XXIX.
— Avanti, avanti, signori miei! — disse Ernesto di Valneve a suoi due testimoni, tornando in tutta la gentilezza e giocondità de’ suoi modi ordinarii. — A momenti giungerà la carrozza coi cavalli di posta e io sono bello e lesto: potremo partircene subito.
Il Carra e il Camporolle entrarono nella camera del conte.
— Miei cari amici, — riprese a dire senz’indugio quest’ultimo. — Mi permetterete ambedue che io vi chiami così, poichè mi rendete un vero servigio da amici... In questi pochi momenti che ci rimangono parleremo di quello che è il lato più melanconico e spiacevole della cosa. Voi sapete che i testimoni non hanno solamente un ufficio prima e durante il combattimento, ma ne hanno uno eziandio dopo, massime se a colui che hanno assistito sia toccata disgrazia... Io spero bene che qui, per me, non sarà il caso; ma è prudenza prevedere sempre anche il peggio, e io, quantunque non sia un miracolo di prudenza, voglio pure manifestarvi i miei desiderii, pregarvi di eseguirele mie ultime volontà se mi accadesse disgrazia. Se io resto ferito gravemente, desidero che a darne la brutta notizia ai miei non sia un arido dispaccio, nè una semplice lettera; a te, Alfredo, sarebbe troppo grave andare di persona a recare la nuova a mio padre e a mia madre?
— No certo: — rispose con calore il Camporolle: — ma in tal caso, che Dio tenga lontano, tu avresti pur bisogno che intorno a te rimanesse...
— Ci resterò io, — disse vivamente il Carra, interrompendo; — e assicuro loro che metterò tutto il più affettuoso e devoto zelo...
— Non ne dubito: — interruppe a sua volta il conte Ernesto: — e ci avevo appunto contato su. Tu, Alfredo, ai miei buoni genitori sapresti dare la novella nel modo migliore e li accompagneresti nel loro viaggio a venirmi a raggiungere, poichè sono certo che s’affretterebbero a recarsi ambedue presso di me; e tu avresti per loro tutte le cure figliali...
— Oh sì! — esclamò Alfredo.
— Ci ho bene un fratello, Enrico, ma è un giovanetto di diciassette anni; è d’altronde sensibilissimo, cagionevole di salute: poverino! Non basterebbe al doloroso còmpito; non potrebbe essere da tanto... Se poi la disgrazia che mi toccasse fosse ancora peggiore: se ci lasciassi addirittura la pelle...
I due testimoni mandarono un’esclamazione di protesta.
— Eh! — continuò Ernesto: — non è un’impossibilità, e quindi ho pensato anche a questo. Tu Alfredo avrai la bontà di recare a mio padre e a mia madre le lettere che ho scritte per loro e che tengo qui nel mio portafogli... Eccole qui.
Aprì il suo portafogli e le mostrò; a quel posto c’era pure un ritratto d’uomo attempato.
— Oh giusto, — aggiunse il Sangré; — ho qui i ritratti di tutta la mia famiglia; li porto sempre meco, perchè quantunque in realtà io stia assai poco insieme coi miei, voglio pure un gran bene a tutti e mi pare davvero che mi mancherebbe qualche cosa se ogni giorno non me li potessi contemplare almanco in effigie. Tu, Alfredo, comincierai così a fare la conoscenza delle loro fisonomie. Eccoti per primo mio padre, il conte Ernesto... (da un bel po’ di tempo, nella nostra famiglia tutti i primogeniti si chiamano Ernesto)... il conte Ernesto Sangré di Valneve, presidente di Corte d’appello in ritiro.
Era una nobile figura di vecchio: fronte alta, calva, aperta, occhio franco e imponente, bocca severa, aspetto dignitoso, un po’ fiero, ma pure nell’espressione generale un’aura di bontà e un sentore di squisita cortesia.
Ernesto voltò il foglio e mostrò il ritratto di sua madre. Adelaide di Ravella, sposata da trent’anni circa al conte di Valneve, era figliuola d’una Baldissero e aveva ereditata da sua madre tutta la bellezza di questa illustre e generosa famiglia. Anche allora quando il pittore ne aveva fatta quella miniatura, benchè contasse oramai presso a cinquant’anni, ella appariva tuttavia leggiadra d’una classica e severa regolarità di tratti, di uno sguardo intelligente, d’un sorriso pieno di benevolenza, e insieme di una certa piega fra le sopracciglia che dinotava fortezza d’animo, fermezza di volontà e risoluzione di propositi.
— Ah! è una fortuna avere simili genitori: — disse con emozione Alfredo.
— Sì, davvero! — esclamò con accento di seria convinzione il Valneve.
— E pensa se non sia una disgrazia la mia, di non aver conosciuto nè il padre, nè la madre, morti quand’ero in fasce.
Ernesto gli strinse con atto simpatico la mano.
— E ora, — ripigliò voltando un’altra pagina del portafogli: — ecco qui mio fratello e mia sorella.
