XXIV.
Alto, profondo silenzio regnava tutt’intorno. Era uno strano spettacolo, da cui Alfredo, malgrado il tumulto della sua anima, fu pure colpito: quella sala elegante, sfarzosamente illuminata, coi mobili in disordine, tanti oggetti a terra in frantumi, una quiete sepolcrale, e distesa sul ricco tappeto persiano una giovane donna che pareva cadavere.
Il giovane si accostò a quel bellissimo corpoabbandonato, l’occhio fisso con potenza magnetica su di esso. Le chiome disciolte s’erano diffuse intorno al capo leggiadro sul tappeto a fondo bianco e facevano come un’aureola d’oro alla pallida faccia, la veste da camera slacciatasi davanti s’era aperta e mostrava nudo il collo fidiaco, una parte della spalla che poteva dirsi una perfezione, e su quella pelle bianca, fine come una seta, correva alla base del collo la striscia rossa lasciatavi dallo scudiscio del duca.
Alfredo s’inginocchiò presso la caduta, si chinò verso di lei con sempre crescente emozione; quelle labbra sanguigne, cui neppure lo svenimento aveva impallidite, lo attiravano con insuperabile potenza; il candore della pelle nel collo, nella spalla, nel seno lo abbacinava; si chinò, si chinò fino a sentire sul suo volto il lieve alito che usciva dalle semiaperte di lei labbra; le pose una mano sul cuore, lo sentì battere lento e piano; si chinò ancora: quella striscia rossa sulla pelle bianca era lì sotto ai suoi occhi alla distanza di un palmo; la sua bocca vi precipitò sopra avida, fremente, e vi stampò su un bacio caldo, appassionato, rabbioso.
Zoe si scosse tutta, di subito, come se una corrente elettrica l’avesse invasa; aprì gli occhi, da cui balenò ratta una luce e tosto li rinchiuse;mandò un grido soffocato che si spense in un sospiro; le braccia, come allo scatto di una molla, si serrarono con soave pressione intorno al collo di Alfredo e tennero chiusamente appoggiata quella giovane testa al seno della donna, mentre con una specie di inconscio trasporto le labbra di lei ne baciavano furiosamente le chiome, la fronte, gli occhi, e mormoravano con accento di traboccante passione:
— Alfredo! Alfredo! Alfredo!
Egli si sentì rapire, si sentì mancare il rifiato, si sentì morire sotto quelle furibonde carezze. Ma la donna rallentò il nodo delle braccia, lasciò ricadere di nuovo abbandonata la testa, fece estinguersi di nuovo la voce in un gemito, e giacque in apparenza più svenuta di prima.
Alfredo sorse in piedi, afferrò la giacente alla vita sotto le ascelle e stringendola con emozione al suo petto la trasportò sul più vicino sofà, adagiatala sul quale, egli le si inginocchiò presso e le coprì di baci le mani, chiamandola a sua volta dolcemente per nome.
La donna, senz’aprir gli occhi, fra due gemiti leggeri, pronunziò sommessamente alcune staccate parole che il giovane raccolse con avido orecchio.
— Oh mi si lasci morire... Oh fossi morta!... Oh essere oltraggiata innanzi a lui... perduta per lui!...
— Zoe! Zoe! — esclamava Alfredo padroneggiato dalla passione; — ascoltami, guardami... sono io.... io che ti amo sempre.... io che del tuo passato non ho diritto di chiederti nulla... io che ti perdono tutto.
Ella parve nuovamente rianimata di colpo da queste parole: mandò un’esclamazione di gioia che avrebbe potuto dirsi celeste, le pupille scintillarono più vive che mai, le labbra sorrisero, un lieve rossore venne a tingere l’opaca pallidezza delle guancie.
— Tu perdonarmi! — esclamò — tu Alfredo!... Tu avverare il mio più caro, più vagheggiato sogno.... da me stessa creduto impossibile!... Il mio passato... l’orribile mio passato!... tu me lo perdoni?
— Sì... Anzi, te lo ripeto, ho io pure il diritto di chiedertene? di fartene colpa?
