XXI.
Il conte Luigi Anviti, tenente colonnello della gendarmeria parmense, mandò un grido d’orrore, fece l’atto di portare la mano all’elsa della sciabola che non aveva, essendo vestito in borghese, ed esclamò con tutto il calore di una profonda indignazione:
— Impossibile!... Si calunnia Parma... Un simile scellerato non può esistere qui... Ma se mai ci fosse... per Dio, siamo in molti, e io primo fra tutti... che faremmo scudo del nostro petto a quello dell’amatissimo principe.
— Eh! codeste sono frasi rettoriche: — disse con un po’ d’impazienza il duca. — L’importante è sapere se la congiura esiste realmente, e sventarla arrestando tutti i rei.
— E facendogliela pagare a ognuno di essi con tutto il rigore che si meritano: — esclamò ferocemente il colonnello dei gendarmi.
La donna non si era mossa: guardava sempre il duca con quello sguardo penetrativo e quel sorriso leggermente schernitore. Carlo III travide quello sguardo e quel sorriso, benchètosto sparissero, appena egli volse gli occhi verso di lei; ruppe in una risata e gettando in aria la lettera del principe K. e poi cogliendola al volo con una sferzata del suo scudiscio, esclamò:
— Ma che! È uno spauracchio di quel parruccone del principe... Eh, conosco anch’io le arti di Vienna!... Vogliono ottenere qualche cos’altra da me, e cercano prepararmivi con di queste rivelazioni di pericoli da loro inventati... Quantunque non so bene che cosa possano pretendere di più da noi che abbiamo oramai posto tutto il nostro Stato in loro balia... A ogni modo non ci credo, non ci credo, e m’infischio degli avvertimenti del principe.
Zoe andò a raccattare per terra la lettera così sprezzosamente trattata dal duca, e poi venendogli innanzi colle più seducenti maniere di cui fosse capace, messagli con amorevole, ma pure rispettosa famigliarità la mano sul braccio, gli disse con voce così sommessa che nemmeno l’Anviti, lontano solamente due passi, non potè udirne le parole:
— No, Altezza; non disprezzi questo avvertimento. La sua Polizia qui sarà ben fatta, ma non è ancora una perfezione. Ho mezzi ed elementi da provarle che essa ignora molte cose e non sa penetrare in molti misteri. Mi dia un po’ di tempo, Altezza, ed io le farò scoprire e conoscere quanto Lei non s’aspetta mai più.
— Quanto tempo?
— Non più d’una settimana, e vedrà. Sono venuta apposta. Oh! io non ho mai potuto dimenticare V. A. — e saettò il principe con uno sguardo che lo fece sorridere di sguaiata e vanitosa compiacenza. — E per Lei, per la sua salvezza sono disposta a qualunque cosa. Vengo da un viaggio per tutta l’Italia centrale; conosco i raggiri dei rivoluzionari in ogni città dello Stato Pontificio, della Toscana, del ducato di Modena e ne ho meco le prove; so, e saprò meglio fra poco, dove fanno capo anche qui a Parma i fili della trama. V. A. può fidarsi di me; non avrà servitore più devoto, più zelante, e — abbassò ancora più la voce, — più innamorato.
Ed occhieggiò di nuovo, amorevole, seducente, voluttuosa.
Carlo III, inuzzolito, afferrò la donna, la strinse al petto e le stampò un grosso bacio sulle labbra. Essa — oh ammirabile commediante! — si divincolò, si sciolse, corse all’altro capo della sala, presso la tenda dell’uscio della sua camera, con un atto di pudore, di virtù oltraggiata, di dignità offesa, che ognuno, il quale non conoscesse il di lei passato, non avesse udito le parole da lei susurrate al duca, l’avrebbe dicerto creduta una innocente perseguitata dal vizio tracotante.
— Oh Altezza! — ella esclamò ancora, con accento affatto pari e degno della significazione delle mosse.
La tenda di seta damaschina che pendeva innanzi all’uscio della camera cubicolare s’agitò un pochino.
Il colonnello Anviti, da quel prudente e accorto cortigiano ch’egli era, capì che il momento di ritirarsi era venuto. Si fece innanzi di due passi verso il duca, s’inchinò profondamente e disse:
— Io non voglio perdere neppure un minuto di tempo, Altezza, per mettere in sodo quello che può esserci di vero nelle fatte rivelazioni. Corro in questo punto medesimo dal direttore della Polizia.
— Sicuro! Bravissimo! — gridò ridendo sguaiatamente il principe. — Vai, vai... Il tuo zelo, Anviti, non fu mai così opportuno.
Il colonnello fece un altro inchino profondissimo, salutò la donna che gli corrispose appena con un legger cenno di testa e sparì per l’uscio che metteva nell’antisala.
Il duca e la Zoe rimasero fronte a fronte.
— A noi due! — disse la donna fra sè, avvolgendo il principe in uno di quei suoi sguardi fieri e terribili.
Carlo di Borbone si avvicinò alla donna, le braccia tese e un sorriso da satiro sul volto.
