XXVIII.

XXVIII.

Appena soli nell’altra stanza, Ernesto di Valneve si volse a Matteo con voce aspra e sdegnosa:

— Avete dunque con voi quel miopagherò?

— Scaduto da cinque giorni! — disse lentamente e spiccatamente l’usuraio.

Il conte arrossì.

— Avete ragione.... Avrei dovuto pagare.... Ma ho avuto tante cose per la testa....

— Ha fatto tante altre matte spese a Milano!...

— Siete bene informato dei fatti miei, compar Matteo! — esclamò Valneve con dispettosa ironia.

— Ella deve sapere quanto interessamento ho sempre avuto per tutto quello che riguarda Lei e la sua nobile famiglia.

Il giovane gli troncò le parole in bocca con un atto di sdegnosa impazienza.

— Insomma, — disse, — e l’ho subito indovinato ieri sera al primo vedervi, siete venuto fin qui per farvi pagare?

— Con questa occasione, sicuro che avrò caro di esigere subito quel che mi viene... Vivo anch’io negli affari; Lei sa, ho i miei obblighi,le mie passività, le mie scadenze ancor io, e si fa calcolo su quanto possiamo introitare per...

— Ditemi un po’ la verità, se pur ne siete capace, — interruppe il conte. — Voi avete parlato a mio padre e a mia madre di questo mio nuovo debito?

Matteo si pose una mano sul petto.

— No, davvero, in fede di galantuomo...

— Prendete un’altra formola di affermazione, se volete che vi creda.

— Se avessi loro detto del suo debito, il signor conte e la signora contessa avrebbero pagato, e invece vede qui il suopagherò...

— Ah ecco un buon argomento. Sì, è vero, quei cari e buoni genitori miei, anche mercè ogni sacrifizio, avrebbero pagato...

— Lei, signor conte, mi aveva fatto giurare che non avrei più detto nulla alle loro eccellenze il conte e la contessa: e vede se io mantengo il mio giuramento...

— V’avevo minacciato, se voi lo violavate, di bastonarvi di santa ragione.... e lo farei, e lo farò se mai...

— Ah signor conte! Un gentiluomo come Lei non s’abbassa a queste violenze...

— Provatevi e vedrete... Mi ci abbasserò davvero! Poveri miei genitori! Ho già dato loro tanti dispiaceri e tanti danni!... E pensareche una delle cause, la prima e forse la più efficace, siete stato voi!... Quando mi viene in mente quello che voi avete fatto di me... giuraddio!

Matteo si ritrasse in fretta al fondo della camera.

— Signor conte!...

— Non aver paura... Oggi non sarebbe più che una magra soddisfazione.... Ma come avvenne che mio padre ha pensato di dare a voi un incarico qualunque per me, come mi dice il suo bigliettino che mi avete consegnato ieri sera?

— È stato per intermezzo del mio vecchio amico Tommaso.

— Ah sì, quel buon uomo. È a lui stesso che andiamo debitori della bella fortuna che voi abbiate posto il piede in casa nostra!

— Signor conte, io ho sempre cercato di servire fedelmente e con zelo la sua famiglia.

— Alto là! Non cantatemi di queste arie che mi fareste uscir dai gangheri... Or dunque che cosa c’è entrato quello scimunito di Tommaso colla missione datavi da mio padre per me?

— Il signor conte padre aveva ricevuto dal marchese Respetti una narrazione particolareggiata di quanto è successo a Milano fra Lei e quell’ufficiale austriaco, e per conclusione la notizia che ambedue loro erano partiti perParma dietro alla ballerina, cagione della contesa...

— Quel benedetto cugino è un grande imprudente. Agisce sempre colle migliori intenzioni del mondo, ma la indovina di rado. In questo modo egli s’è creduto forse d’impedire dei guai, e non è riuscito che a dare a mio padre e a mia madre un nuovo dispiacere che loro si poteva forse risparmiare.

— Il dispiacere sarebbe stato maggiore quando avessero appreso che un duello aveva avuto luogo...

— Eh! che lo si sarebbe potuto loro nascondere...

— E se con esito fatale?

— Per me? Oibò!... E poi in questo caso non avrebbero avuto per giunta che le ansie dell’aspettazione.

— Ma il marchese ha calcolato, e giustamente, a mio avviso, che l’autorità di suo padre, a cui Ella, signor conte, fu sempre tanto ossequente, l’avrebbe condotta a non cimentarsi in questo duello.

— Mio cugino Ernesto, convien dirlo, ha sempre delle buonissime idee! — esclamò con garbata ironia il Sangré, quasi parlando a se stesso; e poi cambiando tono per riprendere tutta la sprezzosa alterigia con cui parlava a Matteo:

— Ma voi dunque, in tutto questo, come avete trovato modo di entrarci?

