XXII.
Il colonnello Anviti, discese le scale, aveva subito cercato dei due gendarmi, e non aveva dovuto attendere pure un attimo, perchè essi, visto appena chi era il personaggio venuto giù, s’affrettarono a presentargli per riceverne i comandi.
— Voi non vi muoverete di qua finchè S. A. non ne esca, — disse loro: — e quando venga fuori lo scorterete con tutta la possibile attenzione: qui intanto, per tutto il tempo in cui ci rimarrà il principe, non lascierete penetrare nessuno, qualunque pretesto o ragione adduca per introdursi. Avete capito?
I gendarmi fecero un segno di assentimento; e già l’Anviti s’avviava per partirsene, quando i due uomini, scambiatosi uno sguardo dubitoso, interrogante, come per consultarsi, dissero a un tratto insieme:
— Signor colonnello!
— Eccellenza!
Avevano pensato di comune accordo che la venuta in quella casa di un uomo dopo il principe, doveva essere un fatto abbastanza importante per comunicarlo al colonnello dei gendarmi.
E in vero quando l’udì, il conte mostrò prenderne molto interessamento: volle sapere quali erano i connotati di lui, al che i gendarmi non furono in grado che di rispondere molto superficialmente; e poichè ebbe inteso che quel tale era entrato nel quartiere della donna e non n’era ancora uscito, avvisò subito anch’egli che era necessario appurare un tal fatto e renderne avvertito il principe medesimo. Per ciò corse di nuovo su delle scale, penetrò nell’alloggio della Zoe, e si precipitò nel salotto a quel punto a fare la rivelazione che ebbe per effetto dal duca una sì chiassosa e impertinente ilarità .
La Zoe, mentre il duca si contorceva dalle risa sulla poltrona, incrociò le braccia al petto, corrugò fieramente le sopracciglia, e stette immobile, pallida, gli occhi a terra: certo pensava come regolarsi in questo caso che forse non aveva previsto.
Carlo III, poichè ebbe sfogato sguaiatamente la sua voglia di ridere, appuntò il suo frustino al volto della donna e disse con voce beffarda: — Ah! la Lucrezia romana! Ah! la Maddalena convertita!... Ora capisco la scena. Ci aveva l’amico nascosto!... Forse costà , in quella camera innanzi all’uscio della quale tu stai piantata come una statua?
Zoe alzò risolutamente il capo, sollevò gliocchi e li fissò arditamente in quelli del principe. La sua decisione era presa.
— Ebbene sì: — rispose con sicurezza. — V’è una persona che ha più di tutte al mondo la mia stima e il mio affetto...
— Me ne rallegro con lui: — interruppe colla sua insolenza tracotante il Borbone: — e me ne rallegro tanto che voglio aver il piacere di fare la sua conoscenza. Chi è?
— Ah questo no! — gridò con forza la donna. — Mille volte no!... Piuttosto morire.
— Ah!... che parolaccie! A me che ti conosco da un pezzo non le dovresti dire... Se tu non vuoi nominare quel birbo fortunato, penso ch’egli almeno avrà la franchezza e il buon gusto di mostrarsi e soddisfare il nostro desiderio... Animo, signor incognito, venga fuori.
La donna allargò le braccia come ad impedire che la tenda dell’uscio potesse venir sollevata e gridò:
— No, no, non voglio!
— Non voglio! — ripetè il duca alzandosi da sedere e con accento in cui cominciava a farsi sentire la collera. — Tu dimentichi, disgraziata, che qui sono io a comandare e che quella che ha da eseguirsi è la mia volontà ...
Tese lo scudiscio in atto di comando e disse:
— Aprimi quell’uscio.
— No! — rispose più risoluta che mai ladonna gettando uno sguardo di fuoco al principe, atteggiandosi ad una mossa che era delle più seducenti.
— Corpo di Dio! Se quel cotale non vuol venir fuori, se tu non gli permetti di venire, saremo noi che avremo la degnazione di andarlo a cercare.
E camminò risolutamente verso l’uscio.
— No, Altezza, — gridò ancora la Zoe con accento di supplicazione; — la prego, non faccia...
E tendeva le mani con atto che ogni pittore avrebbe voluto copiare per disegnare una perfezione di supplicante.
Il duca la prese ad un braccio e fece per tirarla via; essa resistette.
— No, no, per grazia, per pietà ! — ella pregava con voce piena di malìa.