— Ora, Zoe, siamo soli, e non ti darai più nessun’aria da Lucrezia Romana.
La donna fece un gesto nobilissimo colla mano per tenere a distanza l’audace uomo: un gesto così nobile e di effetto che il principe medesimo ne rimase un momento colpito e s’arrestò.
— Altezza! — ella cominciò con una intonazione di voce che ogni più valente attrice le avrebbe invidiata. C’era mestizia e risoluzione, preghiera e severità, dignitosa fiducia e insieme coscienza e sicurezza d’un’intima forza. — Altezza! Ella non trova più in me la donna d’un tempo. Quella che Lei ha conosciuta, quell’infelice è morta; la creatura che ora ha l’onore di starle dinanzi, conosce, sa e vuole scrupolosamente conservare e difendere la sua dignità, la sua onestà, i suoi doveri, l’anima sua rinobilitata e il suo cuore.
Il duca stette un momento lì, come sbalordito; guardava la donna coi suoi occhi di vetro che parevan diventati più grossi, teneva la bocca aperta come in un mezzo sbadiglio. Poi a un tratto diede una scrollata del capo e delle spalle, trinciò l’aria con un colpo dello scudiscio e ruppe in un’alta risata.
— Corpo di Dio!... Sei la gran buffona!... Quasi quasi ti pigliavo sul serio... Dopo la Lucrezia Romana, vuoi farmi la Maddalena convertita...Sì, la è una cosa che può far ridere, che può divertire, ma per poco, te ne avverto, sopratutto con un uomo del mio carattere e della mia sorte.
Ma la donna non cambiò modi nè accento; anzi, appoggiandosi con una mano alla spalliera d’una seggiola vicina, come se le forze fossero per mancarle, con un abbandono pieno di dolore, con una voce piena di melanconia, di umiltà, di rassegnato tormento, riprese:
— V. A. ha ragione a parlarmi così. Io che credo avere il diritto... che ho il diritto — aggiunse incalzando con forza — di mostrarmi severa e superba verso tutti: io devo pure curvare il capo alle parole oltraggiose e al contegno ancor più oltraggioso di V. A. verso di me...
— Oh come? — interruppe il duca preso da nuovo e non minore stupore. — Tu hai tanto di fegato?...
Ma ella, continuando con crescente calore, non lo lasciò dire.
— Sì, Altezza; qui siamo soli e non è mancanza di rispetto se io le parlo con tutta franchezza. Che le pare Ella possa, quantunque principe, introdursi quasi colla violenza in casa d’una donna a un’ora di notte?...
— Ma corpo del diavolo!
— Le pare che questa donna possa tollerareche un uomo, fosse pure il più potente sovrano del mondo, le parli, agisca con lei, e ancora in presenza d’un suo cagnotto, come farebbe con una donna perduta?...
— Oh ma corpo di Dio e del diavolo!...
E la donna incalzando sempre più:
— Sì, la mia disgrazia vuole che V. A. possa credersi in facoltà di trattar meco in tal guisa... Ah quel passato, quell’orribile passato, che mi sta impresso pur troppo nella mia memoria come un marchio di fuoco nella carne! Ma se V. A. non sa tutto quanto ho fatto per liberarmene, per espiarlo, per farmi degna che fosse cancellato, Ella deve pur sapere quali circostanze dolorose, terribili venissero ad attenuare... non dirò neppure la mia colpa... ma la mia sventura.
Il duca allargava sempre più gli occhi e la bocca.
— Che giuoco è codesto?... Che scena di commedia mi vieni recitando? Smetti, via, che m’impazienti... ed è tutto tempo perduto.
Fece un atto come per prenderla ad un braccio; ella mandò il grido che mandano in teatro, nella scena culminante di un dramma a forti emozioni, le vittime senza difesa perseguitate dalla violenta passione del feroce tiranno: gettò questo grido e si fece indietro, fino a prendere in mano la tenda dell’uscio, pronta a fuggireper esso gli audaci atti del principe. — Altezza, — disse; — io faccio appello a tutta la generosità della sua natura. Ella non disprezzerà la preghiera d’una donna che la supplica. Dimentichi il passato: non veda più in me che una donna, la quale è venuta qui per salvarla.
Il duca stava per interrompere e dire qualche cosa, quando l’uscio dell’antisala s’aprì bruscamente e comparve di nuovo, sollecito, il colonnello Anviti.
— Perdono Altezza! — diss’egli, mentre il principe si voltava a fulminarlo d’uno sguardo fieramente corrucciato. — Perdoni se oso entrare di questa guisa; ma ho appreso or ora tal cosa, che mi è parso importante, indispensabile di venire subito a comunicare a V. A.
Il principe rispianò un pochino la sua fronte corrugata di Giove in collera.
— Che cosa? — domandò.
— Che poc’anzi nel quartiere di questa signora s’è introdotto misteriosamente un uomo.
Carlo di Borbone fulminò un’occhiataccia alla Zoe, poi scoppiò in una gran risata, e torcendosi dal ridere e facendo fischiare l’aria collo scudiscio, si lasciò cadere sulla più vicina poltrona.