XXV.

XXV.

La Zoe si raccolse un momento come per chiamare a sè tutte le sue forze onde abbisognava per ritornare su quei dolorosi fatti ed esporli; Alfredo, avvertendo che qui era il punto principale ed importante della narrazione, si chinò verso di lei con ancora maggiore interessamento.

— Io non aveva ancora amato mai... agli omaggi degli uomini mi sentivo affatto indifferente, anzi n’ero sdegnosa e sprezzante... Avevo conosciuta di tutti quelli che m’avevanoavvicinata, e che pure secondo la società dovevano essere dei migliori, la bassezza di animo, la nullità dello spirito, la insufficienza del carattere!... Mi credevo io stessa incapace di quel sentimento. La mia virtù non aveva grandi difficoltà a salvarsi in mezzo a quelle dagli altri credute seduzioni, che mi attorniavano; trovava un aiuto e una forza nella mia apatia, nella stessa coscienza del mio valore, nel mio disprezzo d’altrui... Ma venne un giorno fatale in cui anche la mia superbia fu vinta... Vi ricordate che a Bologna, la prima volta che vi parlai, vi chiesi se eravate del Piemonte? Fu perchè nei vostri occhi mi parve scorgere, nella vostra voce sentire qualche cosa di colui... E fu per ciò, forse, che incominciai subito ad amarvi.... Fu in una città piemontese che lo vidi, che mi accostò, che mi vinse... Ah! ma come quell’uomo era superiore a tutti!... Come cuore, mente, valore, bellezza, forza, gentilezza erano in lui tali da offuscare ogni dote d’altrui!...

Si sollevò un momentino della persona, scoccò uno sguardo amorosissimo negli occhi di Alfredo e soggiunse abbassando la voce, come peritosa della sua confessione:

— Non vidi più altri che te degno d’essergli paragonato... te che me lo ricordavi!

Camporolle sentì un calore subitaneo, comeuna scintilla corrergli lungo la spina dorsale e poi invadergli le vene.

La donna continuava:

— Egli mi amò... Oh come seppe amarmi!... Egli lesse nel mio intimo, nella mia coscienza, egli conobbe ed apprezzò la purezza della mia vita, il coraggio della mia risoluzione, la nobiltà della mia indole e della mia condotta in mezzo a quel mondo che tutti condannano per corrotto ed ignobile; egli mi amò come mi avrebbe amata se mi avesse conosciuta nell’elegante salone di mia madre ai tempi delle maggiori prosperità della mia famiglia... Ed io l’amai... con adorazione, con culto, con entusiasmo, con trasporto di sacrifici, con abbandono appassionato, con tutto l’ardore e la potenza che può essere in una creatura terrena.

Alfredo sentì nel cuore il morso d’una stupida gelosia retrospettiva.

— Ah! — esclamò quasi con dolere, liberando le sue braccia dalle mani di lei che vi si stringevano tenaci, supplicanti, carezzevoli, calde, febbrili, e si trasse un pochino in là.

Ella s’accorse di ciò che passava nell’animo di lui. Se ne compiacque: era quello che voleva, suscitare le varie e più acute e più disparate emozioni nel giovine, affine di rammollirne la fibra, di indebolirne il vigore, di impossessarsi lei, colle arti sue, della volontà, del senso, del pensiero del giovane.

Riafferrò con forza, con risoluta energia, quasi con autorità le braccia di Alfredo, e sollevando il suo volto in quel momento animato, soffuso d’un rosato colore, quale egli non le aveva visto mai e che accresceva l’incanto della sua bellezza, continuò con voce più sommessa, quasi soffocata, fremente, affannosa:

— L’amai... e non fui sua!... Ci amammo supremamente da esser tutto l’uno per l’altra, da non aver più pensieri nè riguardi per nulla al mondo fuori dell’amor nostro... eppure i nostri rapporti furono incontaminati... Egli rispettò in me la donna cui avrebbe dato il suo nome, che avrebbe fatta sua compagna nella vita... Sì, — aggiunse con forza, levando in una mossa di nobile orgoglio la bella testa, — sì, egli avrebbe calpestato ogni pregiudizio, superata ogni difficoltà per condurmi all’altare, come pur n’ero degna. Ma la sventura appunto precipitò su di noi; la più orribile sventura che ci separò... che tolse a lui la vita — (abbassò la voce e chinò la testa), — a me l’onore e la felicità di tutta l’esistenza!

