ad agitare e far fischiare per aria. Tenne il cappello in testa,e prima di andarsi a sedere sulla poltrona che la baronessa gli additava presso al camino in cui ardeva un bel fuoco, piantato in mezzo alla stanza, diede una sguardata attenta e insolente tutt’intorno.

— Corbezzoli! — esclamò battendo col suo scudiscio sui mobili: — tu sei qui alloggiata come una principessa...

— Ne godo, perchè così il mio quartiere è meno indegno di ricevere un principe.

Carlo III diede un lieve tocco della punta del suo scudiscio sulla guancia della donna: a suo credere quello era un atto carezzevole.

— Ah birbona! — disse egli ridendo. — È forse per ricevere un principe che a quest’ora, all’una dopo la mezzanotte, tu ci hai acceso un simil fuoco nel caminetto del salotto, e hai fatto una acconciatura così conquistatrice? Non avrai già l’audacia di dire che aspettavi noi?

— Non sono certo così scioccamente superba da essermi lusingata che V. A., non che venirmi ad onorare di una sua visita, pensasse pure a me.

Il principe si sdraiò sulla poltrona, levò le gambe ad appoggiare i piedi sulle sculture del camino di marmo, nella positura che potrebbe avere uno stalliere o un americano, e battendosi collo scudiscio gli stivali e i pantaloni soggiunse:

— Era dunque un altro che aspettavi, eh? sempre bella e scellerata peccatrice!... E codesto altro non può essere un principe, che di principi qui non ce n’è... nemmeno quel povero principe K... che t’ha cacciata nella... diciamo nella diplomazia... E sono curioso di sapere chi sia nella mia capitale il fortunato che ti ha fatta venire.

La Zoe, forse per risparmiarsi la risposta, si voltò verso il colonnello Anviti.

— E Lei, signore, s’accomodi.

— Ah! non te l’ho presentato: — proruppe il duca: — è il conte Luigi Anviti, tenente-colonnello della mia gendarmeria, uomo fatto apposta per quella carica... e per me.

L’Anviti si pose sopra una semplice seggiola a quattro passi più in là del duca, e disse con accento devoto di abile cortigiano:

— Nessuno certo incontrerà mai S. A. che sia più fedele di me, più disposto a dare per Lei tutto il suo sangue.

— Sicuro, sicuro! — esclamò il principe: — epperò questo bravo Anviti è la befana di quegli straccioni di liberali che l’odiano come i topi fanno del gatto... Va là, mio caro colonnello, che, se non ci fossi io e quei scellerati potessero averti nelle mani, ti farebbero passare un brutto quarto d’ora.

Rise grossolanamente.

— Oh! non ne dubito: — aggiunse, il conte, ridendo anche lui, forse con non troppa buona voglia: — ma per fortuna V. A. c’è e siamo noi che abbiamo quei scellerati nelle mani.

— Li abbiamo!... Fra te e il Pancrazi sapete strappar per bene la gramigna delle velleità rivoluzionarie che tenta pullulare nel mio Stato. Il tuo principe K., mia cara Zoe, mi ha fatto un vero regalo designandomi per direttore di Polizia quel brutto muso del Pancrazi... Ma frattanto tu non hai risposto alla mia domanda, biricchina: chi è che stavi aspettando?

— Nessuno: — rispose la baronessa. — V. A. sa come io ami vegliare la notte...

— Sì... sei un animale notturno... come le civette: — interruppe il duca ridendo sguaiato.

Il colonnello Anviti fece eco a quel riso: la donna schiuse le sue labbra color di sangue ad un leggero sorriso e senza parlare si chinò sul fuoco a rassettarvi colle molle i tizzi che bruciavano.

— Ma ripeto, — continuò il duca, — che per vegliare da sola non si tiene un salotto come questo così galantemente illuminato, non si accende un fuoco come quello e non si fa un’acconciatura da tentatrice di S. Antonio come quella che tu porti.

Zoe levò il capo e rispose lentamente, punto per punto, con una specie di pedanteria:

— Io amo latoiletteper me medesima: anche stando sola ho bisogno d’un bel fuoco, perchè sono molto freddolosa: e benchè sia un animale notturno, come dice V. A., mi piace l’allegria della luce.

— Insomma, non vuoi parlare... Già sei una ostinata, me lo ricordo bene... Ma anche col tuo silenzio, se noi vogliamo venir in chiaro della verità, bada che sapremo riuscirci. Abbiamo una Polizia, per la quale i muri delle case sono di vetro: non è vero, Anviti?

L’interpellato fece un profondo inchino in segno d’assentimento.

— Non ne dubito, — disse la donna con leggero accento d’ironia. — E io dunque lascio alla onniveggente Polizia di V. A. lo scoprire il segreto che non c’è.

