XXX.
Il palazzo in cui abitava il conte padre colla moglie, il secondogenito e la figliuola, era una recente, elegante costruzione da lui stesso fatta sorgere in Borgo Nuovo: egli aveva così abbandonato l’antica sede della sua famiglia che da secoli trovavasi in una delle strette vie della parte più vecchia della città, residenza melanconica per iscarsa luce, poco sana per mancanza d’aria, annerita dal tempo. Egli non s’era deciso, senza esitazione e contrasto, ad abbandonare quel palazzo, in cui aveva vissuto per sì lunga serie di tempo la sua stirpe, unoscrigno, per così dire, di memorie, alcune dolorose pur troppo, ma molte gloriose eziandio e moltissime commoventi; ma avevano finito per decidervelo le ragioni igieniche. Egli vedeva la sua famiglia, che pure amava cotanto, venir su così debole, così ammencita, così stentatamente, che il suo cuore se ne stringeva di pena ogni giorno più. Ernesto, il primogenito, benchè fosse rimasto esile e piccino, era pur tuttavia pieno di brio, di vivacità, di vigor giovanile nell’animo e nelle membra; ma egli aveva abbandonato presto la scura e triste casa paterna per entrare nell’Accademia militare, dove gli aveva giovato assai il cambiato genere di vita. Il fratello di lui, Enrico, e la sorella Albina, malgrado le cure amorosissime, incessanti, dei genitori, della madre sopratutto e d’ognuno della servitù, parevano pianticelle a cui è avverso l’ambiente della stufa ove crescono e che appena è se si tengono in vita.
Il medico di casa giunse a persuadere il conte presidente che ad aiutare nel loro sviluppo que’ teneri organismi non bastavano le metodiche passeggiate nella grande carrozza intorno a piazza d’armi, non il poco ruzzare nei grandi, freddi, scuri saloni del palazzo, non quel breve villeggiare d’un mese appena, che concedevano le ferie al presidente della Corte d’appello, ma ci voleva un tutt’altro generedi vita, e aria e sole e moto e libertà. Il buon padre fece allora fabbricare il nuovo palazzo nella parte più ridente della città, vi aggiunse per appendice un vasto giardino, e venuto a dimorarvi, presa la giubilazione della sua carica, tutto si consacrò all’educazione e all’amore de’ figli.
Con questi cresceva un nipote, Giulio, figliuolo di un fratello più giovane del presidente, un umore bizzarro, un carattere avventuroso, che pochi anni prima era morto in America, dove si era recato per ismania di novità e anche, diceva lui, per far fortuna, avendo egli colle sue follie stremato assai le sostanze che per sua parte aveva ereditato dal padre.
Il conte presidente, alla partenza del fratello cui aveva fino all’ultimo sconsigliata, aveva preso seco il nipote, e lo aveva tenuto precisamente come se fosse suo figlio. Anzi, potè notarsi ad un punto che le cure, l’interessamento e anche l’affezione verso di lui, crebbero assai nello zio, il quale certe volte, parlandogli, guardandolo, aveva nell’aspetto, nel suono della voce, nell’espressione, qualche cosa di commosso, come un rimpianto, una pietà.
In quel frattempo il conte aveva avuto eziandio un vivo dolore. Amicissimo di lui e del fratello Armando, partito per l’America,era stato fin dai primi loro anni il marchese Leonzio Respetti-Landeri, lontano congiunto della loro famiglia, col quale i due Valneve erano cresciuti amandosi e serbandosi reciproca fiducia come altrettanti fratelli. Il figliuolo del marchese Leonzio, figlioccio del conte di Valneve, erasi dato alla carriera diplomatica, e giovanissimo ancora era addetto all’ambasciata di Pietroburgo, quando suo padre, assalito da una tremenda ipertrofia di cuore, venne in una mostruosa idropisia e assoluta paralisi che per più mesi lo tenne inchiodato sopra un seggiolone, incapace di muoversi, perfino di recare da sè stesso il cibo alla bocca. Il suo amico e congiunto Sangré, ebbe per lui le più amorose cure, e fu nelle braccia del conte che l’infelice sulla stessa poltrona a rotelle dove stava abitualmente, facendosi dal domestico spingere qua e là, morì una sera dopo una lunga conferenza che ebbero insieme Ernesto e Leonzio nello studiolo di quest’ultimo.
Ma della morte del marchese Respetti-Landeri padre, avremo in seguito ad occuparci di meglio, e allora assisteremo a quella dolorosa scena.
Ernesto Respetti-Landeri non potè tornar subito dalla Russia perchè trattenutovi da una malattia; e quando giunse a Torino, due mesi dopo, trovò che tutti gli affari della successioneerano già stati assestati dall’amico di suo padre, il presidente.
