XXVII.
Matteo Arpione giunse correndo alla locanda, ma sulla soglia di essa si fermò con un moto di sorpresa, trovandosi a fronte di un uomo avvolto in un gran mantello, che, venendo sollecito anch’egli dall’altra parte della strada, stava per entrare eziandio nel portone dell’albergo.
— Tu qui! — esclamò egli.
— Voi zio! — rispose quell’uomo con un’esclamazione di uguale se non maggiore meraviglia. — Voi a Parma! E non m’avete fatto saper nulla! E non siete venuto in casa mia!
— Zitto, Pietro! — disse Matteo. — Ricordati quel che t’ho detto già più volte, e che ora sono obbligato a ripeterti con ancora più calda preghiera: che tu non mi abbia da riconoscere per zio, che in presenza della gente io debba esserti come affatto estraneo.
— Ah! — disse con amarezza quell’uomo, il quale non era altri che il sellaio PietroCarra. — Voi vi vergognate dunque molto d’essere stato congiunto alla nostra famiglia!
— No, non è questo, te lo assicuro.
Il giovane continuava con calore, le guancie leggermente arrossate:
— La famiglia di mio padre, se povera e popolana, fu sempre onestissima, e quella di mia madre voi l’avete pur conosciuta per bene. Erano tre sorelle fior di bellezza e di virtù....
— Sì, sì davvero: — interruppe Matteo con qualche emozione. — Lo so io, meglio di qualunque altro, e nella mia determinazione a questo riguardo non c’entrò mai per nulla il menomo motivo che possa far torto alla memoria di quelle tre brave donne.
— È forse per mia cugina Carlotta che è qui ora come ballerina?... Sareste venuto per ciò?... Vorreste aiutarmi a trarla da quella vita? Ah! io sarei disposto a far di tutto per levarla dal sciagurato abisso in cui quella sconsigliata è caduta... Per me, vedete, l’onore, la dignità della persona e del nome, prima di tutto.
— No, no, — rispose l’Arpione, — non sono venuto per codesto... Ti dirò anzi schiettamente che quella Carlotta io non la conosco neppure di vista e non voglio tampoco vederla, e non me ne importa un bel niente. Sono venuto per tutt’altro; come sono ben altre le ragioni che m’hanno fatto pregarti e mi fanno ora ripeterela preghiera di non lasciare scoprire in nessun modo a nessuno le nostre relazioni di parentela. Un giorno forse te le dirò; non son ragioni che possano menomamente offendere te e i tuoi: sono determinate da certi miei progetti, da scopi che proseguo... In ogni modo mi fa piacere di averti visto e in buona salute. Ora vattene tu pei fatti tuoi, e io vado pei miei. Addio.
Entrò nel portene, ma il Carra gli tenne dietro.
— I miei fatti, — disse, — mi obbligano appunto a venir qui dove entrate anche voi.
— Davvero!
Il portinaio che vide entrare questi due a un’ora sì mattutina, andò loro incontro e domandò chi cercassero.
— Il conte di Valneve: — rispose sollecito Matteo.
— E anch’io: — aggiunse Pietro stupito non poco.
— Sanno il numero del quartiere? — domandò il portinaio.
I due risposero affermativamente.
— Vadano pure: — continuò il custode. — Il conte m’ha detto appunto che sarebbero venuti in due a cercarlo di buon’ora.
Matteo e Pietro s’avviarono insieme su delle scale.
— Andate anche voi dal conte Sangré? — disse quest’ultimo.
— Sì, certo, — rispose l’altro, — e c’è meno da stupirsi di me che di te, il quale non so davvero come possa conoscere quel giovinotto torinese.
— L’ho conosciuto ieri sera, in casa appunto della Carlotta.
— La Carlotta! tua cugina!... Oh bella! Sarebbe dessa mai per caso quella ballerina per cui hanno scritto da Milano al conte di Valneve padre esser nata una sì accesa rivalità fra il figlio di lui e un ufficiale austriaco?
— Pur troppo! — sospirò Pietro. — E ieri sera ho avuto il bel piacere di vedermeli a capitare tuttedue, là in casa di quella disgraziata, i rivali.
— E successe fra di loro una scena dietro la quale si sono sfidati, non è vero?
— Appunto.
— E questa mattina devono partire ambedue da Parma per andarsi a battere?
— Precisamente... Ma come sapete voi?...
— E forse che tu hai da prenderci parte?
— Proprio: il conte di Valneve mi ha fatto l’onore di scegliermi a uno de’ suoi testimoni, ed io mi sono affrettato ad accettare.
Matteo notò allora sotto il mantello di Pietro una certa punta che sporgeva.
— E scommetto che lì sotto, — disse, — in quel viluppo ci hai delle armi.