Alfredo vide due giovinetti con tratti bellissimi, aria d’intelligenza e un non so che di piacevole e di simpatico, maggiore di tutto quanto si possa esprimere a parole. Il maschio, Enrico,aveva aspetto sofferente; ma la figura che attrasse tutta l’attenzione del giovane Camporolle e gli destò una vera ammirazione fu quella della fanciulla. Non contava che quattordici anni, ma pure nella sua figura, insieme con tutta ancora l’ingenuità e la grazia ineffabile dell’infanzia, mostrava già tutta la bellezza e la nobile distinzione delle attrattive d’una donna, e d’una donna superiore, degna di culto. Gli occhi azzurri, sereni, cui non avrebbe saputo disegnar meglio nè anco la mano di Raffaello, rivelavano un’anima delle più elette, erano lieti insieme e pensosi, amorevoli e fieri, benigni e imperiosi; soavissimo era il sorriso, incantevole il portamento del capo; le ricche chiome pallidamente bionde le facevano un’aureola intorno alla fronte bianchissima, di linee greche; dallo sguardo, dal sorriso, da tutto di quella leggiadrissima fisonomia raggiava quella che può dirsi luce rivelatrice di natura squisita, di pensiero sublime, di indole aurea, quello che usa dirsi l’ideale.
L’effetto che ne provò Alfredo fu grandissimo. Gli parve fin allora non avere conosciuto, non avere visto mai, non aver saputo sognare neppure la vera bellezza di donna. Nel suo essere così agitato, turbato, confuso dalle impressioni, dalle emozioni di quella notte passata, la vista di quella soave leggiadria fu come un’aura pura, che venisse a confortarlo; gli fuquasi una rivelazione. Egli s’era sviato fino allora; ecco ora a un tratto apparirgli il vero ideale a capo di tutt’altro cammino; aveva camminato nelle tenebre; quella era una luce che pareva sorgere per guidarlo. Non disse pure una parola: stette lì fisso a contemplare quel piccolo dipinto, finchè Ernesto, chiuso il portafogli, lo sottrasse alla sua vista; allora gli parve si facesse di nuovo scuro intorno a lui!... Infelice! Se avesse potuto indovinare quanto dolore, quale irremediabile sciagura gli avrebbe costato quella leggiadra, angelica creatura!
Ernesto chiuse il portafogli, lo ripose in tasca e soggiunse:
— Anche questo portafogli... in quel caso... tu Alfredo porterai e consegnerai a mio padre.
In quella entrò un cameriere ad annunziare che la carrozza coi cavalli di posta era pronta.
Sangré tornò in tutta la gaia vivacità del suo umore.
— Andiamo adunque, e non si pensi altrimenti a malinconie.... Quel mammut austriaco si crederà di mangiarmi in un boccone, e sarò io a cucinare quella balena... in salsiccia.
Arrivati a Castel San Giovanni non ebbero da aspettare: il capitano von Klernick era arrivato anche lui un momento prima.
Andarono subito a scegliere il posto per lo scontro: l’austriaco era assistito da due ufficiali delle truppe parmensi.
Quando il luogo fu stabilito, le armi esaminate, determinato il posto ai due combattenti, il conte Sangré, mentre si spogliava del soprabito, gettato uno sguardo sul colossale suo avversario, disse a’ suoi testimoni ridendo:
— Guardate se non pare una grossa nave di guerra che s’accinge a investire un brick leggero... E sarà il brick che affonderà il vascello... È sempre stato così... Davide ha suonato Golia, Astolfo ha fatto prigioniero Caligorante... To’! sentite che bella idea mi viene! Quel picco di Teneriffa là rappresenta l’Austria, io rappresento il piccolo Piemonte: vedrete che il Piemonte finirà per dare le pacche all’Austria.
Gli avversari furono posti di fronte, ma quando i testimoni stavano per dir loro: — Avanti signori, — ecco uno scalpitìo di cavalli e una voce forte, stentorea, che gridava loro da lontano:
— Fermate!... In nome della legge, fermate!
Si volsero stupiti, e videro venire alla loro volta di corsa due gendarmi parmensi a cavallo.
Fra gli abitanti di Castel San Giovanni era corsa in fretta la nuova del duello che stava per aver luogo fra un ufficiale austriaco e un piemontese, e vi aveva eccitata la massima curiosità; l’arrivo ora di questi due gendarmil’accrebbe a dismisura, e dopo di essi veniva sul luogo dello scontro una gran folla di gente.
— Che vuol dir ciò? — chiese il conte di Valneve corrugando le sopracciglia e guardando a stracciasacco la mole del capitano tedesco, il quale rimase lì tutto conturbato. — C’è qualcheduno che ha avvertita la Polizia ducale del nostro duello; e siccome da parte nostra non c’è stato a niun modo un simile... zelante, così...
Uno dei testimoni di von Klernick interruppe vivamente:
— Come, signor conte!... Crederebbe che da parte nostra si è stati capaci di simile viltà?
