XXIII.
Alfredo s’era lasciato menare dalla governante traverso due o tre stanze all’oscuro, fino a che quella donna che lo traeva per mano gli aveva susurrato all’orecchio:
— Stia qui; e non si muova: — e poi era scomparsa.
Egli s’era trovato in una camera da letto piuttosto vasta, immersa in una semi-oscurità, poichè la sola luce che vi fosse era quella piccola e velata d’una lampadina da veglia con globo di cristallo opaco e ventola di color verde. La prima impressione che provò colà dentro fu quella d’un profumo delicato, sottile, penetrante, squisito, che rivelava senza il menomo dubbio possibile la camera d’una donna — e d’una donna elegante. A tutta prima aveva il sangue in tal turbamento che quasi non vedeva intorno a sè, non poteva avvertire altro che il battito frequente e violento del suo cuore. Il sospetto e la gelosia che gli avevano suscitato il sapere colà dentro, colla baronessa, il duca di Parma, insolente, sfacciato donnaiuolo, più libertino d’ogni corrotto giovinastro; quell’essere introdotto così misteriosamente e trovarsi lì, nascosto, incerto di che fare, di che gli dovessesuccedere, davano all’anima sua giovanile un’emozione che non poteva dominare. A poco a poco si calmò. Guardò intorno a sè, curioso, interessato, avido. La camera era tutta parata in bianco e cilestre. Di seta azzurra erano coperti sofà, poltroncine e seggiole; di seta azzurra e di preziose trine era incortinato il letto su cui scintillavano i riflessi metallici del raso azzurro; in mezzo a quelle cortine non penetrava raggio di quella mite, debole luce, e la tenebra fitta in cui pareva ritrarsi, affondarsi la parte superiore dell’elegante letto di mogano scolpito, appariva agli occhi d’un giovane ventenne ricca e promettente di voluttuosi, ineffabili misteri. Una stupenda pelle di tigre col capo belluino imbalsamato e gli unghioni dorati, faceva l’effetto di un mostro domato che strisciasse, schiacciato a terra, a domandare pietà. Ad Alfredo sembrò vedere una ferocia di desiderii insani che tentasse arrampicarsi all’assalto di quelle ombre in cui doveva annidarsi un’Iside tremenda e seducente. Sopra un leggero tavolino monopodo, entro un vaso chinese, languiva un mazzo di fiori esalando nella sua morte il dolce veleno dei suoi profumi; e lì presso, un guanto abbandonato, un guanto che serbava ancora il modello della mano, un guanto che mandava ancor esso un effluvio e più inebbriante di quello dei fiori.
Alfredo fu scosso come da un brivido. Quel guanto gli pareva animato, gli pareva accennasse a lui con atto pieno di malìa, di amorevolezza; gli pareva vederlo attaccato ad un braccio di forma scultoria, e col pensiero saliva su di quel braccio, incontrava una spalla, un collo, un seno.... quali aveva visto quella sera stessa, poche ore prima, nell’ardente, infuocata atmosfera del teatro. Ma e il volto? Strano a dirsi! Il volto che pensava, che voleva, che cercava rivedere, non gli appariva chiaro, netto e preciso come gli sarebbe piaciuto, quale lo aveva pur visto le mille volte nelle sue fantasticherie. Egli lo aveva tanto impresso nella mente: credeva sentirselo stampato nel cuore; eppure ora non se lo vedeva che in confuso, una nebbia sembrava avvolgerlo; lo mirava come in una lontananza che vela i particolari; era una rassomiglianza, non l’efficacia dell’identità. Sollevò il capo dispettoso di sè stesso. Una piccola scintilla di fuoco s’accese ai suoi occhi nell’angolo d’una cornice dorata su cui batteva un raggio della lampadina. Fu come un richiamo al suo sguardo; in mezzo a quella cornice occhieggiava, sorrideva una donna: lei! Il pittore, felicemente ispirato da quella malìa di sembianze, era riuscito a fare un piccolo capolavoro. Era proprio lo sguardo di quella affascinatrice, profondo, penetrante, ardente, misterioso,crudele, pieno di voluttà, di sarcasmo, di passione, diabolico; erano le carnose di lei labbra, color di corallo, color del sangue, che, socchiuse, lasciavano scorgere denti di bianchezza canina, piccoli, acuti, taglienti, quasi avreste detto bramosi di mordere; era il pallore d’avorio di quella carnagione, su cui il tempo e il dolore e una travagliosa cura incessante parevano pure volere incidere il loro marchio di rughe e non poterlo; era nel complesso quell’espressione indefinibile, attraente, segreta che faceva all’osservatore, di tal creatura una sfinge, o gli accendeva nell’anima, nel cuore e nei sensi una prepotente smania di cercarne, di trovarne il motto e spiegarne l’enigma; su tutto questo aveva messo ancora il suo incanto la potenza dell’arte che solleva la realtà alle più sublimi bellezze dell’ideale. Quel poco di asprezza e di volgarità, che si poteva talvolta notare nel modello vivente, qui era scomparso; la preoccupazione pareva forza di pensiero e spoglia affatto d’ogni accenno di mal talento: il labbro muto riusciva eloquente; l’ombra lieve sulla fronte appariva la mestizia d’un intimo dolore cui sarebbe felicità suprema il dileguare, il consolare, il far cadere in oblìo; la stessa voluttà promessa dal sorriso audace e provocante, prendeva alcun che di superiore, di più nobile, di più squisito delle materiali soddisfazioni dei sensi.
