XXVI.

XXVI.

Era ormai l’alba quando Alfredo uscì dalla casa abitata dalla baronessa. Aveva indosso un malessere profondo, un’irritazione strana, un turbamento complesso, confuso, quale non aveva provato mai. Il sangue gli sussultava ancorae gli accendeva desideri, che, insoddisfatti, gli erano tormenti; la materia parlava forte con acri tentazioni, lo spirito si rincantucciava, per così dire, sbalordito, indolenzito, malvoglioso, sfiduciato, caduto in una specie di degradazione. Sentiva dileguatosi, offeso l’ideale d’amore della sua gioventù, accarezzato con tanta virtuosa ardenza dell’anima non volgare; ne provava un certo dolore, ma muto, nascosto, quasi inconscio, e s’arrabbiava di non averne vergogna e disperazione. La spregevole emozione della corrotta voluttà lo attirava. Come! Lui che aveva voluto fare del suo cuore un altare alla donna che avrebbe stimata degna dell’amor suo, ora si sarebbe abbandonato agli amplessi d’una sirena dei sensi, che l’onesto istinto gli faceva pensare a dispetto di tutto una creatura avvilita? ed egli anzi la desiderava, tanta degradazione, vi anelava, soffriva di non esservi ancora precipitato? Chi glie l’avrebbe detto un giorno! Sentiva moralmente, e anco pienamente perfino, quell’amarezza, quel disagio, quella penosa prostrazione che sente un libertino novizio dopo una notte di orgia, quando rincasa, colle membra e l’animo fiacchi, la bocca allappata disgustosamente e un infinito fastidio di tutto e di tutti, cominciando da sè.

Nella strada non c’era nessuno. Il conte di Valneve e Pietro Carra, visto partire il ducacoll’Anviti e i due uomini di scorta, avevano aspettato ancora un poco, e poi, persuasi che il Camporolle sarebbe rimasto fino a giorno là dove gli era stato lasciato il campo libero, se n’erano andati per riposarsi alquanto e fare poi i pochi preparativi che occorrevano alla partenza.

Alfredo s’avviò di buon passo anch’egli verso casa, per cambiarsi in fretta di abiti, chè appena glie ne restava il tempo, e recarsi quindi dal conte Ernesto.

Ma nel suo alloggio trovò tutti i suoi dipendenti levati ad aspettarlo inquieti, e più inquieto di tutti un uomo che era quello venuto a mettere la casa in allarme a ora tarda della notte, che non s’era più mosso e che nell’attesa percorreva agitato, a gran passi, il salotto, accrescendo l’impazienza, i timori, le smanie, a ogni momento che passasse.

Quell’uomo era Matteo Arpione.

Appena Alfredo comparve, un’esclamazione di gioia con cui lo salutò il domestico nell’anticamera, ne annunziò l’arrivo a Matteo il quale si precipitò colla massima premura all’incontro del giovane.

— Ah finalmente! — esclamò egli trovandosi di fronte al Camporolle; e aveva la voce e le mani che tremavano dall’emozione. — Ah! che brutta, tremenda notte ci ha fatto passare, signor conte!

Questi, per l’addietro, non aveva mai accolto quell’uomo con molta espansione di tenerezza; le maniere di Matteo verso di lui erano d’una umiltà così sottomessa e poco dignitosa che al giovane certe volte facevano perfin rabbia; e insieme a ciò eravi nella figura, nei tratti, nel tutt’insieme di colui qualche cosa che gli ripugnava, senza ch’egli sapesse spiegarsene il perchè. Ora, da quello che glie ne aveva detto Ernesto Sangré, Alfredo credeva di avere finalmente scoperto quel perchè, subodorato dapprima dal suo generoso istinto. Quindi il modo con cui quella mattina egli accolse il vecchio, non più solamente freddo e riserbato, ma fu addirittura sprezzoso e crudele.

— Signor Arpione, — gli disse squadrandolo dalla testa ai piedi, — dopo quello che ho appreso di voi, una completa spiegazione è assolutamente necessaria. Ho diritto di sapere, e lo voglio, che uomo è quello che tratta i miei interessi e ch’io ricevo colla famigliarità d’un vecchio servo in casa mia; chè se quell’uomo non è degno della stima dell’onesta gente, non è degno neppure nè di servirmi, nè di varcare la soglia della mia abitazione.

Matteo nella sua faccia terrea e perfino nella sua fronte di pergamena divenne a un tratto di un rosso cupo, che poi tosto si dileguò per lasciare luogo a un pallore grigiastro, color dicenere; una contrazione delle guancie e delle labbra, un umido bagliore degli occhi affondati rivelarono in un baleno il subito morso in lui d’un acutissimo dolore; ma fu un vero baleno; la fisonomia di quell’uomo tornò nella sua fredda indifferenza abituale, e come se non avesse udito nemmanco quelle fiere parole, trascurando affatto il proprio tormento, egli non volle vedere che il turbamento e la pena del giovane, rivelati dal pallore e dall’accasciamento.