La falsa donna, attrice abilissima, si accasciò sul pavimento, come affranta da quel ricordo che rinnovasse in tutta la crudeltà d’un tempo un dolore incomportabile; s’accasciò e si coprì colle mani il volto e si pose a singhiozzare penosamente, con dolorosi sobbalziche agitavano convulsamente il suo bellissimo corpo.

— Non fui sua!... — pronunziò con rotte parole e con istentato accento: — e un altro... Oh! l’infame!... E io ho potuto sopravvivere... e non istrozzarlo, e non istrappargli il cuore dal petto... e contentarmi di maledirlo!...

— Ah! — esclamò Alfredo con rabbiosa emozione: — il duca?...

Ella si levò impetuosa, furente, bella, terribile, le chiome ricascanti sulle spalle, attorcigliate come serpenti sanguigni che s’agitassero, il seno discinto, gli occhi fiammeggianti sotto il marmoreo pallor della fronte.

— Sì, il duca: — fremette con voce che vibrava come una nota metallica, che sibilava fra i denti, su cui si contraevano quelle labbra così rosse di sangue. — Il duca!... questo flagellatore di donne che s’abbassano a pregarlo...

Si torse le braccia in un trasporto di disperata rabbia che non toglieva nulla, ma anzi calcolatamente aggiungeva all’efficacia delle sue attrattive.

— Ah sono vile! — esclamò coll’accento di chi non è più padrone di sè. — Fui vile a non ammazzarlo allora, quell’empio; sono stata vile a non ammazzarlo ora... ora che m’ha insultata, lui che mi volle perduta, che m’ha colpita del suo frustino, lui che mi gettò nelfango... Lasciatemi abbreviare quest’orribile racconto... L’uomo ch’io amava era uno fra i capi dei liberali: fu circondato di spie, fu venduto da un traditore; un bel dì venne arrestato, si sequestrarono appo lui le prove più patenti di una congiura da lui avviata... Si parlava nientemeno che di condanna a morte... Io, povera fanciulla che non comprendevo nulla di codeste cose, credetti che la vita di lui fosse in pericolo. Ero disperata... Codesto duca da lungo tempo mi perseguitava con tutte le proteste e le promesse e le tentazioni che siffatta gente crede atte a vincere una donna... Mi dissero a un punto che una sola persona poteva adoprarsi a salvar l’uomo da me adorato: questo mostro di principe, e che io solamente potevo ottenere da lui che ciò facesse... Esitai, lottai... oh quello che soffrii! Ma lasciarlo morire non volevo... Ero pur certa che, caduta, egli non m’avrebbe amata più, m’avrebbe respinta... Ma lasciarlo morire!.... Acconsentii che il duca mi rapisse. Sacrificavo il mio amore, il mio onore, anche la stima di lui alla salvezza della sua vita... Questa il duca me l’aveva giurata... Fui tratta in una villa solitaria. Dio Eterno!.... Là mi attendevano donne svergognate, libertini, ribaldi, degni compagni di lui... una sequela d’orgie... infamie senza nome... là avvolta da una scellerataebbrezza... oh! non fatemi pronunziare più una parola...

Ricadde sul pavimento affranta, anelante, gemendo, la faccia chiusa nelle mani, agitata la persona da piccole convulsioni di spasimo.

Oh l’ammirabile commediante! Chi non avrebbe creduta sincera quella emozione? Chi non avrebbe dato fede a quel racconto?

