XXXI.

XXXI.

Era venuta di que’ giorni a Torino una giovane parmigiana, Giuseppina Landi, a cercarvi sostentamento come maestra di pianoforte. Nella sua famiglia erano tre sorelle, che, rimaste orfane, avevano dovuto provvedere a sè stesse. Giuseppina, che era la prima, conoscente abbastanza profonda di musica e abile assai a suonare il piano, aveva subito cercato di trar profitto da queste sue capacità e propostosi di dar lezioni a signorine; ma invano a Parma aveva aspettato che si ricorresse a lei, invano s’era offerta qua e là, tentando attirare allieve colla modicità dei prezzi: non le era riuscito di averne che tanto poche da non bastare nemmeno all’assistenza di lei, figurarsi a quella delle sorelle minori!

In quella, alcuno venne a suggerirle di recarsi a Torino, dove la smania di far imparare a suonare il piano alle ragazze cresceva sempre più, e dove, le si diceva, a quel tempo mancavano donne abili ad insegnar la musica, mentre nelle famiglie assai più volentieri si sarebbe introdotta presso le ragazze una maestra che un maestro. Giuseppina esitava dimolto ad abbandonarecosì la sua città natale e a separarsi dalle sorelle a lei carissime, quando il caso venne a disporre le cose in modo da levargliene ogni scrupolo e spingerla efficacemente a quel partito. La secondogenita, Amalia, fu chiesta in isposa da un bravo, onesto e operoso bottegaio, Anselmo Carra, fabbricante e venditore di oggetti di selleria, il quale s’era invaghito della giovane e non n’era malvisto; e la terza delle sorelle, Luisa, trovò una distinta famiglia milanese, che le offrì di prenderla seco in qualità di damigella di compagnia e, avendo essa accettato, subito se la condusse con sè. Giuseppina, rimanendo quindi la sola non provvista, epperò a carico della sorella Amalia e della nuova di lei famiglia, non esitò più e si decise a venir tentare la sorte a Torino. Il cognato, Anselmo, che era d’animo buono e generoso, dopo avere cordialmente insistito per trattenerla, assicurandole che l’avrebbe avuta proprio in conto di sorella, le fece promettere che, se non le sorridesse la sorte, se trovasse troppo difficili le vicende nella nuova residenza, sarebbe subito ritornata a Parma, dove avrebbe trovata sempre la casa dei Carra aperta a riceverla come una carissima della famiglia.

Giuseppina, a Torino, fra le persone a cui venne indirizzata e raccomandata come in condizioneda poterle essere utili, ebbe occasione di conoscere anche Matteo Arpione, che nel mondo artistico musicale aveva tante attinenze pel suo vario passato di editore, d’impresario, di giornalista e di agente teatrale, e che era creduto capace di procurare alla giovane maestra l’introduzione in molte famiglie dell’aristocrazia per le relazioni che con quelle famiglie aveva avuto suo padre l’accordatore. Matteo, contrariamente alla sua indole fattasi sempre più egoistica, conosciuta la fanciulla parmigiana, prese per essa il maggiore interessamento, e impiegò, per tornarle utile, tutto il suo zelo, tutta l’attività, tutta la buona voglia. Ed era il vero che la Giuseppina doveva, quasi irresistibilmente, ispirare, a chi l’accostasse, simpatia e desiderio di giovarle, tanto l’adornavano la bellezza, la gioventù, la modestia, la sembianza, cui tutti fin dal primo sguardo riconoscevan sincera, di virtù, di bontà, d’intelligenza, di candore.

Matteo, per dirla in breve, se ne invaghì perdutamente. Non aveva praticato fino allora che donne d’infima natura, e subito, come per improvvisa illuminazione dello spirito, riconobbe la immensa distanza che separava da tutte le altre questa pura fanciulla, la grande superiorità d’animo, di costumi e di carattere che la innalzava a tanta altezza da ognuna di quelleche gli erano state famigliari. Conobbe in pari tempo quanto egli, per le abitudini, per la bassezza dei sentimenti e delle passioni a cui si era abbandonato, fosse indegno di lei, e disperò di potersi mai innalzare cotanto da meritarsi il menomo di lei favore. Tentare una seduzione non ci pensò neppure; e se fuor della presenza di lei il colpevole desiderio potè venirgliene, bastò sempre che si trovasse sotto il limpido sguardo di quegli occhi casti, sereni, innocenti, perchè tosto ogni simile idea fuggisse lontano, senza lasciare la menoma traccia.

Ma invano frattanto Matteo si adoperò quanto seppe meglio per procurare alla Giuseppina le desiderate lezioni. Egli col suo contegno, colle sue vicende, colle sue parole aveva perduto non che ogni simpatia, ma perfino la conoscenza e il mezzo d’introdursi presso le famiglie signorili e sopratutto della nobiltà, e non sarebbe riuscito addirittura a nulla se non ve l’avesse aiutato un tale che gli si era fatto amico fin da quando, ancora bambino, suo padre lo menava seco in qualche casa dove esercitava il suo mestiere, ed occupava allora il posto di cameriere di confidenza presso il presidente conte Sangré di Valneve. Tommaso era figliuolo d’uno già lacchè in quella nobile famiglia e potevasi dire nato e cresciuto nello scuro, solenne palazzo di essa; benchè maggiore di alcunianni a Matteo, era ancora in tale età da ruzzare insieme al figliuolo dell’accordatore tutte le lunghe ore che questi si fermava nel palazzo a compire l’ufficio suo sui parecchi pianoforti, e i lunghi corridoi de’ quartieri della servitù e delle dispense risuonarono forte del rincorrersi, del gridìo, del chiasso dei due monelli. Ciò aveva stabilito fra loro una famigliarità quasi fraterna, un’affezione che era durata anche dopo arrivata l’adolescenza e la gioventù, anche quando il nuovo genere di vita di Matteo era venuto sempre più allontanandolo dall’ambiente, dalle abitudini e dalle credenze e venerazioni in mezzo a cui viveva Tommaso.