— Avete indovinato.
— Spade?
— No, sciabole: il tedesco non ha voluto accettare la spada... Ho qui quattro sciabole che sono davvero il fiore delle sciabole. Il mio compare Ludovico, lo spadaio, mi ha dato quel che aveva di meglio, e lui ha tutta roba eccellente.
— E tu partirai col conte di Valneve?
— Sì.
— Per dove?
— Per Castel San Giovanni: — si lasciò sfuggire Pietro Carra.
— Ma non hai pensato che tu sei padre di famiglia, che in codesto ci possono essere dei pericoli, e ci saranno sicuramente delle conseguenze poco piacevoli per tutti coloro che vi si immischiano?
— Ho pensato che sarebbe stata quasi una viltà lasciare nell’imbarazzo quel bravo conte piemontese: e io non voglio che si possa dire di me che ho mostrato pusillanimità.
— Oh lo so che testa e che carattere hai!...
Non potè continuare, perchè erano giunti al quartiere del conte di Valneve, e Pietro, aprendone l’uscio, si trovò in faccia il conte medesimo che stava per uscire.
— Oh bravissimo mio signor Carra! — esclamò il giovinotto, che non fece nessuna attenzione in quel primo momento alla presenza di Matteo. — Lei è il primo. Cominciavo a trovare un po’ lunga l’attesa... Già io sono d’indole poco paziente... e venivo fuori a vedere se i miei nuovi amici giungevano.
Così dicendo rientrò nell’appartamento, e il Carra e l’Arpione ve lo seguirono.
— Ho dovuto svegliare mia moglie per avvertirla della mia partenza: — disse Pietro; — perchè la povera donnina sarebbe stata troppo inquieta sapendomi partito senza conoscerne nè il perchè, nè il come...
— E così Lei le ha detto tutto?
— Sì signore; ma non tema, sa. Mia moglie non è una donnuccia volgare, e sa tenere un segreto. Ah, oso dire che di creature come quella lì non ce n’è dimolte al mondo. Essa non vive che per la sua famiglia, per me e pei nostri figli, e ci ha nel suo cervellino tanto buon senno che io non faccio mai nulla di nulla senza domandargliene a lei avviso e consiglio; e me ne trovo sempre contento d’averlo domandato.
— Me ne rallegro.
In quella, Pietro aveva tratto di sotto al mantello il fascio delle sciabole e depostolo sopra una tavola.
— Ah qui sono le armi? — disse il conte Ernesto, sciogliendo il fascio e prendendo in mano l’una dopo l’altra le sciabole.
— Sì, signore: — rispose il Carra. — Anche questo m’ha fatto indugiare un poco. Ho dovuto far saltare giù dal letto l’armaiuolo, e poi tuttedue insieme abbiamo scelto colla massima attenzione le lame migliori.
— E hanno scelto bene! — esclamò Valneve, il quale con occhio di conoscitore esaminava le armi, ne faceva piegare le lame, ne tastava col dito il taglio e la punta, ne provava, brandendole, l’impugnatura e l’equilibrio. — Sì, davvero! Non si può desiderare di meglio. Ora dunque non ci manca più che il conte di Camporolle... il quale spero non vorrà tardare dimolto, — soggiunse sorridendo, — quantunque la notte che ha passata gli faccia forse un piacere e un bisogno del riposo...
A questo punto Matteo, rimasto in un canto, si fece innanzi e disse:
— Signor conte, appunto mentr’Ella aspetta quel signore, potrebbe accordarmi i cinque minuti di colloquio che ho avuto l’onore di domandarle ieri sera?...
Ernesto lo interruppe con quel tono di disprezzo con cui Alfredo lo aveva sentito a parlare a Matteo la sera innanzi.
— Ah siete voi?...
— M’ha detto di tornare questa mattina...
— E ora vi dico di tornare questa sera...
— Ma se Lei parte...
— Tanto meglio e così non mi troverete... Oh non la capite che non voglio sentirvi, che non voglio aver nulla da fare con voi?
— Signor conte, — rispose umilmente Matteo, — io non domanderei di meglio che non darle oltre fastidio; ma ho una missione da compiere da parte della sua famiglia e le domando questo colloquio in nome del suo signor padre... Ho poi qui una carta che dovrebbe avere qualche influenza sulle sue determinazioni a questo riguardo.
E da un suo portafoglio trasse fuori e mostrò ad Ernesto un fogliolino in forma di cambiale.
Valneve arrossì un poco e bruscamente disse:
— Ebbene sia, venite di qua... Mi scusi, signor Carra: spero sbrigarmi in un momento ed essere subito di nuovo da Lei...
E passò nella camera vicina seguìto da Matteo Arpione.