Alfredo, lui, credette ciecamente. Sentiva ammassarsi in cuore un monte di odio e di furore contro quello scellerato di principe che vendeva a tanto infame prezzo la sua protezione. Turbato fino all’intimo del suo essere, fremente egli stesso, incapace di più frenarsi, sorse in piedi e si pose a passeggiare su e giù per la sala, le guancie contratte, i pugni serrati. La Zoe non si mosse da quel luogo e da quella positura; pareva proprio la Maddalena, nell’eccesso della sua umiliazione e del suo pentimento, che aspetta la parola che deve redimerla dal Cristo pietoso; ma di sottecchi frammezzo alle lunghe palpebre color d’oro, le sue pupille scure dardeggiavano sul giovane certi sguardi saturi di elettricità, di indicibile potenza magnetica.

Dopo un poco, il giovane si riaccostò lentamente alla donna, sempre abbandonata a quel modo, e curvandosi alquanto su di lei, le domandò a mezza voce:

— E colui... l’uomo da voi amato... fu salvo?

Zoe sorse di scatto, mandando una penosa esclamazione che pareva un urlo soffocato.

— Voi non potete neppure immaginare fin dove si spinga la scelleraggine di codesta gente cui la bassezza della natura umana onora e riverisce!... No, tu non lo crederai neppure... Mentre io mi sacrificava così dolorosamente...egli... era già spento!

— Come?

— Per sottrarsi alle torture della carcere.... egli si era avvelenato.

E la si lasciò cadere sul sofà, rompendo in un pianto di angoscia disperata.

Alfredo stette un momento a guardarla; poi le si sedette accanto, l’avviluppò colle sue braccia e la baciò sul collo.

— Hai molto sofferto! — le disse dolcemente.

— Fu tutto un dolore la mia vita... Odi ancora quel poco che mi rimane a dirti perchè tu mi conosca affatto... Fuggii l’Italia... fui a Vienna, dove il principe K., alleato della mia famiglia, mi accolse, mi protesse, coprì il mio primitivo nome e il mio passato col nome di baronessa di Muldorff... Un’eredità mi restituì la ricchezza; questa e la mia dolorosa pratica del mondo mi diedero l’indipendenza... Ora comprenderai perchè respingessi tutti gli uomini,comprenderai la forza dell’amor mio per te, se ha potuto farmi obbliare il giuramento che m’ero fatto di non più ascoltare una parola d’amore.

L’ombra d’un indefinito sospetto attraversò l’anima candida del giovane Alfredo.

— Una cosa non comprendo, — disse egli, — ed è il perchè tu sia venuta qui ora, fra le branche di quel mostro...

— Ah perchè? — sussurrò con voce fremente la donna: — sono venuta per vendicarmi...

— Come?

— Il come te lo dirò forse un giorno... se continuerai ad amarmi.

Egli la strinse di nuovo e con più passione fra le braccia.

Invece del romanzo ch’essa gli aveva narrato, la verità era che la Zoe aveva voluto per mezzo di Carlo di Borbone, figliuolo dell’allora duca di Lucca, far salvo dall’estremo supplizio Gian-Luigi Quercia, un famoso assassino che era vissuto nella società elegante torinese, e che era di lei amante: che il duca non aveva voluto darle retta, e che, per non salire sul patibolo, quel malfattore s’era ucciso con veleno che la Zoe medesima gli aveva recato mercè l’aiuto del Pancrazi, allora impiegato di Polizia in Piemonte.

Ma la maliarda si sciolse dall’amplesso di Alfredo.

— Lasciami, — disse risolutamente, — va... La notte è presso al suo termine... Sono stanca, affranta... ho bisogno di riposo e di pensare su quello che è accaduto, tu pure su quanto hai udito...

Per quante preghiere facesse il giovane, essa fu inesorabile. Ben sapeva l’accorta che quei desideri da lei eccitati con tanta arte, insoddisfatti, avrebbero acquistata una violenza di tanto maggiore, e di questa ella abbisognava pe’ suoi fini.

Appena partito il giovane, ella scrisse poche parole sopra un bigliettino: «Far sapere al duca che l’uomo nascosto in casa mia questa notte era il conte Alfredo Corina di Camporolle:» e per mezzo di Michele lo fece pervenire quella stessa mattina nelle mani del direttore di Polizia.


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