A quest’ultimo dunque ricorse Matteo per ottenere alla fanciulla parmigiana la protezione della famiglia Valneve; e Tommaso, impegnatovisi, riuscì davvero a indurre la buona contessa Adelaide a raccomandare la maestra in alcune case che l’accettarono. Ma ciò non bastò ad avviare a buona fortuna i casi della giovane; e, senza scendere a maggiori particolari, dirò soltanto che un anno dopo, la poveretta, perduta ogni speranza di buon successo nella sua professione, scoraggiata, avendo avuta la virtù insidiata da troppi e troppo audaci tentativi, persuasa ormai che nulla di bene poteva più aspettarsi in questa città, determinò partirsene a un tratto, senza nè anco annunziarlo alle poche sue conoscenze.

Un giorno Matteo si presentò all’amico Tommaso con aria smarrita, dicendogli senza preamboli che egli aveva bisogno d’una certa somma per poter abbandonare Torino subito subito, la qual cosa se non fosse stato in grado di fare sarebbe stato disperato e avrebbe potuto precipitarsi. Il domestico di casa Valneve temette quasi che il suo amico avesse commesso qualche brutta azione alle cui cattive conseguenze egli ora volesse sottrarsi; ma interrogato con insistenza, Matteo finì per confessare che partiva non per altro che per correr dietro alla parmigiana, di cui era tanto innamorato da non poterne vivere lontano a niun modo.

Tommaso, che aveva buon cuore e nutriva una vera affezione per Matteo, non si fece neppure pregare di troppo per cedere, e diede all’innamorato quella somma maggiore che potè dei risparmi da lui fatti sul suo salario.

— Grazie Tommaso! — esclamò Matteo, stringendogli forte la mano. — Sta tranquillo che i primi denari ch’io possa mettere in serbo saranno impiegati a restituire quelli che tu ora così generosamente mi presti; e fossi pur anche nei paesi più lontani, in America, in Australia, te li manderò scrupolosamente.

— Come! — gli disse Tommaso. — Fai conto di andare così lontano? Non pensi di tornar più a Torino?

— Che so io quello che accadrà di me?... Dicerto Torino non mi rivedrà per un bel pezzo. E se mi parrà che la fortuna mi possa sorridere anche a casa del diavolo, mi affretterò ad andarci.

Tommaso per un anno e più non ricevette notizia nessuna di Matteo, nè alcun altro di Torino neppure udì qualcosa di lui; ma inaspettatamente ecco arrivargli un giorno la somma imprestata a Matteo con poche righe di accompagnamento, che chiedevano scusa del ritardo alla restituzione, ma non dicevano nulla delle condizioni in cui si trovava, nè della vita che faceva lo scrivente. La lettera però non veniva nè dall’America, nè dall’Australia, ma semplicemente da Lugo.

Pochi mesi dopo, il cameriere del conte di Valneve era per istrada fermato da un uomo di misere apparenze, di aspetto umile e sofferente, nel quale con grande stupore egli riconosceva l’antico amico Matteo. Questi di quanto gli fosse avvenuto nel tempo trascorso non volle dir nulla, pregò anzi con calorosa instanza il compagno perchè neppure non gliene domandasse mai.

Più tardi noi verremo forse a sapere quali vicende fossero le sue in questo frattempo e come e perchè fosse andato a Lugo.

Frattanto Matteo giurò e spergiurò a Tommaso che egli era affatto cambiato; che aveva dato tutt’insieme l’addio alla vita spensierata e viziosa del crapulone e alle sue opinioni sovversive e insensate; che s’era accorto esservi anche nello stato attuale della società due forze che valgono a tirar fuori della miseria chi le sappia con perseveranza adoperare, e queste forze sono il lavoro e il risparmio; ch’egli voleva e si sentiva la capacità di adoperare questi due mezzi e non avrebbe rifiutato fatica per quanto aspra, prove per quanto lunghe e gravi, affine di giungere a farsi un posticino nel mondo. Si raccomandò caldamente all’antica amicizia del cameriere, perchè in queste sue buone risoluzioni lo volesse aiutare.

Volle la fortuna di Matteo che in quel tempo il conte di Valneve fosse rimasto senza segretario, nè avesse trovato ancora fra gli aspiranti a quella carica alcuno che gli piacesse. Tommaso, raccomandandogli con accorta premura il povero Matteo, figliuolo dell’antico accordatore di piano della famiglia, seppe far nascere nel padrone il desiderio di provarlo come segretario, e colui che poco tempo prima era nemico acerrimo, bestemmiatore imprecante della nobiltà, della ricchezza, d’ogni distinzione sociale, entrò, provvisoriamente è vero, ma umile, modesto, sottomesso, disciplinato, rispettosissimo,obbedientissimo nell’aristocratico palazzo dei Valneve, a sostituire per esperimento il segretario mancante del conte presidente.


Back to IndexNext