— È quasi una sfida che tu ci fai! — esclamò il duca. — Va benissimo!... Anviti, tocca a te a raccogliere il guanto. T’intenderai col Pancrazi, metterete in campo i vostri più abili e solerti agenti, e non sei che un minchione se domani stesso... anzi di questo medesimo giorno che è già incominciato, poichè siamo all’una e mezzo, tu non sai venirmi a dire perchè la Zoe è venuta a Parma e chi s’aspettava di ricevere questa notte.

Il conte s’inchinò di nuovo profondamente.

— V. A. ci conti sopra.

La donna strinse al seno le braccia incrociate con aspetto di graziosa petulanza e disse lasciando volteggiare sulle sue labbra quel sorriso malizioso e beffeggiatore:

— Vedremo... Quanto al motivo che mi ha condotta qui, presso V. A., senza che s’incomodi menomamente la Polizia, sono io desiderosa di comunicarlo. Non sono ragioni leggiere e di galanteria, come V. A. sembra supporre, ma gravi e d’importanza, attinenti a quelle difficili e delicate incombenze che V. A. sa...

— Sì, sì: — interruppe insolentemente il duca, battendosi gli stivali collo scudiscio. — Avevi già una buona corda al tuo arco, ghiotta e maliziosa creatura: la tua bellezza; e non ti è bastata, alla smania di guadagno che divora te... e i patrimoni di coloro che incappano nelle tue reti.

La Zoe, sempre pallida, diventò ora d’un color cinerino, e il suo occhio scuro lanciò uno sguardo ratto, fulmineo, sulla tenda di seta di damasco che cadeva a larghe e ricche pieghe innanzi all’uscio della camera da letto.

— Principe! — esclamò essa con tono tra di preghiera tra di minaccia.

E il duca senza badarle continuava:

— Hai voluto aggiungervi... a quell’arco micidiale... un’altra corda: ti sei fatta agente politico... esploratrice...

La donna si alzò in piedi, e, interrompendo audacemente il principe, disse:

— Altezza! Prima che Ella compia la sua frase, mi permetterà che io le consegni una lettera confidenzialissima del principe K.

— Ah quel caro principe... Già, lui si crede di menare da Vienna le Polizie di tutta Europa. Son persuaso che egli di colà va certo di saperne più di me stesso intorno a quello che succede nella mia Parma medesima...

— Forse! — esclamò la donna che andò ad un elegante stipetto di bronzo dorato posto sopra una mensola, e lo aprì con una chiavetta inglese che teneva appesa al collo per un cordoncino.

— Fu il principe che ti arrolò nell’esercito numerosissimo de’ suoi... fidi stromenti, e ti fece subito generale... Già è un furbo volpone quello là... Ma non è il solo che sia abile, e noi pure.

Zoe aveva tratto da quello stipetto una lettera in una busta accuratamente suggellata e venne a porgerla al duca.

— Prenda e legga, Altezza.

— Subito?

— Sarà meglio.

— Sono tentato di esclamare, come quello spartano a Tebe: A domani le cose serie.

— Altezza! — esclamò l’Anviti, — se miricordo bene, a quello spartano gliene incolse male...

— Bravo!... Cospetto, conte Luigi, tu ti ricordi ancora de’ tuoi studi elementari di storia.... Ebbene, in omaggio degli insegnamenti della storia elementare, apriamo subito il plico e assorbiamoci dieci minuti di noia nella prosa pseudo-francese di quel politicone tedesco.

Ruppe il suggello, spiegò la carta contenuta nel plico, e, sdraiato come si trovava, alzando il foglio all’altezza degli occhi colla mano sinistra, mentre colla destra seguitava ad agitare lo scudiscio, cominciò a leggere quella lettera, scritta, com’egli aveva previsto, nel solito francese delle cancellerie diplomatiche.

La donna venne lentamente a porsi ad un lato del camino, in guisa da poter vedere bene in faccia il principe: e là, appoggiando un gomito alla caminiera di marmo, il capo un po’ inclinato in avanti, lo sguardo fisso sul volto del duca, stette attentamente, quasi ansiosamente, a spiare le impressioni che avrebbe destate in lui la lettura di quello scritto.

Da principio Carlo III lesse indifferentemente; poi parve interessarsi: a un punto scattò in piedi, percosse violentemente collo scudiscio il seggiolone più vicino, mandò una bestemmia, e all’Anviti, il quale s’era alzato anch’egli e guardava inquieto il suo principe, disse con voce turbata:

— Sai quello che ci fa sapere la Polizia di Vienna? Che c’è una congiura qui contro di noi e che... mi si vuole assassinare.


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