— Sì, sì, sì... perchè tutta la mia vita vorrei fosse tua, fosse degna d’esserti messa ai piedi... Tu hai ora udito dalla bocca di quel principe scellerato....
— Ah! io non ho udito tutto, nè bene: — proruppe Alfredo: — nè quello che ho udito, ho potuto comprendere affatto, tanto era il tumulto dell’anima mia; ma ho sofferto, Zoe, ho sofferto immensamente al vedere che tu, quell’uomo.... per quanto principe egli sia.... non lo cacciavi di casa tua, come un lacchè, credevinon avere il diritto di farlo... Quel duca! — aggiunse con una profonda, fremente amarezza: — provavo già per lui una istintiva ripugnanza.... ora l’odio quanto lo disprezzo...
Gli occhi della donna mandarono uno spruzzo più vivo che mai di quella loro speciale luce feroce. Li coprì colle mani, con finto atto di pudore, per nasconderne il terribile balenìo ad Alfredo.
— Il mio passato! — esclamò. — Era da anni il mio rimorso; e, dacchè ti ho conosciuto, il mio tormento. Prima d’incontrarti, credevo averlo già espiato; la coscienza mi veniva rassicurando che avevo cancellata una colpa, la quale, solo in minima parte, era mia... Ma quando ti incontrai, quando vidi sorgere in te l’amore per me, quando mi sentii assalire, avvolgere, affascinare dalle divine ebbrezze del sapermi amata da te.... oh allora riprovai tutto il travaglio, rimaledissi tutta la crudeltà della mia sorte... Avrei voluto poterti recare tutto il candore verginale dell’innocenza, darti tutte le primizie dell’affetto... Era per ciò che mi fingevo superba, che ti respingevo, che mi sforzavo ad apparirti indifferente, io che t’amava... che t’ho subito amato, che mi sarei gettata nelle tue braccia senza indugio, gridandoti: Sei il mio signore, sei tutta la mia vita, sei l’anima mia!... T’amo! T’amo! T’amo!
E congiungendo l’atto alle parole, si abbandonò sul giovane, lo strinse con violenza, lo sbalordì con una tempesta di baci quasi furibondi.
In Alfredo ogni rabbia, ogni sospetto, ogni considerazione svanì sotto l’irruenza di una sensualità sfrenata: abbracciò anch’egli la donna delirante e corrispose agli ardori di lei; ma di colpo essa si svincolò, respinse il giovane, sorse in piedi, quasi fuggì alla distanza di alcuni passi, e tendendo una mano innanzi come ad arrestare e contenere lui che stava per raggiungerla, disse:
— Alfredo! In nome dell’amore che mi avete posto, più ancora in nome di quello eccelso, nobile, santo che mi avete ispirato, che sento in me come una nuova nobilitazione di tutta me stessa, vi prego di voler udire prima di tutto la storia di quel mio passato, che fino ad ora posi tanto impegno a nascondervi, che mi pareva una insopportabile vergogna che voi conosceste, ma che adesso, dopo quanto avete visto e udito di quel tristissimo principe, ci tengo, anelo, ho necessità di farvi tutto, tutto noto.
Camporolle fece un gesto come per protestare; ma ella non lo lasciò neppure aprir bocca.
— Oh vi prego... ve ne scongiuro... Abbiate pazienza... e pietà.
Allora egli, vinto, commosso, le si accostò, le prese una mano, per quella trasse a sè ladonna che pareva agitata da una inesprimibile emozione, e la baciò fraternamente sulle chiome.
— Se tu lo vuoi, parla, parla; e mi parrà un maggiormente acquistarti il dividere i tuoi dolori, il penetrare nelle argoscie della tua anima.
Ella fece sedere il giovane presso al camino, gli si accoccolò ai piedi, mezzo seduta, mezzo inginocchiata, in una mossa che un pittore avrebbe subito ricopiata per una Maddalena ai piedi del Salvatore, e fece il racconto seguente, in cui, a suo modo e secondo i suoi pravi intendimenti, ella aggiustò la storia della sua vita:
— Nacqui di famiglia distinta, nobile, oserei dire illustre, che io non nominerò neppure innanzi a te, perchè credo aver pur troppo perduto il diritto di dirmi a lei appartenente.