— Ma Lei, conte, non si sente bene questa mattina, — disse con premura. — Mi faccia la grazia; cominci per andare a letto a riposarsi...

Alfredo lo interruppe con superbo disdegno:

— Non avete intese le mie parole?

— Sì, signor conte... Io le darò ogni spiegazione che può desiderare... Vedrà! Non ha punto da inquietarsi. Ma intanto quello che preme di più è che Lei si metta a letto, si riposi, si curi...

— Avete in pensiero di fermarvi un poco a Parma? — domandò il giovane, coll’intenzione di mostrare affatto che non badava alle parole di quell’uomo.

— No: — rispose Matteo. — I miei affari non mi lasciano fare assenze lunghe... a meno che Lei abbia bisogno dell’opera mia... Alloradisponga pure del mio tempo e di tutto me stesso... Già sono venuto qui apposta per Lei...

— Sì? — interruppe più sprezzante che mai il conte di Camporolle. — Credevo invece che foste venuto pel conte di Valneve.

— Anche per lui, è vero... Ma quello non è che un accessorio... Avevo determinato già di venire presso di Lei, perchè ho bisogno di parlarle... quando la famiglia Sangrè mi fece sapere occorrerle un messo fidato e intelligente da spedire qui al conte Ernesto.

— E avete accettato d’essere voi codesto messo fidato e intelligente?

Matteo finse non avvertire o non avvertì l’ironia con cui erano dette queste parole e rispose seriamente:

— Sì, signor conte... Anche con quella famiglia sono legato da lungo tempo... sono stato suo uomo d’affari, suo intendente, suo ragioniere... e ho conservato la fiducia del nobile conte padre... Or dunque, se Lei, conte Alfredo, non ha bisogno della mia presenza qui...

Il giovane fece un atto sprezzoso ad accennare che non aveva neppur l’ombra di tal bisogno.

Matteo continuò:

— Appena io avrò detto a Lei tutto quello che mi preme, che assai mi preme di dirle, appena avrò comunicato al conte Ernesto quelloche la famiglia gli manda a dire per me, io me ne ripartirò.

— Il caso vuole che nè a me nè al conte di Valneve voi non possiate parlare così presto.

— Perchè?

— Perchè stiamo per partire ambedue...

— Da Parma?

— Sì.

— Per dove?

— Ah! siete troppo curioso.

— E non tornerà più qui? — domandò Matteo con accento in cui si travedeva una lieta speranza.

— Ci tornerò sicuro, appena finito l’affare per cui accompagno Valneve.

— Ah! gli è per un affare del conte Ernesto che partono!... Che sì che l’indovino.

— Sareste bravo!

— Gli è per battersi con quell’ufficiale austriaco col quale è cominciata fin da Milano la nemicizia...

— Oh come siete bene informato!

— È la famiglia che sa tutto, che vuol impedire codesto duello, che mi ha mandato apposta.

— Troppo tardi: — si lasciò scappare Alfredo.

— Ah dunque gli è proprio per codesto che loro partono: — esclamò Matteo. — Partonoper battersi fuori di Parma, fuori del ducato; e Lei, conte Alfredo, accompagna il conte Sangrè per servirgli da testimonio?... Ma no; questo non può essere, non sarà. Il conte Ernesto non ha da battersi. Ho promesso a suo padre che l’avrei impedito ad ogni costo.... E Lei poi... Lei, conte Alfredo, non deve esporsi in nessun modo... Si può correre qualche pericolo, e io non voglio, non devo lasciare...

Alfredo lo interruppe superbamente.

— Voi, per prima cosa, non dovete immischiarvi nelle mie faccende... Ve lo proibisco assolutamente.

Matteo tremava in preda ad una vivissima emozione.

— Oh la supplico: — disse giungendo le mani.

— Basta! — gridò il giovane. — Al mio ritorno, se sarete qui ancora, o per lettera se sarete partito, avremo insieme quella spiegazione che esigo ad ogni modo. Ora non ho più tempo da darvi, nè anche un minuto... Lasciatemi.

E ciò detto il Camporolle si ritrasse nella sua camera per mutarsi di abiti sollecitamente e affrettarsi poi alla locanda dove era Valneve.

Matteo rimase un momento lì come sbalordito; poi si percosse la fronte e disse a sè stesso quasi in accento di comando:

— Presto dal Sangrè!... Su lui potrò forse qualche cosa di più, grazie a quel pagherò...

E corse sollecito verso la locanda in cui aveva preso alloggio Ernesto di Valneve.


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