Codesti affari della successione non erano molto prosperi in verità. Il defunto marchese aveva voluto sfoggiare troppo più che i suoi redditi non gli permettessero; suo figlio lontano gli era costato assai, e in parecchie occasioni egli si era trovato costretto a incontrare debiti gravissimi e aprire certe ferite al patrimonio, da cui non aveva più saputo guarirlo.
Ernesto Respetti-Landeri aveva, al contrario di suo padre, indole severa, spirito ordinato e conoscenza molto positiva del mondo e degli uomini, cui aveva potuto sotto mille riguardi già vedere e studiare nella sua carriera diplomatica. Per prima cosa egli si assegnò la meta di ristaurare le fortune famigliari, di pagare al più presto tutti i debiti lasciati dal padre, e poi preparare alla famiglia, che voleva crearsi intorno, e lasciare ai figli suoi quell’agiatezza che avrebbe avuto egli stesso, se suo padre fosse stato più prudente, più assegnato e men vano. Diede le sue dimissioni dall’impiego, poichè pensò che per correre una brillante strada in diplomazia era necessario l’essere ricchi; cercò e seppe trovare una moglie che gli portasse una buona dote e fosse insieme leggiadra, simpatica, a cui egli non tornasse indifferentee che riuscisse capace di secondarlo nell’esistenza che voleva intraprendere; e poi si diede alla coltura delle terre, al perfezionamento della produzione vinicola e di quella dei bozzoli, e insieme al commercio di questi prodotti, che sono in realtà le vere e principali ricchezze dell’Italia. Ma per far ciò, credette opportuno lasciare il Piemonte e sopratutto Torino. Qui i pregiudizi, ancora molto vivaci allora, dell’alta e vecchia aristocrazia a cui egli apparteneva, — pregiudizi che facevano considerare come un abbassamento in uno di loro casta l’occuparsi di cose economiche e di guadagni materiali, — gli rendevano difficile, impacciata e penosa la sua condizione; ed egli prescelse andare a Milano, dove una nobiltà non feudale e punto guerriera dava da tanto tempo l’esempio di occuparsi de’ suoi affari e di provvedere al miglior rendimento del suoi possessi. Questo fatto però non sciolse nè rallentò pure il legame d’amicizia che era fra il marchese Respetti e i Valneve, e già abbiamo visto come il primogenito di questi ultimi, il capitano delle Guardie, Ernesto, andasse frequentemente a passare qualche tempo nella casa ospitale dei congiunti stabiliti a Milano.
Prima di partire da Torino, Ernesto Respetti-Landeri aveva voluto, anzi aveva creduto dover suo, rendere un servigio agli amici Sangré,liberandoli dell’opera di un loro segretario, intendente, maestro di casa,fac-totum, un volpone che, introdotto in quella famiglia, aveva saputo guadagnarsi la fiducia del conte presidente e anche della contessa Adelaide, in guisa che non solo l’andamento della casa, ma tutta l’amministrazione delle vistose sostanze era nelle sue mani, e quasi può dirsi nel suo pieno arbitrio.
Conviene che ora cominciamo a conoscere qualche cosa del passato di costui, — il quale non è altri che Matteo Arpione, già visto a comparire sulla scena del nostro dramma, — la cui esistenza e la cui storia vedremo venirsi ad intrecciare così stranamente nella storia e nella esistenza della famiglia Valneve.