(Il vero era ch’essa, figliuola di miserabili plebei, era stata venduta da bambina a un saltimbanco).
— Disgrazie funeste e ripetute ci colpirono e all’opulenza sottentrò la scarsità dei mezzi prima, la povertà poscia, da ultimo la miseria, una vera, assoluta, terribile miseria. Allevata nel fasto e nelle grandigie, con quell’inutilità di educazione che si dà alle fanciulle della aristocrazia, io non sapeva nulla, non ero capace di nulla che potesse procurare un pane, non che ai miei, a me stessa. Ero abile cavalcatrice... fin da giovinetta avevo una passione indicibilepei cavalli.... con un ardimento e con fortuna straordinaria domavo qualunque più riottoso di essi.... nei tempi della nostra fortuna mio padre non acquistava un animale per le sue ricchissimamente fornite scuderie, che non mi consultasse... Ebbene... come debbo dirvi?.... Ah non so trovar parole per ispiegarvi... Non lo crederete neppure... Ma se sapeste la violenta eloquenza del bisogno!... La sventura m’aveva pure quasi sconvolta la ragione... mi pareva poco meno che un atto d’eroismo lo sfidare la società elegante di cui avevo fatto parte, fino allora, il calpestare i pregiudizii della gente, l’affrontare audacemente i giudizi temerari, le mormorazioni, le calunnie... Entrai... stipendiata.... in una compagnia di cavallerizzi.
Alfredo ebbe un trasalto di stupore.
— Voi! — esclamò incredulo. — Voi?
Ella sollevò audacemente il capo e fissò negli occhi di lui i suoi, sicuri, splendenti, affascinatori.
— Si! — disse.
— E.... e — riprese Alfredo esitando — e siete comparsa in pubblico?...
Zoe non lo lasciò terminare; colla medesima audacia che aveva una certa imponenza proruppe:
— Sì! sì! sì!.... Vestita come una ballerina, la maglia color di carne, le spalle e le braccianude, il belletto sulla faccia, i fiori finti nei capelli, il guarnellino corto scintillante di lustrini, innanzi a migliaia d’occhi di spettatori ammirati, avidi, entusiasti, al suono provocante d’una musica a stromenti metallici, al galoppo del cavallo che vi trasporta facendovi rompere l’aria tepente, impregnata di mille effluvii e della polvere del circo, colla faccia arrossita, ai lazzi dei buffoni nell’arena, alle grida e ai battimani degli applausi.
— Oh! — esclamo Alfredo, passandosi una mano sulla fronte. Quell’ideale di donna che egli aveva amata nella bella persona che gli stava accoccolata dinanzi; quell’ideale che già erasi sfaldato alle rivelazioni avute dalle parole del principe, ora svaniva affatto... ma rimaneva la bellezza materiale delle forme, fatta più procace ancora dal pensiero di quei deplorabili trionfi.
— Voi vi indignate, non è vero? — continuò la Zoe, — come s’indignarono tutti i nobili miei congiunti e conoscenti, quantunque avessi accuratamente nascosto il mio nome e fossi andata lontano dalla mia città... E intanto ebbi non solo pane, ma agiatezze da dare ai miei genitori che mi disprezzavano e che più non vollero vedermi... E vi giuro, Alfredo, che la mia condotta, i miei modi, la mia dignità sempre mi fecero rispettare dai miei compagnie da quei poco morigerati giovani che frequentano simili artisti.
(In tutto questo romanzetto la verità era che essa, dopo avere passato la sua infanzia e la prima giovinezza coi saltimbanchi sulle piazze, era stata arruolata in una compagnia equestre, dove la sua bellezza e l’ardimento le avevano presto fatto acquistare una celebrità speciale sotto il nomignolo dellaLeggera).
— Ma ora, — ella ripigliò dopo una breve pausa, e fingendo a meraviglia di fare un penoso sforzo per continuare, — ora viene l’episodio più doloroso, più vergognoso, più maledetto della mia vita.