Il capitano austriaco divenne rosso come un galletto.
— Conte di Valneve, — esclamò con certa dignità, — fate torto anche a voi accusandoci di questa guisa. Qualunque siano i motivi di contesa fra di noi, non dovreste disconoscere che a fronte vi sta un gentiluomo e un ufficiale onorato.
Il conte Ernesto salutò gentilmente.
— Ebbene, — disse, — guardate ad ogni modo di liberarci da codesti guastafeste e ottenere che ci lascino fare in santa pace. Voi dovete pure avere qualche autorità su quella brava gente.
I gendarmi frattanto erano giunti addossoai duellanti, e uno di essi intimava ad alta voce:
— Ordine espresso di S. A. il duca! Le loro signorie lascino subito le armi; il capitano von Klernick torni tosto a Parma e il conte di Valneve ripassi senza ritardo il confine e si restituisca in Piemonte.
— E chi ne ha avuto ne ha avuto: — aggiunse beffardamente Sangré.
— Se noi rifiutassimo d’obbedire, — domandò con fierezza il capitano degli ulani, — avete voi ordine di arrestarci?
— Le nostre istruzioni, — rispose il gendarme, — sono d’invitare loro signori a fare quanto abbiamo detto; se poi volessero resistere, sì certo, siamo costretti a procedere anche con rigore per ottenere eseguiti gli ordini.
I due testimoni dell’austriaco, che erano ufficiali parmensi, tentarono di ottenere dai gendarmi che desistessero, ma li trovarono inflessibili, ned essi d’altronde credettero di potere troppo vivamente insistere.
— Il duello di lor signori, — conchiuse il gendarme, — a nissun modo non potrà aver luogo sul territorio del ducato di Parma.
— E sia pure! — disse sollecito il conte Ernesto. — Io non ci tengo di molto a battermi qui piuttosto che lì. Ciò che non può accadere in terra parmense può aver luogo in terrapiemontese. Io m’affretto, come ci fui così gentilmente invitato, a passare il confine, e chi avesse voglia di scioglier colà la nostra piccola questione non avrebbe che da seguirmi. Là, ne do io la più compiuta assicurazione, non verrà più nessuno a disturbarci.
— Facciamo così: — aggiunse sollecito von Klernick. — Andate pure, conte, vi seguirò a dieci passi.
— Ci siete? — domandò Ernesto volgendosi ai suoi testimoni.
Alfredo e Pietro s’inchinarono in segno di pronto assentimento.
— E voi signori? — chiese a sua volta il capitano austriaco ai suoi secondi.
I due ufficiali si consultarono un momento.
— Noi corriamo qualche rischio, — disse poi uno di loro: — quanto meno, non isfuggiremo certo gli arresti; ma non importa; non sarà mai detto che per causa nostra non abbia potuto aver luogo o siasi dovuto ritardare una sì bella partita d’onore. Andiamo pure.
I duellanti si vestirono tranquillamente, presero le armi sotto il braccio e poi, ciascuno accompagnato dai suoi testimoni s’avviarono.
— Dove vanno? Che si fa? — interrogarono i gendarmi.
— Si fa a piedi una passeggiatina di salute: — rispose giocosamente a suo modo il contedi Valneve: — e si va al di là del confine in Piemonte.
La folla di curiosi che in questo frattempo era sempre cresciuta intorno agli attori di quella commediola, udito la risposta del piemontese fatta a voce alta e tono beffardo, ruppe in applausi. I gendarmi rimasero lì in asso innanzi ad un caso che non avevano preveduto; e i due avversari coi secondi, in due piccoli gruppi, alla distanza d’una diecina di passi l’uno dall’altro, se ne andarono tranquillamente verso il confine che da quel luogo era distante appena un mezzo chilometro. La folla tenne loro dietro alla lontana.
Quando ebbero varcato la frontiera, fu tosto trovato un luogo piano ed acconcio.
— Signori! — disse il piemontese, a cui pareva di dover fare gli onori di casa: — ecco un terreno adattissimo; e se loro non hanno ragione in contrario, possiamo restarvici e terminare la nostra faccenduola.
Tutti annuirono.
I duellanti si levarono di nuovo il soprabito, impugnarono di nuovo le armi, furono appostati l’uno in faccia dell’altro, e quando suonò la voce de’ testimoni: «Avanti, signori!» le due sciabole lucenti s’incontrarono per aria mandando lampi sotto i raggi del sole.
La folla de’ curiosi li aveva seguiti anchedi là del confine e aveva fatto cerchio a una certa distanza intorno ad essi, dando così al terreno in cui aveva luogo il duello la sembianza d’un torneo in campo chiuso, in cui erano scesi a cimentarsi un rappresentante dell’esercito austriaco e uno dell’esercito piemontese.
Ma noi, mentre questi due campioni si affrontano e si provano, facciamo un balzo fino a Torino, dove è tempo che impariamo a conoscere la illustre e celebre famiglia dei Sangré di Valneve.