XXXII.
Matteo Arpione, introdotto nella nobile e generosa famiglia dei Sangrè, seppe far così bene da rendersi in breve graditissimo ai padroni; al conte di cui interpretava a meraviglia le intenzioni e sapeva provvedere efficacemente e insieme con dignità agl’interessi; alla contessa, della quale divenne stromento abilissimo e discreto nelle beneficenze.
Venuta l’occasione — e forse il furbo aveva saputo aiutarla a presentarsi — Matteo aveva dimostrato tanta abilità nelle cose amministrative del patrimonio, nell’azienda agricola, nell’impiego de’ capitali, nella retta ed economica distribuzione dei redditi, che, due anni dopo la sua ammessione nella casa, egli regolava tutto, amministrava tutto, consigliava e dirigeva i padroni in ogni bisogna finanziaria.
Egli aveva davvero effettuato quanto aveva detto di sè a Tommaso. Mai cambiamento di umore, di abitudini e di condotta fu più radicale in un uomo di quello fatto da Matteo.
Non solo abbandonò le antiche cattive compagnie, ma non ne cercò più nessuna; visse solo, non occupandosi che di affari, taciturno, senza concedersi mai una distrazione, mai un piacere, tanto parsimonioso che la sua potè giustamente dirsi avarizia, anzi, peggiorandosi essa col tempo, una esosa avarizia. A interrompere la sua vita monotona e solitaria, intravenivano soltanto di quando in quando alcune assenze, di cui a nessuno mai egli disse la ragione, nè alcuno mai potè indovinare lo scopo, nè il luogo pure dov’egli andava.
Il suo desiderio di guadagnare e mettere in disparte del denaro era divenuta un’avidità morbosa, una smania incessante, che gli fece abbracciare il scellerato, ignobile mestiere dell’usuraio. Egli lo esercitava in segreto, perchè ben sapeva che il conte ciò non avrebbe tollerato a niun patto in uno de’ suoi dipendenti, ma con altrettanta crudeltà ed implacabile efferatezza quanta segretezza e cautela. Gl’illeciti guadagni ch’egli accumulava a capitale, nessuno avrebbe saputo impiegare più accortamente di lui per cavarne altri e maggiori proventi. Ma la parte peggiore e più colpevole egli la fece quando, obliato ogni obbligo di riconoscenza che pure avrebbe dovuto sentire verso quella casa che lo aveva accolto, verso quel generoso uomo che aveva posto in lui tanta fiducia,non ebbe scrupolo, non si sentì frenato nello avvolgere fra le sue reti e condurre a mal partito il cugino ed amico del conte, il marchese Leonzio Respetti-Landeri, e poscia, più cattiva azione ancora, il figliuolo primogenito del conte medesimo, il giovanetto Ernesto di Valneve.
Il marchese Leonzio aveva parlato vagamente di certi suoi imbarazzi finanziari all’amico Sangré, e questi, vantandogli l’abilità del suo segretario, e intendente Matteo, lo aveva consigliato di giovarsi di lui, che lo avrebbe certo saputo levare dai mali passi. Il Respetti-Landeri, per sua disavventura, accettò il consiglio, e postosi nelle mani dell’Arpione, questi gliene procurò bensì di molti denari a mutuo, ma a prezzo esorbitante, facendo figurare un ipotetico, ingordo usuraio, che in realtà era poi egli stesso.
Così pure il giovane Ernesto di Valneve, quando più tardi uscì dall’Accademia militare, sottotenente nelle Guardie a 18 anni, di cervello un po’ leggero, spendereccio, generoso, facile ad essere raggirato da amici interessati, da donne arpie, da cozzoni di cavalli e altri simili animali domestici di rapina, si trovò presto con bisogni di denaro assai maggiori di quello a cui potessero bastare gli assegni e regali che gli faceva il padre. La china deidebiti è così facile a pigliarsi, e il conte figlio la pigliò; per essa è così facile a precipitare anche da soli, figuriamoci poi quando c’è qualcheduno di dietro che vi dà la spinta, e ve la ripete anzi ogni qualvolta vi fermate o accennate soltanto di volervi fermare! E questo qualcuno per Ernesto fu Matteo Arpione.
Chi primo venne a scuotere nel conte padre la fiducia data e serbata all’Arpione, fu Ernesto Respetti, il quale, nell’esaminare minutamente gli affari dell’eredità paterna, ebbe a scoprire la parte che colui aveva avuta nei dissesti del marchese Leonzio; e non ne tacque al conte di Valneve. Matteo, interrogatone severamente dal padrone, si difese abilmente, seppe dare ai suoi atti l’apparenza di amichevole intromissione per levare d’imbarazzo il marchese; ma frattanto, persuaso che qualche traccia di dubbio e di diffidenza doveva rimanere nell’animo del presidente, rinunciò alla carica di intendente e amministratore dei patrimonio dei Valneve, dopo avere dimostrato al capo della famiglia che la sua gerenza per tanti anni era stata vantaggiosa assai all’aumento del patrimonio medesimo.
Cessato quell’ufficio, Matteo Arpione non era più capitato che raramente nel palazzo Sangré; ma non aveva però smesso dal rendere al giovane conte i suoi tristi e dannosi servigi d’usuraio.Tutti sapevano ormai che mercè questo sciagurato mestiere l’Arpione aveva accumulato vistosissime ricchezze, di cui non si poteva precisare la misura; ma nessuno sapeva poi che cosa facesse di quelle ricchezze, perchè egli viveva sempre più miseramente, con una parsimonia che era proprio avarizia.