Matteo Arpione era nato da una gente di quella che suol dirsi piccola borghesia, che trammezza fra la plebe e il ceto medio. Suo padre era accordatore di pianoforti e copiatore di musica, ed aveva avuta la fortuna di acquistarsi il favore delle famiglie più ricche e più importanti della città, che si servivano dell’opera sua e a cui egli cercava rendersi sempre più utile e più gradito con mille piccoli servigi fatti alla padrona, alla signorina, al figlio di famiglia, alla governante, al servo prediletto, e, se occorreva, anche colla chicca data al cagnolino favorito: un misto d’artista, d’operaioe di servo. Il buonuomo, che aveva sempre un mellifluo sorriso alla bocca anche quando gli toccava — e non era di rado — ingoiare il boccone amaro di qualche mortificazione, che teneva sempre la spina dorsale curva in un inchino perenne, anche quando veniva a colpirlo la sferzata di qualche impertinenza, sotto cui un orgoglio per mediocre che fosse, una dignità personale per quanto debole, si sarebbero rialzati con fierezza; il buonuomo, dico, menava sovente con sè, fin da bambino, il figliuolo Matteo nell’imponenza delle sale aristocratiche, in mezzo allo sfarzo più sfondolato della ricchezza; e senza pensarci lo faceva assistere allo spettacolo tentatore e seducente del massimo lusso sociale, lo esponeva alla cilecca della ghiottoneria, più eccitata che soddisfatta in certi bocconi d’asciolvere, di merenda, concessi a padre e figlio nella credenza piena di camangiari, di frutte, di delicature, la cui vista e i cui profumi solleticavano potentemente; gli faceva infelicemente vedere suo padre umiliato, abbassato, degradato innanzi a un patrimonio, a un titolo, alla stessa servitù ignorante, oziosa, petulante, ben pasciuta, della ricca nobiltà. Per uno di quei contrapposti che si trovano così spesso nella natura umana, il povero accordatore di pianoforti, così umile, così sommesso, così paziente,aveva dato la vita a un figliuolo pieno di ambizione, di avidi desiderii, d’orgoglio individuale. La vista di quelle ricchezze, di quei godimenti, di quei vantaggi sociali, tanto in contrasto colla misera, abbietta sorte a lui toccata, destò in Matteo ancora bambino, e fece sempre più forti in lui giovinetto, un’acre invidia, una maligna gelosia, un odio tanto più vivace quanto più impotente, contro i felici del mondo, contro l’ordine sociale che loro guarentiva il godimento di tanti beni, contro le istituzioni che stabilivano, mantenevano, afforzavano una simile condizione di cose.
Com’è tanto facile a succedere, Matteo si domandava perchè a quei tali la sorte avesse concesso cotanto — tutto — e a lui nulla; e poichè nè lui nè altri non sapeva trovare a questa domanda una risposta che lo soddisfacesse, egli ne conchiuse: che nel mondo regnava iniquamente l’ingiustizia, che i rapporti sociali erano in balia d’un prepotente arbitrio, che i quattro quinti del genere umano erano oppressi da una tirannia continua, permanente, assai più terribile e detestabile della politica, la tirannia economica, che era non solo un diritto, ma un dovere nei defraudati alla ripartizione dei beni comuni l’insorgere e abbattere un così iniquo e illogico stato di cose; insomma adottò e sbraitò tutte le più acceseopinioni e massime dei più audaci sovvertitori dell’attuale ordinamento sociale. Per fortuna della sua tranquillità, il padre morì presto, senza conoscere del tutto le credenze e le aspirazioni del figlio cui egli avrebbe con sacro orrore giudicate empie, abbominevoli, degne di severa condanna e per lo meno del manicomio; morì credendo di lasciare il suo Matteo in condizioni abbastanza prospere, con un modesto capitale da lui raggranellato alla lunga e stentatamente a forza di economie e con un considerevole numero di buone pratiche pel suo mestiere nella migliore società torinese, poichè egli aveva avviato il figliuolo nella sua professione, ed il figliuolo, per non disgustare il padre cui in verità amava di molto, vi si era adattato.
Ma appena fu solo, Matteo s’affrettò a dare un calcio a quel mestiere e rinunziare assolutamente a quel genere di guadagno, per quanto la sua capacità — che ne aveva dimolta — e la memoria e il nome di suo padre lo facessero ricercare. Egli aveva ricevuta una istruzione monca, incerta, interrotta, di quelle che servono a dare un’infarinatura di parecchie discipline, e non riescono a far sapere nulla positivamente e fondatamente; aveva un ingegno vivace, una acuta furberia sopratutto, molta stima di sè stesso, temeritàpari, e credette di poter riuscire in qualunque cosa imprendesse. Ne provò molte, non ebbe buon successo in nessuna: volle farsi editore di musica e fallì, tentò una piccola impresa di spettacoli musicali in un teatro secondario e non potè andare al termine della stagione, fondò un giornale teatrale e non potè continuarlo per tutto l’anno, mancandogli compratori ed associati, si fece agente o mezzano di scritture per artisti d’opera e di ballo, ma non ebbe a suoi clienti che quelli d’infima classe che lo pagavano male o niente del tutto. Si arrabbiò, s’inasprì, finì per istancarsi di lottare così inutilmente contro la sorte; disperò dell’avvenire, divenne più socialista, più comunista che mai, si vantò che fra sè e la società sarebbe sempre guerra a morte, e intanto, per consolarsi, per istordirsi, s’abbandonò ai bagordi, alla vita più dissoluta, alle compagnie le meno oneste; e nelle orgie, e nel vizio finì di consumare affatto quel poco che gli era ancora rimasto delle modeste economie paterne.
Pareva del tutto perduto, quando un fatto naturalissimo, ma che nessuno dei suoi conoscenti si sarebbe aspettato in lui, venne a fare nella vita di Matteo una compiuta rivoluzione.