Alfredo stette un poco rapito innanzi a quel ritratto a contemplarlo. I profumi di quell’ambiente, la calda temperatura, la debol luce, la vista di tutti quegli oggetti che a lei appartenevano, che ella forse un sol minuto prima aveva toccati, che erano quasi parte di lei; la vista di quel dipinto producevano in lui un’ebbrezza che gli saliva poco a poco al cervello. Provò quell’incanto e quelle emozioni che ci descrive così bene il Rousseau nella suaNuova Eloisa, come provate dal Saint-Preux introdottosi nella camera dell’amata donzella. Anch’egli prese, brancicò colle mani tremanti quelle cose che gli parevano ancora calde del tocco di lei, ancora impregnate degli effluvi delle carni di lei; baciò con delirio quel guanto, quei cuscini, quella coltre... Ma nella sua estasi venne ad interromperlo una voce d’uomo, una voce ingrata, ch’egli riconobbe per quella del duca. S’accostò vivamente a quella porta donde tal voce veniva; trovò l’uscio socchiuso, e traverso i battenti, benchè la tenda di seta pendente nell’altra stanza gl’impedisse di vedere, potè giungere al suo orecchio tutto ciò che fu detto.
Dapprima non volle credere: quella donna che a lui pareva la prima del mondo, tollerava un simile linguaggio da quel libertino di principe: riconosceva essa stessa ch’egli avevaun certo diritto a parlarle in tal modo! Al passato di lei, Alfredo non aveva mai neppure pensato. Ammetteva ch’ella avesse potuto amare altri: glie l’aveva detto essa stessa; ma una vita di disonore come quella che ora gli rivelavano le parole del principe, no, in lei non l’avrebbe creduta mai, non l’avrebbe neppure sognata possibile. Sentiva un dolore grandissimo invadergli l’animo: egli che, giusto a quel punto, in mezzo a quell’ambiente pieno di lei, innanzi alle sembianze di lei, l’aveva più che mai idealizzata, esaltata! Ciò che succedeva nel suo intimo, egli non se lo spiegava bene; ma era un grande e profondo cambiamento. L’affetto che sentiva per quella donna forse n’era diminuito, forse no; ma si faceva a un tratto ben diverso. La parte materiale di esso subitamente predominava. Quasi gli era parso fin allora inaccessibile quella bellezza superba che aveva visto sempre schiva, sprezzante, cinta di disdegnoso riserbo; la voce che la rivelava una caduta gli pareva dicesse: «sarà anche tua!» Sentiva degl’impeti d’indignazione che lo spingevano a disistimarla, a levarla da quel piedestallo su cui l’aveva fino allora adorata; e in pari tempo sentiva degli impulsi di desiderio violento che lo inebriavano col pensiero: «da quel piedestallo cadrà nelle tue braccia.» La foga de’ suoi venti anni imponevasilenzio alla ragione, alla morale, al dolore del disinganno. La voce stessa della donna che, traverso quel leggero tessuto, gli giungeva calda, sonora, palpitante, piena di fremiti e di passione, riusciva per lui una seducente provocazione. Un’aspra, velenosa gelosia lo morse, pensando a quell’uomo — fosse pure un principe — che aveva il diritto di parlare così a quella donna, che aveva con lei tali vincoli nel passato, che poteva, che voleva, e ci sarebbe riuscito dicerto, rinnovare con essa siffatti legami.
Più volte fu sul punto di slanciarsi in quella sala ad affrontare quel suo potente, e da quel punto odiatissimo rivale; quando il duca fu per recarsi esso stesso a vedere chi fosse l’uomo nascosto, Alfredo sarebbe uscito certamente; e già s’era mosso, se la Zoe non avesse ratto chiusa la porta a chiave. Udì fremendo la scena che ne seguì: e quando, partito il principe, la donna aprì l’uscio, egli venne fuori con un misto sì confuso di sentimenti, con un tumulto tale di pensieri e d’affetti da non riconoscersi, da non raccapezzarcisi egli stesso. Ira e vergogna, spasimo di cuore e delirio di sensi, una smania indefinibile, un acre, feroce anelito di voluttà e di vendetta lo tormentavano: gli pareva insieme voler battere anch’egli quella donna su cui era discesa l’infamiadella scudisciata ducale, e gettarsele al collo a divorarla di baci, sputarle l’insulto sulla faccia e trascinarsele ai piedi a mormorarle una dichiarazione d’amore.
Essa gli tolse ogni imbarazzo di scelta: gli gettò quello sguardo in cui pareva aver messa tutta l’anima sua, mandò quei grido, quei gemito che sembravano significare il trabocco del dolore nel cuore d’una povera donna — ed era caduta priva di sensi ai piedi di lui.
Alfredo atterrito, per prima cosa pensò a chiamare soccorso. Si slanciò verso il camino per tirare il cordone del campanello; ma udì un sommesso gemito, una specie di leggero rantolo dalle labbra della svenuta, e s’affrettò a tornare presso di lei.