Le cose erano a tal punto, quando il conte presidente ricevette da Milano una lettera del marchese Respetti, dalla quale fu molto impensierito. Il marchese, informato, come d’altronde tutta la società elegante milanese, di quella matta rivalità fra il cugino Ernesto e l’ufficiale austriaco, troppo temendo che a Parma, per dove erano partiti ambedue, si venisse tra loro a fatti funesti di dolorose conseguenze, aveva creduto suo obbligo lo scriverne al presidente, perchè sapeva che ad un comando e tanto più ad una preghiera del padre, Ernesto non avrebbe resistito, essendo che egli avesse per lui la maggiore riverenza e il più caldo affetto che possa albergar mai in animo di buon figliuolo.
E davvero che il conte padre si meritava da tutta la famiglia quella specie di culto ond’era circondato, perchè, come uomo, come parente, come magistrato, non vi fu mai chi potesse venirgli posto innanzi per bontà, per equità, per dignitosa e austera condotta, per naturale e zelante esercizio di tutte le maschili virtù. Egliincarnava il tipo del vero gentiluomo, che della distinzione del grado, del privilegio della ricchezza, dell’eccellenza dell’educazione, della superiorità sociale si serve a dare più luminosi esempi di cuor generoso, di animo leale, di amor patrio e di squisita elevatezza di onore. La moglie e i figli lo adoravano, i suoi dipendenti e tutti quelli che avevano con lui qualche attinenza, lo veneravano; nella magistratura, nel foro, alla Corte, nei saloni, per la città tutta, il suo nome era emblema di ogni elevatezza, d’ogni nobiltà.
I figli erangli, come ben si può pensare, carissimi; nè i dispiaceri che già gli aveva dati la scapataggine di Ernesto avevano diminuito d’un punto l’affetto che aveva pel suo primogenito; onde è facile a pensarsi l’inquietudine che in lui destò la lettera del Respetti. Voleva partire egli stesso, ma la contessa Adelaide colle sue preghiere riuscì a trattenerlo. Da qualche tempo la salute di lui era assai male avviata, e quel viaggio, le emozioni a cui sarebbe andato incontro, l’avrebbero dicerto e troppo peggiorata. Il conte, a cui la sua debolezza ispirava pure il timore di non poter resistere a quella prova, finì per arrendersi alle ragioni della moglie, e insieme con questa si diede a cercare chi spedire al figliuolo perchè nelle proprie di lui mani consegnasse gliscritti ammonimenti paterni e li rincalzasse colla viva parola. Il secondogenito Enrico era troppo giovane, poco meno lo era il nipote Giulio e d’altronde non atto a sì difficile missione, e nessun altro in quel punto soccorreva alla mente dei due genitori, quando si presentò e venne ad offrirsi da sè per quell’ufficio Matteo Arpione, il quale dall’ormai vecchio Tommaso, divenuto un ciarlone, aveva inteso dei pericoli del contino Ernesto.
Abbiamo veduto come Matteo tentasse adempiere la sua missione e a che cosa riuscisse; il conte padre intanto e l’amorosissima madre di Ernesto stavano in una penosissima inquietudine aspettando le novelle, quando loro giunse un bigliettino dell’Arpione in cui lessero:
«Tutte le mie parole erano state inutili presso il contino Ernesto: egli anzi questa mattina era già partito per la frontiera dove il duello era stato fissato avesse luogo. Ma io, ciò non ostante, ho trovato il modo di impedire affatto ogni scontro, e posso assicurare V. E. che il signor conte suo figlio,non potrà battersi!Siccome io partirò domani stesso, mi riservo di venire a narrarle io medesimo tutti i particolari.»
«Tutte le mie parole erano state inutili presso il contino Ernesto: egli anzi questa mattina era già partito per la frontiera dove il duello era stato fissato avesse luogo. Ma io, ciò non ostante, ho trovato il modo di impedire affatto ogni scontro, e posso assicurare V. E. che il signor conte suo figlio,non potrà battersi!Siccome io partirò domani stesso, mi riservo di venire a narrarle io medesimo tutti i particolari.»
Gli amorevoli genitori furono rassicurati da questa così positiva affermazione; ma il contepadre fu però preoccupato non poco intorno al modo che il suo mandatario avesse trovato e praticato per impedire il duello.
E quella stessa sera un giornale autorevole di Torino pubblicava fra le ultime sue notizie la seguente:
«Siamo informati che ieri alla nostra frontiera verso il ducato di Parma avvenne un duello fra un ufficiale del nostro esercito e un ufficiale austriaco: duello gravissimo che pur troppo ebbe le più funeste conseguenze. Dicesi che l’austriaco sia rimasto ucciso e che il piemontese abbia pur esso tali pericolose ferite che si dispera di salvarlo.»
«Siamo informati che ieri alla nostra frontiera verso il ducato di Parma avvenne un duello fra un ufficiale del nostro esercito e un ufficiale austriaco: duello gravissimo che pur troppo ebbe le più funeste conseguenze. Dicesi che l’austriaco sia rimasto ucciso e che il piemontese abbia pur esso tali pericolose ferite che si dispera di salvarlo.»