La tenda innanzi all’uscio si mosse un pochino e si udì un lieve rumore come d’un battente che si socchiuda; Zoe con uno strappo si liberò dalle mani del duca, fu in un balzo alla porta, la richiuse violentemente, e poichè la chiave trovavasi da quella parte, diede un giro alla serratura, levò la chiave e se la pose in tasca. Tutto ciò in un batter di ciglia.
— Nessuno entrerà qui dentro! — esclamò essa con una specie di sfida trionfante.
Il principe si morse le labbra.
— Mala femmina che tu sei! — gridò. — Non sai che io posso far gettare abbasso quell’uscio... far arrestare quello sciocco tuo drudo che là si nasconde?... Anviti, fa venire i due uomini....
— Altezza! — interruppe con ardimento e con forza la donna: — Io scriverò a Vienna...
— Scrivi anche all’inferno! — scoppiò il duca, invaso affatto da una cieca collera. — Che cosa mi importa di Vienna e de’ tuoi protettori e del tuo stupido principe?... Qui sono padrone, giuro al cielo! e voglio esserlo... E posso far cacciare in fortezza quei ganimede che nascondi, e te, se mi talenta, e cacciarti fuori de’ miei Stati come una prostituta...
La donna, fattasi calma, strette le braccia al seno, pallida, ma sicura, il capo eretto, l’occhio fiammeggiante, lo interruppe con fredda risoluzione:
— Faccia se le pare, Altezza...
Il principe, irritato anche dalla provocazione di quella bellezza che negandoglisi lo inuzzoliva sempre più, sdegnato di riconoscere impotente la sua autorità a cui era avvezzo vedere tutti curvarsi vilmente, perdette il lume della ragione, si slanciò collo scudiscio levato sulla donna e la percosse sulla spalla.
Un grido, un urlo d’indignazione uscì dalle labbra di Zoe; il duca indietreggiò come respintoda un colpo nel petto, ma la sua collera non era ancora abbastanza sfogata; col medesimo frustino si pose bestialmente a flagellare i mobili, gettando a terra porcellane, cristalli, candelabri, gingilli, candele, orologio, bestemmiando come un carrettiere, ruggendo come una belva. Quando fu stanco, lanciò uno sguardo sulla donna: essa stava sempre ritta innanzi all’uscio, più pallida di prima, pallida come una morta, con una riga rossa sulla spalla alla radice del collo, cogli occhi che parevano due carboni accesi; il duca non sostenne quello sguardo; buttò via lo scudiscio, e, senza aggiungere una parola alla Zoe, prese pel braccio Anviti che stava lì interito e dettogli bruscamente: «Andiamo!» partì di buon passo traendolo via con sè.
All’uscio dell’antisala comparve la faccia sgomentata della governante accorsa al rumore. Al vedere tanta strage, essa congiunse le mani in atto disperato e aprì la bocca per mandare un’esclamazione; ma la Zoe in un balzo le fu allato.
— Zitto! — le disse a voce bassa ma con forza: — tu ritirati nella tua camera e non lasciarti vedere nè sentire. Va.
La spinse fuor dell’uscio da quella parte, poi corse all’uscio della sua camera; passando innanzi allo specchio vi gettò uno sguardo amirarvisi; fu contenta del suo pallore, del selvaggio fuoco dei suoi occhi: si cacciò ancora una mano nelle treccie a disordinarle di più; si sorrise soddisfatta; fu alla porta, aprì con mano tremante il battente e con voce che pareva quella d’una donna all’agonia susurrò:
— Venite, Alfredo!
Il conte di Camporolle si presentò pallido quanto lei, gli occhi più smarriti di lei, un fremito di dolore, di furore in tutte le membra.
Ella stava appoggiata all’uscio tenendo stretta nella mano la chiave posta nella serratura; il suo sguardo cercava quello del giovane, ma gli occhi di costui lo sfuggivano; c’era in quella sala un silenzio di morte.
— Alfredo! Alfredo! — ella gemette dopo un istante di penosissimo silenzio. Parve voler dire chi sa quanto; agitò le labbra senza che suono ne uscisse; fu scossa da un brivido che avreste detto mortale, sollevò le braccia, accennò volerle gettare al collo del giovane, ma non potò, e scivolando rasente la persona di lui, il suo bel corpo cadde lungo e disteso, come morto, per terra.