— Ho incontrato per caso il mio buon amico Tommaso...

— E quel vecchio ciarlone vi ha spifferato tutto!

— Egli era così preoccupato, così afflitto!... Vossignoria sa quanto egli, quasi nato, cresciuto e invecchiato nella nobile famiglia Sangré, sia affezionato, devoto ai suoi buoni padroni...

— A voi parve util vostro, — interruppe disdegnosamente al solito il conte Ernesto, — di ficcare lo zampino qui in mezzo.

— Io aveva appunto da trattare con Lei quest’affare delpagherògià scaduto...

— Cospetto! Vi siete spaventato all’idea che un colpo di spada o di pistola potesse portarvi all’altro mondo il vostro debitore e il vostro credito...

— Oh! Lei non può disconoscere che io abbia pur sempre avuto un grande affetto, un grande interessamento per Lei e i suoi nobili parenti...

— Oh sì!... Ne avete dato luminose prove... E per codesto mirabile interessamento siete andato da mio padre ad offrirvi messaggiero.

— Io non sapeva neppure che Vossignoria si trovasse qui in Parma... Pensai subito cheanche pel mio piccolo interesse non potevo far meglio di venire direttamente a parlarle a viva voce, e dissi quindi umilmente al signor conte padre, che, essendo appunto costretto per certe mie bisogne a venire in questa città, io mi metteva ai suoi ordini per tutto quello che gli potesse occorrere.

— E allora il buon vecchio vi ha dato per missione di venire qui e impedire in ogni possibile modo il mio duello.

— Sì, signore.

— E voi ci avete guadagnato, per prima cosa, di farvi pagare da mio padre le spese tutte di viaggio.

— Oh signor conte; io non l’avrei voluto, ma la innata grandiosità di Sua Eccellenza il conte padre...

— Ma la disgrazia vuole che dei due scopi della vostra venuta, voi non ne possiate conseguire neppur uno.

— Come?

— Quello d’essere pagato del vostro credito usuraio verso di me, no; perchè v’assicuro che non ho nemmeno il principio della somma...

— Troveremo qualche aggiustamento: — susurrò a mezza voce Matteo.

— Quello d’impedire il duello neppure.

— Che dice? La preghiera di suo padre?...

— Arriva troppo tardi. Ieri essa avrebbe potutotrattenermi... forse! Ma oggi, dopo la sfida corsa, non c’è cosa nè sulla terra nè in cielo che valga a farmi dare indietro. E conosco troppo mio padre per essere certo, che anch’egli, sapendo come stanno le cose, invece di volermene impedire, sarebbe il primo a dirmi: «Va e fa il tuo dovere di ufficiale e di gentiluomo.»

— Ma pensi alle triste conseguenze che può avere quello scontro; suo padre ama di certo tutti i suoi figli, ma per Lei, che è il primogenito, ha una vera predilezione; sul capo di Lei ha posto maggiori e più vicine speranze; e se Ella gli fosse tolta così crudelmente...

Ernesto si passò un momento la mano sugli occhi.

— Povero padre! — esclamò commosso. — Soffrirebbe certo e di molto... Ma egli soffrirebbe pure se un suo figlio commettesse il menomo atto di viltà... — Cambiò tono di nuovo, e con maggiore asprezza soggiunse: — Insomma, ogni vostra parola è inutile, compar Matteo, e siccome io non ho altro tempo da perdere, così vi dico di lasciarmi in libertà.

— Ma, signor conte, Lei che è pure tanto buono e generoso, pensi un poco anche a me, ai miei interessi...

Sangré lo interruppe con disprezzante ironia:

— Sicuro! sarà per conservare a voi un prezioso debitore che farò una macchia allostemma dei Valneve... Miserabile! fuori subito da’ miei piedi...

— Signor conte! — esclamò l’usuraio con una certa impertinenza: — ilpagheròè scaduto da cinque giorni...

Ernesto arrossì, parve voler prorompere in qualche atto o alcuna parola di violenza; ma si frenò; si levò quasi con uno strappo dal panciotto la ricchissima catena d’oro coll’elegantissimo orologio attaccatovi e li gettò con mossa di sommo disprezzo nelle mani di Matteo.

— Prendete, — gridò. — Servirà per un acconto... E ora liberatemi dalla vostra presenza, se non volete che vi scacci con un bastone o collo stivale.

Aprì l’uscio: nella stanza precedente con Pietro Carra si trovava Alfredo di Camporolle, il quale si avanzò sollecito verso il suo nuovo amico. Matteo Arpione chinò gli occhi, strinse in pugno quegli oggetti d’oro, fece una riverenza umilissima e senza aggiungere una parola se ne partì. — Giunto nella strada, prese con passo sollecito il cammino verso l’ufficio centrale della Polizia.


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